Crocevia di libertà

Milano è un paradosso

Se Parigi è stata, secondo la bellissima definizione che ne ha dato lo storico Robert Tombs, il «bivacco di tutte le rivoluzioni», Milano ne è stata il crocevia. Tutte le rivoluzioni sono passate dal capoluogo lombardo, purtroppo senza fermarcisi.

Milano, unica città di questo paese a non confinare solo con sé stessa, è stata, dall’Unità in poi luogo di passaggio di tutti coloro che sognavano un mondo migliore di libertà e giustizia. In modo particolare gli anarchici.
C’è stata una Milano degli anarchici, ma non ci sono stati anarchici di Milano, perché nessun anarchico può appartenere mai a nessun luogo. E Milano, in quanto città paradossale, è la città più indicata a questa funzione di crocevia. Rispetto alle altre realtà urbane mantiene, infatti, una sua particolare asimmetria. Nelle varie città italiane in cui c’è stata una forte presenza di movimenti anarchici, essi si sono sempre identificati con una classe sociale, con una categoria professionale o con un quartiere preciso. Pensa ai cavatori di marmo di Carrara, ai portuali di La Spezia, agli operai metalmeccanici di Torino o al quartiere San Lorenzo di Roma. Milano no.

A Milano non c’era un solo grande polo industriale, come per esempio a Torino. Il proletariato operaio milanese, non era unito e organizzato, probabilmente anche per la particolare parcellizzazione delle industrie sul territorio urbano: la Breda si trovava lungo la Martesana, la Pirelli a Porta Garibaldi, la Fratelli Branca in Fulvio Testi, le cartiere Binda al ticinese e la Manifattura Tabacchi in via Moscova.
Per quanto riguarda poi le figure di spicco dell’anarchismo, quei personaggi che ne furono i diffusori e i vivificatori, Milano fu sempre un luogo di passaggio, nel quale arrivavano e dal quale ripartivano dopo brevi soggiorni dettati sempre da problemi organizzativi e propagandistici. Per questo l’anarchismo milanese non ebbe mai una classe e una zona d’elezione, ma fu una realtà diffusa sia tra le varie classi, sia nei vari luoghi. Proprio per questo motivo, quello cioè di essere un crocevia, è impossibile per raccontare la storia della Milano anarchica seguire una coerente linea spazio/temporale.
Il racconto verbale ha però le sue necessità retoriche di linearità, se non ci atteniamo alle quali, non si struttura narrazione. Trattandosi quindi della storia della Milano degli anarchici, privilegerò la città e la sua mappa, seguendo – per forza di cose – un percorso spaziale il più lineare possibile. Percorso che ci porterà avanti e indietro nel tempo in modo paradossale (te l’ho detto che Milano è un paradosso), dagli anni Venti del Ventesimo secolo, agli anni Settanta del Diciannovesimo e poi più indietro ancora, fino alla metà di quel secolo, per scartare poi in avanti ancora a metà invece di quello successivo, il Ventesimo secolo e arrestarci definitivamente sulla fenomenale chiusura del Diciannovesimo secolo, quel indimenticabile 29 luglio del 1900 a Monza.

Come per pensare l’utopia libertaria, anche per questo viaggio spazio/temporale servirà un bel po’ di immaginazione. L’immaginazione va nutrita con i fatti, con la realtà. Allora lasciami spendere qualche parola su quell’idea che ha animato, alle volte fino al sacrificio di sé e degli altri, i protagonisti di questa storia: l’idea anarchica. Anzi, le idee degli anarchici.
Gerard Thomas, autore, apicultore e divulgatore di idee libertarie (personaggio che io sospetto fortemente essere stato inventato da qualche redattore), sostiene – avendone anche intitolato un suo saggio – che l’anarchia è una cosa semplice. Vero niente.

L’anarchia, come tutti i sistemi di interpretazione del reale usciti dal grande fermento della rivoluzione illuminista – Pëtr Alekseevič Kropotkin fa risalire l’origine dell’anarchismo al pensiero di Jean-Paul Marat e soprattutto all’azione sanculotta, spenta poi nel sangue dalla reazione giacobina –, è una cosa complessa. Ma soprattutto è complicato districarsi tra tutte le caleidoscopiche forme in cui il pensiero anarchico è stato declinato: collettivismo, individualismo, insurrezionalismo, nichilismo, anarco-comunismo, anarco-cristianesimo, anarco-sindacalismo, anarco-misticismo, anarchismo liberale e addirittura, là, in quel luogo ancora più paradossale di Milano che sono gli Stati Uniti d’America, anarco-capitalismo (e qui so che qualche anarchico ortodosso – sì, sono una contraddizione, ma credimi, esistono – mi taccerà di deviazionismo).

Possiamo però riassumerle, attenendoci alla lezione di Colin Ward, in un’unica differenza. Diversamente infatti da tutti gli altri pensieri politici, l’anarchia è l’unica che, in tutte le sue declinazioni, non aspira a costruire un nuovo Stato. Aspira piuttosto ad annullarli tutti, in ogni loro forma. Costruire una società di piccole comunità di liberi ed eguali, federate ma senza organi centrali, nelle quali la gestione delle risorse e dei mezzi di produzione avvenga attraverso la collettivizzazione e la democrazia diretta. Al di là dei metodi per raggiungere questo obiettivo, che hanno diviso e dividono (anche ferocemente) gli anarchici, il succo dell’anarchia è, in buona sostanza, questo.
Lo vedi: non è una cosa semplice, altrimenti, visto che son due secoli che ci proviamo, l’avremmo già realizzata.
Non è mia intenzione (non ne avrei né gli strumenti né la voglia) addentrarmi nella selva ideologica dei metodi anarchici. È un lavoro noioso da lasciare agli storici delle dottrine politiche. Quello che voglio fare è una cosa, a mio avviso più divertente, più anarchica anche: seguire i passi di alcuni dei protagonisti del pensiero anarchico che sono passati da questo paradosso spazio/temporale che è la città in cui vivo (e che, non guardarmi così, comprendi questa mia debolezza, non cambierei con nessuna): Milano.

Sono convinto che osservando la vita delle persone, ricostruendone nei limiti del possibile il cammino (e puoi credermi, gli anarchici son sempre stati grandi camminatori), le azioni e le contraddizioni, possiamo arrivare anche a conoscere, capire e, spero, condividere le idee che a quelle azioni li hanno condotti.

Allora facciamo così, troviamoci – nella prossima puntata – in piazza Oberdan, sai dove c’era l’ingresso dei bagni pubblici Cabianchi, a sinistra della scalinata della metro? Ecco, proprio lì, e calza scarpe comode, che cominciamo una bella camminata.

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