Quel primissimo 11 settembre

Vincenzo Paolo Santelia | post-it |

“Voi mi chiederete: perché la tua poesia

non ci parla del sogno, delle foglie,

dei grandi vulcani del tuo paese natio?

Venite a vedere il sangue per le strade,

venite a vedere

il sangue per le strade,

venite a vedere il sangue

per le strade!“

Spiego alcune cose, Pablo Neruda

Per spiegare cosa sia stato l’11 settembre 1973 e cosa abbia rappresentato questa data per il Cile, forse le parole più esaustive sono state scritte da colui che a conti fatti resta una delle menti più acute e taglienti attualmente in circolazione: «Immaginate, per esempio, se fossero arrivati a bombardare la Casa Bianca, a uccidere il presidente, a imporre una brutale dittatura militare che avrebbe torturato e annientato migliaia di persone; creato un centro di terrorismo internazionale che avrebbe contribuito alla nascita di altri stati simili basati sulla tortura e sul terrore; avviato una campagna di sterminio mondiale e, come colpo finale, chiamato una squadra di economisti – chiamiamoli “i ragazzi di Kandahar” –  per far crollare l’economia provocando una delle peggiori depressioni della storia. Questo, chiaramente, sarebbe stato molto peggio dell’11 settembre.

Purtroppo, quello che ho appena detto non è solo una fantasia. E successo sul serio. L’unica differenza rispetto alla mia ipotesi è che, per avere un’idea delle sue giuste proporzioni, le cifre che ho usato andrebbero moltiplicate per 25».

È questa l’analisi che Noam Chomsky – nell’introduzione al suo 11 settembre dieci anni dopo (p. XVII) – propone del golpe attuato dagli alti vertici dell’esercito cileno contro il governo democraticamente eletto del socialista Salvador Allende, attuato in accordo col governo americano che – di fronte alla nazionalizzazione delle riserve di rame del paese da parte di Allende, e su ispirazione dei (neo)liberisti della scuola di Chicago (i cosiddetti Chicago Boys, appunto) – aveva assolutamente intenzione di non darla vinta a – per utilizzare le parole dell’allora segretario di Stato Henry Kissinger – «questi stranieri [che] ci vogliono fottere».

Quest’ultima edizione del Biografilm, pur meno smagliante rispetto a quella dell’anno scorso che poteva vantare un ospite di spicco quale Radu Jude, non ci ha lasciato privi di piccole perle di film narrativi, sia pur basati – come prevede la filosofia del festival – su storie vere e soggetti biografici o anche autobiografici. Da segnalare senz’altro Romería di Carla Simón, Bildungsroman ambientato nelle Asturie, ma anche Sukkwan Island di Vladimir de Fontenay, lunga riflessione sul rapporto padre figlio. Ma è senz’altro L’hangar rosso di Juan Pablo Sallato a risaltare sopra tutti, dopo essere stato presentato ai festival di Berlino e di Seattle ha avuto anche la sua anteprima italiana, prima di essere distribuito nelle sale a partire dal 9 luglio successivo. Tratto dal libro Disparen a la bandada – Crónica secreta de los crímenes en la FACH ‘Contra Bachelet y otros’ del giornalista e ricercatore Fernando Villagrán e scritto da Luis Emilio Guzmán, tratta della ‘giornata particolare’ di Jorge Silva, capitano dell’Aeronautica cilena, che si ritrova appunto nell’occhio del ciclone, nel bel mezzo della Storia (con la ‘s’ maiuscola) in pieno svolgimento. Lui, membro costituzionalista delle forze armate e dunque fedele al democraticamente eletto Allende, osserva in prima persona azionarsi i meccanismi e le pedine dell’orchestrazione golpista: generali e colonnelli, colleghi e superiori, che lo in carcereranno e tortureranno, forzandolo in un’esilio che durerà fino alla fine dei suoi giorni. Jorge Silva si è infatti spento a Londra nel 2024, in prossimità dell’inizio delle riprese di questo film, che non ha potuto vedere completato.

Nello scambio di domande e risposte col distributore Andrea Romeo di seguito all’anteprima, il regista ha sottolineato come la scelta di utilizzare il bianco e nero per girare il film non sia stata assolutamente casuale, e anzi sia una decisione frutto di un attento studio delle testimonianze storiche di prima mano consultate in periodo di preproduzione: una di queste infatti affermava come l’aspetto di Santiago de Chile, quel fatidico 11 settembre, paresse essere caratterizzato da tale bicromia, talmente era plumbea l’atmosfera. Sono tuttavia anche altre le scelte decisive di messa in scena che testimoniano una minuziosa e pedissequa analisi delle testimonianze, fra cui spicca l’assenza di inquadrature di violenze esplicite, lasciate volontariamente fuori dallo schermo, scelta che sempre Sallato ha definito ‘espressionista’. A tal proposito va notarto come questo film – al netto di scene con un’effettiva rappresentazione di violenza grafica, sia pur priva di emorragie – presenti nonostante tutto un significativo grado di violenza sottesa, implicita nelle parole e nei commenti dei personaggi in scena: dalle intimidazioni di chi invita a ‘non fare troppe domande’ ai commenti disperati e desolanti di chi osserva i propri superiori ‘perdere la ragione’, il colpo di Stato e degli interessi retrostanti avanzano sulla scena in tutta la loro propria naturalità. E qui sta la dialettica centrale di tutta la vicenda narrata: il capitano Silva, così come sua moglie (docente e perciò lavoratrice nel campo dell’istruzione, esattamente come Beth Horman interpretata da Sissy Spacek in Missing di Costa-Gavras) e tutti gli altri oppositori del futuro regime, è impotente di fronte a un putsch fatto di progetti realizzati in gran segreto dalle alte gerarchie militari, carichi di armi spostati nella notte, rastrellamenti a tappeto e aerei mandati a bombardare il palazzo presidenziale de La Moneda. È questa la dialettica centrale del film, quella fra la forza e la ragione, come ben identificato già nel 1971 dallo stesso Salvador Allende nell’eponima intervista concessa a Roberto Rossellini e Emidio Greco. Perché, come cantava il mai troppo compianto Fausto Amodei nella canzone dedicata proprio Al compagno presidente, «chi c’ha la forza ma non la ragione si affida solo al cannone».

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