Sisifo a fumetti: quant’è difficile leggere Kabuki in Italia

Claudio Calia | Affatto |

«Non puoi ammazzare il tempo senza ferire l’eternità.»

Ci sono opere a fumetti, più o meno note, che proprio non ce la fanno. Nel corso degli anni vengono presentate più volte, da più editori, in più formati, ma, per un motivo o per l’altro, non ce la fanno a giungere alla loro naturale conclusione. La storia del fumetto indipendente statunitense in edizione italiana è costellata da questo tipo di situazioni, anche se, progressivamente e grazie ad alcuni editori, la situazione sta migliorando. Possiamo ora leggere Savage Dragon, Stray Bullets, American Flagg, Usagi Yojimbo, le Turtles originali di Eastman & Laird (non ancora integrali, ma pare ci si stia lavorando), Faust di Vigil & Quinn, Bratpack di Veitch, Grendel di Matt Wagner… Sì, col tempo la situazione migliora, ma ci sono alcune opere che ancora rimangono pubblicate a spizzichi e bocconi, il cui ciclo vitale è cominciato più volte senza mai concludersi.
Parliamo di Kabuki di David Mack.

Ora, io ho questa cosa che sin da piccino, per qualche strano motivo, mi sono appassionato a Cerebus di Dave Sim. È uno tra i primi albi a fumetti a cui mi sia mai abbonato, dal numero 180 del marzo 1994 (ovvero, la mia solita fortuna, giusto sei numeri prima che Dave Sim sganciasse la bomba). Il procedere dei miei interessi a fumetti mediamente si sviluppa con la logica di una ragnatela disordinata. Mi piace un albo autoprodotto in bianco e nero? Cominciamo a scandagliare il mondo degli albi autoprodotti in bianco e nero. Ma, ehi, perché limitarsi agli “albi autoprodotti”? La cosa importante è il coinvolgimento dell’autore nell’opera, non chi firma gli assegni. Poi, se uno con un personaggio molto connotato e personale pubblicasse una cosa a colori con un piccolissimo editore come dovrei trattarlo, come un criminale?

Scartabellando nello scaffale in studio dove sono tanti oscuri comic book degli anni Novanta, compare in seconda fila, sulla mensola più bassa, dietro a quasi tutto Brubaker/Philips e a mucchi di robe Vertigo, “Kabuki Color Special”, una pubblicazione Caliber Press datata gennaio 1996. A naso l’ho comprato proprio nel periodo in cui scandagliavo l’esistente a partire da Cerebus. A naso, siccome sapevo poco o niente di Kabuki e di David Mack, mi ha attirato il nome di Mike Grell in copertina e quello stile degli interni un po’ “à la” Sienkiewicz. Forse per la povertà del mio inglese dell’epoca, forse perché ero arrivato in mezzo a una storia di cui non conoscevo né la struttura né le fondamenta, ricordo benissimo che di quell’albo non ci avevo capito niente.
Ma sarebbe bastato attendere un attimo, per poter leggere Kabuki anche in italiano, e continuare a reperire indizi (non c’era mica il web… incredibile, eh?).

Vedi, ricordo positivamente il mondo delle riviste, la possibilità unica che mi davano di scoprire autori e storie che non conoscevo. Mi sono formato su “Corto Maltese”, “Comic Art”, “L’Eternauta”, “Nova Express”, “Fuego”, “Cyborg”… Ho sempre adorato le pubblicazioni antologiche: “Star Magazine” anche quando non conteneva più fumetti Marvel (e, per esempio, in tema con questo articolo, c’erano invece quei cinque incomprensibili capitoli di una miniserie di Grendel pescata nel mucchio, a caso, e gettati là…), “Wildstorm”, “DC Comics Presenta” e… “Il Corvo Presenta”. Proprio su quest’ultima, sul numero 9 datato febbraio 1996, compare una breve storia di Kabuki, che non è la prima. Un omaggio di Mack alla madre, appena morta. Un altro tassello oggettivamente incomprensibile, buttato là su una rivista che leggevo, con poche righe introduttive e un arrivederci al prossimo numero. Dal numero successivo viene pubblicata la prima parte della prima storia e i contorni della cosa cominciano a farsi più comprensibili. È Temi la mietitrice, 41 pagine in bianco e nero che anticipano il primo ciclo di storie, Cerchio di sangue. Ma Cerchio di sangue non lo leggerò mai, su “Il Corvo presenta”, perché dopo Temi la mietitrice pubblicata a brandelli, Kabuki, sulla rivista, non ci torna più. Va bene, è stato sostituito da Stray Bullets di David Lapham e chi mi conosce sa quanto quella scelta mi abbia reso felice. Ma dov’è finita Kabuki?

Durante le ricerche per scrivere questo articolo, rilevo che nel 1998 Panini ha pubblicato in due volumi Cerchio di sangue, mentre nel 2004 la palla è tornata a Magic Press che ha pubblicato, piuttosto inspiegabilmente, Kabuki: Maschere del Noh, una miniserie che rilegge le vicende del primo ciclo dal punto di vista delle altre agenti del Noh (calma, la storia te la racconto un pochino tra poco), scritta da Mack e disegnata da più autori. Mi ritengo un lettore abbastanza informato. Eppure non me ne ero accorto. Mea culpa: ho il bussolotto delle ceneri da cospargermi sul capo giusto qua al mio fianco mentre scrivo.

Nel 2011, invece, mi accorgo di Kabuki, quando compare in una pubblicazione piuttosto strampalata di cui quasi non si trova neppure traccia (è sfuggita addirittura a quei formidabili archivisti di Comicbox!): “I miti del fumetto americano”. Quell’albo, pubblicato dal precarissimo Funfactory Editore, ha uno strillo in copertina che è un evidente ossimoro: “Inedito in Italia”, dice, e io mi chiedo «e allora cosa sto tenendo in mano?», attanagliato da un dubbio quantistico che Schrödinger scansati. In quella collana, escono due albi, su tre (!!!), della miniserie The Alchemy: un salto in avanti di tredici anni, asfaltando tutte le storie nel mezzo. In originale è l’unica uscita negli Stati Uniti per l’etichetta Icon di Marvel, in un periodo che a ogni editore faceva comodo avere un marchio nel quale i progetti degli autori rimanessero “creator owned” (contemporaneamente trovò casa presso la Icon la serie Powers, di Brian Michael Bendis e Michael Avon Oeming).
Sai, quando una serie dura poco, tre o quattro albi, preferisco aspettare che escano tutti, prima di leggerla completa. The Alchemy, che già mi proponeva una cesura mica male in quanto a storie avvenute in mezzo, si conclude prima di presentare gli albi 5 e 6 dell’edizione americana, rimanendo incompleta. Soprattutto, guardando The Alchemy, David Mack sembra quasi una persona diversa.
Quell’autore che finora avevo visto solo in bianco e nero, con un tratto pure abbastanza indeciso e in fase di maturazione, in tredici anni è diventato, per dirla con semplicità, un “clone” di Sienkiewicz. Ehi, no, è solo per chiarezza, eh. È diventato “pittorico”, con una decisa predilezione per l’acquarello. Sembra pure (non l’ho letto, ve l’ho detto) decisamente interessante dal punto di vista della narrazione, della scansione, del montaggio. C’è pure Mack stesso che appare qua e là con un tratto che fa molto “disegnato male” consapevolmente, e sai quanto mi piacciono queste cose.
A questo punto, del mosaico Kabuki, posseggo tre brandelli: gli episodi su “Il Corvo Presenta”, un “Color Special” americano, i primi due albi di una miniserie realizzata tredici anni dopo, con un sacco di racconti saltati nel mezzo. Quella figura parziale, imperfetta, incompleta continua ad attrarmi per ispirazione, ma a respingermi nella realtà dei fatti.
Fino a che non arriva l’edizione Cosmo.

Alla fine del 2022, Cosmo pubblica un pugno di omnibus: un paio di serie minori della Image e… Kabuki. Un poderoso volume di 400 pagine che raccoglie i primi due archi narrativi completi (storie che dal 1994 ci portano, finalmente, fino al 1999 in ordine cronologico), racchiuso in una copertina disturbante (un disegno pittorico della protagonista che riesco a definire solo così).

Il libro è molto interessante e offre tanti contenuti extra. Nella prefazione di Brian Michael Bendis riviviamo un pezzo di quell’epoca: i due sono amici, Kabuki nasce più o meno contemporaneamente a Goldfish di Bendis (è molto probabile che ve lo siate perso, ma è uscito in Italia per Black Velvet nel lontano 2001), quando Bendis faceva tutto da solo, e addirittura con una manciata di schizzi a matita davvero improbabili veniamo a sapere che Bendis era il disegnatore di prima scelta per la serie. Il testo introduttivo di David Mack presenta quello che, mi rendo conto, almeno dalla lettura di questo primo libro è il vero leit motiv della serie: concepita nei giorni in cui la madre dell’autore moriva, pare un continuo tributo alla figura materna, quasi una preghiera. Mack spiega bene quanto fosse alle prime armi. Poi, lavorando a una storia breve di otto pagine, si è trovato abbastanza soddisfatto da farne altre otto. E poi altre otto. Fino a concludere Temi la mietitrice, il primo albo che ci presenta il mondo di Kabuki. Un mondo che sa di passato e futuro, un Giappone che rievoca la pervasività della TV di American Flagg prima che de Il Ritorno del Cavaliere Oscuro. Kabuki è una agente del Noh, un’organizzazione segreta il cui scopo è salvaguardare l’equilibrio sociale tra l’influsso della malavita e quello della politica, impedendo che l’uno prevalga sull’altro. Il Noh è un’organizzazione pubblica i cui agenti, otto ninja tra cui la protagonista, appaiono costantemente in TV e su schermi sparsi per tutta la città, come icone pop ma lanciando anche messaggi di ordine pubblico (è vietato girare per strada armati, per esempio), esistono gadget e giocattoli a loro dedicati. Quello che la gente non sa è che queste agenti sono delle killer addestrate, che intervengono uccidendo chi mette a rischio l’equilibrio che si è instaurato tra malavita e politica. Conosciamo Kabuki mentre fa quello per cui esiste: uccidere. Lo fa danzando e riflettendo, e qui torniamo a quello che volevo dire: il racconto procede attraverso un monologo interiore lunghissimo e letterario. Mentre Kabuki danza, uccidendo e affettando, la voce narrante riflette e si lancia in una vera ode per il decesso della madre scomparsa. Tanto quella dell’autore, quanto quella di Kabuki, in modo truce e crudele, che serve per introdurci all’antagonista del primo ciclo. La stessa scelta del modo di raccontare si presta a questa interpretazione: probabilmente anche per la poca esperienza nel disegno di archi narrativi lunghi, si susseguono pagine e pagine di disegni “singoli”, ritratti o pose della protagonista, le sue colleghe agenti in azione, che senza il testo a tenerle insieme non sarebbero altro che fogli montati in sequenze più o meno casuali. A parte alcuni colpi di classe, sparsi qua e là, che danno l’idea della consapevolezza dell’uso del fumetto che l’autore stava maturando nel suo percorso – con un particolare uso grafico della giustapposizione delle vignette -, è lo stesso autore in un testo a spiegarci come ha lavorato al secondo ciclo, Dreams. Un ciclo di albi che si svolge praticamente tutto sulla tomba della madre della protagonista, in una lunga riflessione. Questa volta a colori, interamente dipinto. Mack ci spiega che ha prima scritto, poi ha disegnato e infine… ha rimescolato il tutto. Ha accostato le tavole per armonie cromatiche, mandando all’aria la sceneggiatura e rivedendo il testo. «In questo modo è la storia che rivela sé stessa», ci dice.

Un testo conclusivo di Jim Steranko (proprio lui) mi illumina ulteriormente: ora riesco a scorgere le similitudini di montaggio e segno (soprattutto nel primo ciclo) con il Nick Fury di Steranko e, soprattutto, lo Shang-Chi di Paul Gulacy, di cui dopo questa consapevolezza il primo Mack mi appare come un imitatore scarso. E con Steranko condivide molto altro, prima di tutto l’aver lavorato e continuare a lavorare molto con il cinema a fronte di una produzione a fumetti relativamente scarsa. Kabuki per Mack e Torso per Brian Michael Bendis sono fumetti che consentono ai due autori di essere chiamati da Marvel e ritrovarsi a lavorare insieme su Daredevil. Il resto è storia. Storia, che ho l’impressione, torniamo al titolo di questo articolo, non si concluderà anche questa volta.

La lodevole Cosmo Editoriale ha pubblicato il primo omnibus (di 4) di Kabuki a fine 2022. Non c’è traccia, né annuncio, di un secondo volume nel 2023. Conosco le dinamiche editoriali e sono consapevole del perché questo accada (siamo in pochi, ecco cos’è, non ho nulla da rimproverare ai vari editori che ci hanno provato, magari giusto assegnando un premio naïveté all’edizione Funfactory). Guardo compulsivamente su Amazon come siamo messi con l’edizione americana, un volume pare esaurito, impossibile rimediare con l’inglese.

Ci sono opere a fumetti, a volte, più o meno note, che proprio non ce la fanno. Lo spessore in libreria dedicato alla mia piccola collezione di Kabuki continua a ingrossarsi nel tempo ma rimaniamo sempre fermi al via e, l’impressione, è che ci stiamo ancora una volta perdendo il meglio.

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