VII Legio, la Play & la lampada

Garbat | Comix Board |

Sono stato alla “Play” di Bologna, la fiera del gioco, come inviato speciale di (Quasi); un evento complesso in veloce mutazione tra mainstream, Intelligenza Artificiale e ancora una gran dose di amore e passione per il gioco e le immagini.

Sabato 23 maggio, mattina. 

La Play di Bologna è già quella cosa rumorosa e calda che chi ci va conosce bene: stand accatastati, gente che porta scatole come se stesse traslocando, l’odore specifico di cartone e entusiasmo che non somiglia a nient’altro. 

Ho trovato Marco Alberto Donadoni mentre cercavo di comprare il suo capolavoro, nel modo in cui si trovano le cose importanti, senza cercarle troppo. Aveva il firma copie al pomeriggio e invece era allo stand dall’apertura e come un semplice espositore presentava a chiunque si avvicinasse l’edizione de luxe di VII Legio — mille copie numerate, più di quarant’anni dopo la prima pubblicazione nel 1982. 

Un’occasione inaspettata che mi ha regalato un quarto d’ora, forse venti minuti, di conversazione vera. Una disponibilità squisita. E quello che mi ha colpito di più era l’emozione immutata con cui ne parlava, la stessa carica di chi racconta qualcosa che non ha ancora finito di capire del tutto. La dedica sul libro, alla fine, era commovente. Non aggiungo altro.

Ma facciamo un passo indietro. Anzi, facciamone diversi.

Siamo nel 1982. In Italia il gioco da tavolo di qualità è ancora una cosa che si importa, si traduce, si adatta. International Team è la casa editrice che in quegli anni prova a fare qualcosa di diverso: produrre giochi italiani, con una identità visiva italiana, con scatole volutamente extra-size che sembrano oggetti d’arte prima ancora di essere aperti. L’art director è Massimo Petrini, mentre gli illustratori delle copertine, Moretti, Riboldi, sono nomi del fumetto e dell’illustrazione nazionale. Non è un caso. È una scelta di campo.

In quello stesso 1982, in Francia, un fumettista modenese di trentaquattro anni pubblica il suo primo album, Skeol,  con un segno fortemente debitore di Moebius, quella qualità di linea pulita e visionaria che «Métal Hurlant» aveva reso il linguaggio ufficiale del fantastico europeo. 

Silvio Cadelo disegna per “Linus” e per “Frigidaire”, fa parte dell’agenzia Storieestrisce con Mattotti, Tettamanti, Elfo e altri. È un artista che ha già attraversato il teatro sperimentale, la militanza politica extraparlamentare come agit-prop grafico, la collaborazione con Pierangelo Bertoli. Non è un illustratore di professione nel senso stretto del termine. È qualcuno che usa le immagini per costruire mondi e farli arrivare a un gran numero di persone.

Nello stesso anno in cui esce Skeol, Cadelo riceve un incarico insolito: illustrare un gioco.


VII Legio, o Settima Legio, o Septima Legio a seconda della lingua, perché il gioco uscì in quattro lingue contemporaneamente: italiano, inglese, francese, tedesco che è una cosa difficile da classificare ancora oggi, e questa difficoltà è parte del suo fascino. È un ibrido tra gioco da tavolo e gioco di ruolo, pubblicato da International Team e ideato da Marco Alberto Donadoni.

L’ambientazione è fantascientifica: una Repubblica Solare del futuro lontano, modellata strutturalmente sull’Impero Romano, in cui la lingua ufficiale è il latino e i giocatori comandano astronavi dell’Arma dello Spazio in missione esplorativa ai confini della galassia. Uno dei giocatori, lo Spazio Computer, figura che corrisponde al master del gioco di ruolo, prepara una mappa dello spazio che gli altri non vedono. Le astronavi si muovono alla cieca, indicando direzione e spostamento, e lo Spazio Computer comunica se durante il tragitto sono stati avvistati pianeti. I pianeti incontrati e le razze aliene che li abitano vengono generati casualmente man mano che le navi li raggiungono: nemmeno lo Spazio Computer sa con esattezza cosa troveranno.

È un sistema elegante. Ma la sua eleganza dipende interamente da una condizione: che le razze aliene siano credibili. Che abbiano spessore. Che quando lo Spazio Computer le descrive, il giocatore possa vederle.

Ed è qui che la grafica smette di essere decorazione.


Donadoni, quel sabato mattina a Bologna, mi ha mostrato qualcosa che nella nuova edizione del gioco, a cura di Studio Supernova è diventato un capitolo esplicito: il racconto di come nasce una razza aliena. 

Non, solo, da un’idea astratta, non da un bestiario fantascientifico preesistente — anche se la Guida agli extraterrestri di Wayne Barlowe (1979) era sul suo comodino come fonte di ispirazione e metodo, con le sue schede di illustrazione, genesi, dati medici e sociologici. 

Le creature di VII Legio nascono dall’osservazione del reale. Dalla lampada sulla scrivania, nel caso che mi ha raccontato. Un oggetto qualunque, guardato con quella qualità di attenzione che trasforma la cosa in un’altra cosa.

Da quell’osservazione nasce uno schizzo — grezzo, funzionale, tecnico — che poi passa a Cadelo.

La parola “tecnico” non è casuale. Quello che mi ha colpito di più nella conversazione con Donadoni è che il comparto grafico di VII Legio comprende anche il disegno tecnico meccanico industriale — non solo l’acquarello cosmico alla Moebius, non solo la creatura aliena dalle morfologie esotiche che Cadelo sapeva rendere con un segno inconfondibile.

C’è una componente di progettazione, di blueprint, di rappresentazione funzionale che di solito nei giochi viene tenuta rigorosamente separata dall’illustrazione “bella”. Qui no. Qui il disegno tecnico e l’illustrazione artistica convivono nello stesso sistema, perché entrambi servono allo stesso scopo: rendere il mondo del gioco abbastanza reale da reggere l’arbitraggio.

Cadelo non abbellisce VII Legio. Lo costruisce. Le sue illustrazioni non sono la copertina del gioco — sono il gioco stesso, nella misura in cui senza quella resa visiva delle razze aliene il sistema degli incontri non ha la densità necessaria per funzionare. Lo Spazio Computer non arbitrerebbe nulla: descriverebbe il vuoto.


Esiste, per chi vuole approfondire, un portfolio di litografie in edizione limitata con i disegni di Cadelo per VII Legio , oggetto da collezione che circola ancora nei circuiti giusti.

E ora esiste anche l’edizione de-luxe che Donadoni firmava quel sabato mattina alla Play: mille copie numerate, per un gioco che nel 1982 aveva inventato guardando una lampada sulla scrivania. Cinquant’anni dopo, quella lampada illumina ancora.


La storia di International Team, di quello che quella casa editrice ha rappresentato per il gioco italiano in quegli anni, è una storia che merita di essere raccontata per bene. E la racconteremo. Ma questa è un’altra puntata.

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