Post-it: Il racconto del corpo, i maestrinchi, e l’inferno della coppia

Paolo Interdonato | post-it |

Adoro Moyoco Anno. Si occupa di moda, amministra Color Co. Ltd, una società di produzione di animazione, e fa anche fumetti. Quello cui sembra essere più affezionata è Happy Mania (uscito anche in Italia per Star Comics), cui ha dato un seguito nel 2019 per festeggiare i trent’anni dalla prima uscita.
È mossa nei suoi racconti da un’ossessione per il corpo, che si insinua in tutti i suoi lavori: oltre alla commedia sentimentale di Happy Mania, in Italia abbiamo visto Questo non è il mio corpo (Kappa Edizioni) in cui parla di anoressia con una sensibilità rara, Jelly Beans (Play Press) con un modella e stilista di moda per protagonista, Insufficient Direction (Dynit) e il racconto della vita coniugale con un otaku di successo. E poi ci sono i miei preferiti, quelli che parlano di prostituzione. Le prostitute di Anno sono consapevoli della schiavitù e della mercificazione del corpo: possono disprezzare profondamente i loro clienti (e quasi sempre lo fanno) o provare addirittura empatia, se non affetto, nei loro confronti; possono ribellarsi e, pur senza mai perdere lo statuto di sconfitte, possono ottenere istanti di felicità intensa. I clienti, tutti maschi, invece, sono sempre tossici e stupidi: nessuna indulgenza nello sguardo che l’autrice rivolge a quella che, con ogni evidenza, è un’espressione merdosa e difficile da accettare del capitalismo.Se vuoi vedere una carrellata dei lavori di Moyoko Anno, fai un giro nel suo sito.
se vuoi leggere le sue store di prostituzione, negli ultimi anni, Dynit ha pubblicato, nella bella collana “Showcase” curata da Asuka Ozumi, Sakuran e i due volumi di Memorie di un gentiluomo.
Se sei fortunato puoi procurarti anche Buffalo 5 Girls (il mio preferito, edito da Rw Goen) e Chameleon Army (Flashbook).

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Per leggere una nota biografica attendibile di Moyoco Anno (che non insistesse, cioè, unicamente sul fatto che l’autrice è la moglie di un tipo famoso per una serie d’animazione cui non è mai riuscito a trovare un finale soddisfacente), ho dovuto rivolgermi a pagine costellate di ideogrammi. L’unico modo che ho per capire cosa ci sia scritto nelle pagine giapponesi è leggerle con un traduttore automatico. Non ho paura di usarlo, anche se so che le traduzioni contengono approssimazioni ed errori.
Poco tempo fa ho scritto a un ricercatore francese per ottenere delle informazioni su alcuni eventi della vita di Rodolphe Töpffer. Per essere il più efficace possibile e non perdermi nelle mie carenze linguistiche, ho scritto il messaggio in italiano e l’ho corredato con le traduzioni prodotte da un’applicazione, il cui riferimento ho mantenuto nel corpo della mail. Il ricercatore, dopo avermi detto che non sapeva rispondermi e suggeritami la lettura di un articolo accademico che non ricordava bene ma gli pareva lo avesse scritto tal dei tali, mi ha fatto una ramanzina sul fatto che non si usano i traduttori automatici, perché sono il male assoluto: producono approssimazioni di senso e possono scatenare fraintendimenti. Ho ringraziato per il prezioso consiglio e ho bloccato l’utente per evitare scambi futuri, potenzialmente ambigui e fraintendibili.
Leggo libri e fumetti in lingue che non ho mai studiato. Da quando esistono i primi traduttori in rete (intendo proprio i primi, quelli che traducevano parola per parola a casissimo), li uso per capire almeno il senso generale di articoli scritti in lingue che non riesco neppure a riconoscere come umane. Certo, mi sono trovato di fronte a frasi casuali esilaranti, ma non ho, per questo, smesso di farlo.
Oggi i programmi di traduzione non mi regalano ancora momenti di bella scrittura letteraria (va detto che, se leggessi solo per trovare bellezza, eviterei anche la gran parte dei testi scritti da umani), ma mi pare facciano un ottimo lavoro di traduzione tecnica.
Qualcuno ha perso il lavoro? È il capitalismo, bellezza! Fa schifo, ma è tanto comodo. Come cantava Eugenio Finardi: «Dove sono i viaggi interstellari e le stazioni spaziali? / Dove sono le monorotaie e il benessere universale? / E quelle macchine per alleviare il sudore che il lavoro non dovevan rubare? /È già sorto il sol dell’avvenire e brucia da morire».
Tutto questo per dire che, come traduttore, uso Deepl.

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Diciamocelo: Finché morte non ci separi è proprio un bel titolo. Si incastra proprio bene nelle copertine da commedia romantica di questo manga di Taro Nagizaka. E, poi, quella parola, “MORTE”, sta lì a gridare una presenza inattesa. Il titolo originale di questa serie suona letteralmente come Il matrimonio di Arata Natsume. Il traduttore italiano – calcando forse la scelta dell’edizione tedesca  – ha deciso di porre enfasi sulla frase minacciosa che corona i matrimoni cattolici: un momento di presunta gioia viene reso infausto da un tipo torvo che – manco fosse la strega che nessuno ha voluto alla festa per la nascita della Bella Addormentata – suggella il vincolo con una maledizione.
La storia è semplice: l’assistente sociale scapestrato Arata, per proteggere un assistito, va a far visita a Shinju Shinagawa, serial killer efferata che ha ammazzato un bel po’ di gente e ne ha fatte sparire parti. Tra i due si sviluppa un rapporto malato, ambiguo, colmo di amore e di inganni che culmina nel matrimonio. Proprio come nella vita vera.
Si può leggere questa vicenda come se fosse il consueto rapporto tra la serial killer imprigionata e l’investigatore che vuole scoprire la verità. Si può godere dei momenti in cui il volto lucido e sereno dell’assassina esplode nell’espressione della follia più feroce. Si può rabbrividire per la pochezza umana e la morbosità che i giornalisti, gli avvocati e personaggi assortiti loschi lasciano trapelare di fronte all’orrore. Certo: si può.
Oppure si può leggere un’analisi impietosa delle relazioni che gli umani sviluppano in preparazione dei matrimoni e nel periodo (sicuramente non eterno) del loro svolgimento.

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