Ombre sulla luna

Arabella Strange | Rorschach |

Le donne sono appassionate di sogni e inconscio, conoscono l’invisibile perché sono state invisibili a lungo.

Il diciottesimo Arcano dei tarocchi marsigliesi, La Luna, femminile per eccellenza, è spesso considerato, nelle letture superficiali, una carta di malaugurio. È strano perché è l’arcano 18, ovvero il numero 8 del secondo giro degli arcani maggiori, e l’8 è il numero dell’equilibrio in cielo e in terra.
E una sorta di equilibrio c’è. È uno degli arcani più affollati, e le figure compaiono sia nella metà superiore che in quella inferiore: due cani, o due lupi, con le fauci spalancate, una luna gigantesca che piove gocce di luce, le mura di una città sullo sfondo. E sotto, ai piedi dei cani, un bacino d’acqua profondo, bluastro, da cui si intravede l’emergere di un grosso crostaceo.
È la carta che ho scelto come la mia preferita, quando ho cominciato a studiare i tarocchi. C’erano gli arcani maggiori distesi sul tavolo, e io ho provato un’affinità, una sensazione di familiarità con quel paesaggio simbolico: le cose subacquee emergono, sulla terra ci sono creature selvagge, la luna ci inonda di fuoco e splendore ma senza l’ossessione tutta maschile del sole di annientare le ombre, e la città sullo sfondo è misteriosa, ma io la immagino piena di gente e posti in cui si possono fare delle cose; cose come suonare, leggere, raccontare, bere, farsi le canne, innamorarsi, arrabbiarsi, lasciarsi, giocare.
Sicuramente è anche una città di omicidi, la notte è il teatro ideale per l’omicidio, basta leggere Pinocchio e le sue notti selvagge.
Ma la luna è anche un simbolo profondamente femminile, basterebbe il ciclo delle mestruazioni che coincide con quello lunare a confermarlo. E la sua luce mai troppo forte suggerisce la presenza di cose non totalmente visibili. Nei tarocchi è il simbolo della ricettività assoluta, Jodorowsky scrive che, se La Luna potesse parlare, direbbe:

«Mi trovo in uno stato segreto e indicibile, sono il mistero dove ha inizio ogni conoscenza profonda, quando vi immergete nelle mie acque silenziose senza chiedere nulla, senza cercare di definire nulla, al di fuori di qualsiasi luce. Più entrate dentro di me, più vi attraggo. Non vi è nulla di chiaro in me. Sono senza fondo, sono tutta sfumature, mi estendo nel regno dell’ombra.»

Quel regno dell’ombra, dell’intravisione di ciò che può rivelarsi solo in parte – il buio nasconde ladri e assassini, ma anche amanti, e ribelli – mi fa pensare al modo in cui le donne, per moltissimo tempo, hanno dovuto escogitare strategie sottili per cercare di soddisfare le proprie esigenze, nutrirsi, crescere, evolvere o anche, semplicemente, non finire ammazzate.

Sono appassionata di racconti del soprannaturale e in questi giorni, con la mia amica Lu Pangrà, musicista, sto inventando uno spettacolo per Halloween che mescolerà musica e racconti di fantasmi scritti da autrici nate tra la fine dell’1800 e i primi del 1900.
Benché sia un uomo il mio scrittore preferito di storie di fantasmi, Montague Rhodes James, se devo mappare il mio immaginario negli ultimi anni sono state le donne ad aprire i percorsi più interessanti, a indicarmi sentieri segreti dove si cammina e si cammina e il cielo diventa un tetto di foglie e rami intrecciati e uscire di nuovo alla luce, alla fine, è un po’ come tornare da un paese lontano.
Molte delle autrici che più amo hanno avuto una vita apparentemente normale, alcune hanno sopportato matrimoni infelici, altre semplicemente sono state donne in un tempo in cui il mondo era degli uomini. «It’s a Man’s Man’s Man’s World, baby. (but it would be nothing, nothing, not one little thing without a woman or a girl)», ammetteva James Brown. Adesso qui in Occidente siamo perlopiù alle prese con l’individuazione delle barriere invisibili che abbiamo talmente introiettato da non vederle più, con i gesti che riteniamo di dover fare ma quando ci interroghiamo non capiamo perché tocchi a noi farli, coi limiti che ci poniamo senza neppure accorgercene per finire con la discussione sui plurali, tutti al maschile, che da molti uomini con cui ho parlato vengono interpretati come neutri ma neutri non sono.
Sono poi gli stessi amici che dicono che «medica suona male», anche se, come dice un altro amico un po’ più illuminato, «com’è che cameriera invece suona benissimo?».

C’è una cameriera. L’ho scoperta facendo uno spettacolo sul cabaret e l’incontro è stato amore puro, sconcertante. È Pirate Jenny, l’incredibile creatura di Kurt Weill che canta dei frequentatori dell’albergo che la trattano come se non fosse un essere umano, che si aspettano da lei gentilezza, duro lavoro e soprattutto invisibilità, ma non sanno che un giorno arriverà una grande fregata nera, e l’equipaggio sciamerà per le strade e sarà strage, e terrore, e sarà a lei che chiederanno, entrati nell’albergo: «Cosa ne facciamo di questi? Di questi clienti che sono clienti non solo del tuo lavoro ma del tuo essere donna, povera, poco o niente importante?»
E Jenny ci avverte che risponderà: «Tagliategli la testa».
Poi metterà un nastro colorato tra i capelli, e lascerà la città saccheggiata, salutandola dal ponte della nave nera.

Nella testa delle scrittrici che sto rileggendo per preparare lo spettacolo giravano sicuramente pensieri molto, molto oscuri
Erano donne che non votavano, donne con mariti che si appropriano dei guadagni del loro lavoro artistico e le trascuravano mentre loro tiravano su i figli e pubblicavano sulle riviste, come nel caso di Shirley Jackson, allegri articoli su cosa vuol dire vivere in un paesino del Vermont accudendo un marito, quattro figli, una casa, ricevendo ospiti… e riuscendo anche a scrivere!
Nel suo racconto Lo sposo, tradotto anche come Il demone amante, Shirley Jackson ci racconta una situazione così femminile che mi domando se c’è un uomo al mondo che riesca a comprenderla fino in fondo. Una donna che ha passato un’ora a decidere che vestito indossare sta per sposarsi. È incredula e felice. Lui si chiama Jamie Harris, lei lo conosce da poco eppure stanno per sposarsi, realizzando quello che per le donne una volta era il riscatto imprescindibile: essere state scelte da qualcuno
È in casa, pronta, col suo “abito stampato”, quello che non ha mai indossato. Aspetta, aspetta e lui non arriva. E lei comincia a sentire l’agitazione che l’ha accompagnata dal suono della sveglia trasformarsi in panico.
Va a cercarlo a casa sua. Fa scorrere i nomi sui campanelli, ma Harris non c’è. Si fa portare al suo appartamento e il “sovraintendente” dice che lì non abita nessuno con quel nome, ma quelli del 3b avevano prestato l’appartamento per un po’ a un amico. E comincia una piccola spaventosa piccola caccia al tesoro, Jamie, che forse è stato visto dal fioraio, poi da un vecchietto all’angolo e infine da un ragazzino a cui ha dato un quarto di dollaro prima di entrare in un condominio in cui «le scale erano strette e sporche». E in quel corridoio estraneo e ostile – Shirley Jackson riesce sempre a materializzare nello sfondo nelle architetture nelle pareti e nei pavimenti il disagio spirituale e mentale delle sue protagoniste – c’è una porta con accanto la carta di un fioraio abbandonata, accartocciata. Bussa e «non vi fu che silenzio, a parte qualcosa che avrebbe potuto essere una risata molto lontana». La stanza è disabitata, piena di oggetti accatastati. Di lui non saprà più nulla. È una storia semplicissima, quella di un’aspettativa gioiosa, un’attesa, una ricerca frenetica e una assenza. Della speranza di essere la prescelta, la brava moglie di qualcuno. Di essere amata, perché solo così si esiste davvero.

Jackson un marito ce l’aveva ma non l’ha trattata bene, e neppure la madre, arrivata a definirla «un aborto mancato». La sua vita segnata da disturbi alimentari, esaurimenti nervosi, agorafobia è quella di una donna ansiosa e angosciata, che morirà nel sonno per insufficienza cardiaca a 48 anni. Il suo racconto capolavoro, La lotteria, pubblicato dal “New Yorker” nel 1948, che susciterà scandalo tra i lettori e influenzerà generazioni di scrittori horror dopo di lei parla di un piccolo villaggio pieno di brava gente che una volta all’anno estrae a sorte qualcuno e lo lapida nella piazza principale. Anni dopo il marito, il critico letterario Stanley Edgar Hyman , sosterrà che nelle storie di sua moglie c’era una critica alla barbarie del presente, e nulla avevano a che vedere coi suoi demoni personali.
Certo, Stanley.
La descrizione delle case fatte dalle scrittrici del fantastico è particolarmente interessante perché a me quelle case sembrano sempre proiezioni del loro corpo. Hill House è sicuramente la mente di Shirley Jackson:

«Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio […]. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa su muovesse lì dentro, si muoveva sola.»

C’è una stanza al centro di uno dei miei racconti preferiti. La carta da parati gialla, pubblicato nel 1892 da Charlotte Perkins Gilman, racconta di una donna che trasloca per qualche mese in una casa di campagna. Con lei ci sono il marito medico, un figlio che non si vede mai perché la stanca troppo, una governante guardiana e la stanza che sceglierà il marito, contro i suoi desideri, ha una strana tappezzeria gialla. Scrive, di nascosto, perché il marito glielo proibisce: la rende agitata e nervosa, le attiva l’immaginazione, e lei deve riposarsi.
L’autrice è nata alla metà dell’800, e io penso a tutte quelle donne curate perché troppo vivaci, curiose, indipendenti. A come nascerà il mito dell’isteria, la malattia di chi ha un isteros, un utero. A quelle donne rigide, paralizzate, che davano in escandescenze o ammutolivano. Prigioniere di mariti, padri, fratelli.
Donne colte che desideravano la stanza tutta per sé ma spesso non ce l’avevano e forse a volte non osavano neppure immaginare di poter avere una stanza che non fosse funzionale al resto della casa, il loro regno minuscolo di cui dovevano rendere comunque conto ad un altro Arcano maggiore dei tarocchi, l’Imperatore, il numero 4 la stabilità. L’esplosione incontrollata dell’energia è il 3, l’Imperatrice. E quanta paura fa l’esplosione incontrollata.
Le cose che scrive la donna prigioniera della camera gialla, “un colore repellente”, che ha persino un odore e fa pensare a «vecchie, brutte, cattive cose gialle» diventa sempre più angoscioso man mano che la sua ossessione per la carta da parati diventa la visione di una donna che strisci sotto il disegno, prigioniera delle «grandi onde oblique di orrore ottico», prigioniera. «Nei punti più in luce si ferma, e nei punti più in ombra si impadronisce delle sbarre e le scuote con forza. E cerca sempre di passarci attraverso! Ma nessuno riuscirebbe a passare attraverso quel disegno – strangola talmente.»
Il mistero della carta e delle sue donne prigioniere diventerà il centro dei suoi pensieri, mentre il marito la chiama deliziosa sciocchina, e la donna strangolata comincerà a comparire anche fuori da ogni finestra della stanza, sempre strisciando, velocissima. La sua straziante reclusione culmina in un finale in cui è lei che striscia come la donna della tappezzeria, seguendo segni sudici lasciati da qualcuno o probabilmente qualcuna prima di lei. Il marito, «il caro John», ha sfondato con un’ascia la porta per entrare, è svenuto «così che ogni volta devo strisciare sopra di lui!».
La chiusa terrificante ha un’ombra di divertimento. Sembra che lei dica: Hai visto, idiota?

Da Come vola il corvo di Ann-Marie MacDonald, un romanzo atroce ambientato in una base dove i militari vivono con le loro famiglie, apprendiamo come le mogli degli anni ’50 e ’60 ogni sera si cambiassero e truccassero, facendosi trovare con i tacchi a spillo e un martini in mano dal marito che rientrava in casa, per alimentare l’illusione che avessero trascorso l’intera giornata così, perfette: impensabile lasciarsi vedere col grembiule, i guanti di gomma, le ciabatte.
Questo tour de force richiedeva un energia immensa che io non capisco dove trovassero. Poi c’erano i nervi, le emicranie, le fissazioni, i capricci. Povere care, e che fastidiose, a volte!
Certo, ora è tutto diverso.

Angela Carter, nata nel 1940, femminista, in Ashputtle ha riscritto Cenerentola in una storia feroce. Gli animali posseduti dal fantasma della madre morta che aiutano la ragazzina abusata si sfiancano o addirittura muoiono, ma la madre non ha la pazienza di cercare un modo dolce e accettabile di salvare sua figlia, e sarà con un abito rosso di sangue che si lei presenterà all’uomo che la porterà via dalla miseria.
L’uomo era inevitabile, ma la trasformazione di Cenerentola non ha niente di disneyano, sembra un rito sciamanico. E’ pieno della consapevolezza di come i riti siano importanti: apparecchiare la tavola o trasformarsi in una donna bellissima con una veste di sangue.
Ci sono in quel racconto delle punte, delle schegge che fanno male: ma lo termini con un senso di trionfo. C’è tutta la forza dell’Imperatrice, quell’arcano 3 dell’esplosione, dell’energia senza controllo che toccherà all’Imperatore ricondurre entro le 4 mura del castello.
Perché questa forza è pronta, negli anni ’60 e ’70, a venire allo scoperto.

Eppure anni fa io, consapevole, politicamente impegnata, istruita, ho gridato al mio fidanzato che volevo sposarmi perché «meglio divorziata che zitella!». Dio mio.
Per questo l’arcano della luna ha fatto subito risuonare la corda di liuto sospeso nel mio cuore. Quel crostaceo misterioso e un po’ pauroso, che per il momento è sotto la superficie dell’acqua ma tra un attimo potrebbe arrancare sulla riva, è il mostro che mi porto dentro da sempre, il dissidio tra quel che credevo di dover essere e quel che sono.

L’ombra di queste scrittrici, che amo così tanto leggere, è particolarmente spessa e oscura, sembra ritagliata nel velluto nero. Basta sfiorarlo e la luce disegna immediatamente delle immagini.
Non solo immagini di rivalsa, vendetta, oppressione, distruzione.
L’arcano 18 ci invita a guardare in su, alla luna gigante, e se vogliamo possiamo finalmente abbaiare come cani e leccare quelle gocce di luce.
Quanto alla città, io penso che la stiamo occupando, piano piano, trovando i nostri posti, creando spazi, inventando momenti di chiarezza, cercando di immaginare la libertà.

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