POP! di AkaB, una pesantezza più leggera dell’aria

Titti Demi | Affatto |

È un sabato piovoso. Tengo POP! di AkaB, appena pubblicato da Sido di Genova, da un po’ di tempo sul bracciolo del divano, insieme a tutti quelli che voglio leggere.
È sabato. Aspetto amici in casa per bere una tisana calda in una giornata ventosa, come quelle di cui solo chi vive qui in Salento capisce il fastidio. Ci vogliono pochi minuti per leggerlo. Sembra quasi uno storyboard, ma poi mi ritrovo seduta sul divano immobile per mezz’ora, a pensare anch’io a quel ragazzino con la coperta senza sapere perché viene citato; chi avrebbe dovuto dirmelo non lo farà, perché ha fatto POP!
È un libro piccolo che diventa, al contempo, leggero e ansiogeno, un susseguirsi di dialoghi inconclusi in cui intravedi vita, spesso banale, come quella che ascolti nei ristoranti dai tavoli fitti e vicini, in cui mangi cose finte circondato da merci.

Sembra un libro scritto proprio lì, in un centro commerciale di qualche periferia brutta e grigia.
Quando l’ho sfogliato frettolosamente, appena estratto dalla busta del corriere, ho subito pensato che fosse Il libro meno AkaB di Akab.
Era un giudizio frettoloso e sbagliato: questo è già AkaB maturo.

A parte il segno inconfondibile, quegli spigoli neri, quelle lettere dure e secche, quelle labbra contorte che mi ricordano solo Al Columbia (Gabriele lo leggeva? Io credo proprio di sì).
A parte tutto questo, dicevo, tra questi palloncini scorgi già Zorro.
A parte tutto questo, mi si è contorto lo stomaco nello stesso identico modo, ed è un indizio. Siamo nello stesso mood, nello stesso senso di solitudine e claustrofobia.

Arrivo velocemente in fondo al libro e leggo il finale inedito.

Quel vuoto mi pare una scelta onesta, invece della prospettiva dall’alto sul centro commerciale, meno romantica, più crudele, la negazione della mistificazione e del misticismo. Ascendiamo, non trascendiamo per un cazzo, una serialità banale di palloncini gonfiati, ognuno convinto della propria unicità. E, alla fine della fiera, facciamo tutti la stessa fine: un grandissimo POP! di niente.
Uno dietro l’altro.

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(Quasi)