Caratteri malleabili

Ugo e Michel | La grande abbuffata |

(Le illustrazioni sono di Lucia Lamacchia, che è responsabile di quanto segue almeno quanto lo sono Ugo e Michel.)

Intorno al bello e al brutto si dicono un sacco di sciocchezze. Si sente spesso qualche sciagurato affermare che il bello è soggettivo e la bellezza sta nell’occhio di chi guarda. Mah! Si sente dire che un oggetto bruttarello e privo di grazia è brutto. Ma, se quella bruttezza è eccessiva e l’oggetto è assolutamente brutto, allora ricadiamo nel campo del sublime… Che solenne cazzata!
Questa porcheria è brutta come poche altre cose che ho incrociato nella mia vita. Forse è la più brutta di tutte, addirittura. Come cazzo gli è venuto in mente di infilarcela in casa? Viene voglia di lasciarla cadere per terra. Ma lì poi è un casino. Perché lo so! Me lo rinfaccerebbe fino alla morte termica dell’universo, incapace di perdono com’è! E poi potrebbe addirittura lasciare un segno sul parquet. Sarebbe insopportabile e la lamatura in questo periodo è fuori discussione.
Un souvenir in ceramica che riproduce perfettamente il Pensatore di Rodin. Ha una nota che lo rende quasi accettabile; è stato imbrattato di smalto rosa. Il Pensatore di suo, quello vero, è una porcheria inguardabile. Un uomo seduto in posa meditava, con il mento appoggiato alla mano. L’augusto scultore ha avuto la grandiosa idea di metterlo in una posizione innaturale. Con l’avambraccio sinistro e il gomito destro appoggiati sulla medesima coscia. E quella raccolta di membra sparse, invece di sembrare raccoglimento, richiama puntualmente il broncetto di un bambino offeso, poco abituato a sentirsi dire no. Poi… A me tutti quelli che costruiscono critica psicoanalitica dell’arte annoiano a morte, ma sono certo che questo obbrobrio ci dica molto su cosa lo scultore credeva che fosse il pensiero. Uno che pensa e si mette in quella posa, lo sta facendo perché vuole essere guardato. Toh! Guarda quello… Sta pensando!
Ma figurati!
Per pensare, ti metti a cucinare, fai la doccia, rassetti casa, sistemi i fiori… E mica lo decidi tu quando pensi… Aspetta, eh… Mi metto in posa e penso intensamente in modo da raggiungere lo stato di sublime alterità del corpo che sicuramente mi indurrà la creatività!
Poi, guarda qui, è tutto contratto. Muscoli tesi. I dorsali, l’avambraccio, fino alle dita dei piedi. Questo pensava solo quando era sulla panca. Qui mica è il pensatore. È tutto contratto. Sta cagando!
Ma come gli è venuto in mente? E poi dove lo ha preso? Mica è stato a Parigi di recente?

«Cosa stai facendo? Appoggialo, per favore. Se ti cade si rompe e rovini il parquet. Una lamatura, in questo periodo, è fuori discussione!», Michel è apparso alle spalle di Ugo all’improvviso. È entrato nella stanza con passo felpato. Chissà da quanto tempo è appostato lì dietro a guardare cosa fa l’uomo con cui vive da vent’anni. Gli sfila di mano la statuetta e, prima di riporla sulla mensola da cui era stata spostata, lo prende tra entrambe le mani. Quasi a voler trasmettere a quel soprammobile, alto una ventina di centimetri, un senso di protezione e calore. Lo soppesa un attimo, con un gesto difficile da percepire, come se volesse assicurarsi che ci sia ancora tutto, e lo appoggia con cura davanti alla fila di libri.
«Hai finito di lavorare?», chiede Ugo con un tono che, nel tempo, ha imparato a far sparire anche la pià piccola nota di delusione. Sa bene che un avverbio in quella domanda, un “già” lasciato cadere con noncuranza, causerebbe discussioni estenuanti. Soprattutto in questo periodo. Michel è nervoso da giorni. È un uomo con un carattere complesso e facile alla lite, ma in questo periodo si arrabbia per ogni inezia.
«Ho un’altra call tra dieci minuti. Mi sono alzato per preparare un caffè e ti ho trovato con la mia statua in mano…»
«Stavo guardandola… è un oggetto un po’ strano? Dove lo hai preso?»
«Cosa intendi con “strano”? È una riproduzione del pensatore di Rodin e, se sai guardarlo, ti accorgi che non è stampato. Non è un prodotto industriale. È stato modellato da mani espertissime.»
«Questo artigiano bravissimo però ha fatto arrabbiare qualcuno… Al tuo prezioso manufatto, qualcuno ha tirato una secchiata di smalto, come alla statua di un Montanelli qualsiasi.»
«Esatto! Il “mio” prezioso manufatto. Preferirei che non lo toccassi. Ci tengo!»
Michel lancia a Ugo un’occhiata severa che dura un paio di secondi di troppo. Poi si gira e, con passo nervoso esce dalla stanza. Ugo resta immobile e lo ascolta armeggiare rumorosamente in cucina. Prepara un caffè rimarcando i rumori di ognuno dei passaggi della preparazione, per essere sicuro che il fastidio che prova sia percepito con chiarezza. Tac tac. Sta picchiettato il filtro contro il bordo del lavello per far cadere il fondo di caffè. Patpatpat. Questo è il serbatoio picchiato sul piano lavoro per livellare il caffè fresco appena disposto. Clang. La caffettiera appoggiata sulla griglia del fornello. Deng deng. La tazza presa dalla mensola. Tump. La porta del frigo che si richiude. Per un uomo attento e silenzioso come Michel, quei rumori ovattati sono chiara espressione di rabbia.

Ma tienitelo il tuo cagatore di Rodin. E chi te lo tocca? Sai quanto mi importa!
Che scenate insopportabili. Per fortuna che è sempre in riunione, chiuso in quella stanza. Dove può non vedere questa schifezza, per altro.
A me, invece, tocca di stare qui.
Mi siedo sulla mia poltrona e mi finisco
Locke & Key.
Però mica posso stare sempre qui con lo sguardo sullo schermo. Di tanto in tanto alzo la testa e quel mostriciattolo imbrattato di rosa richiama la mia attenzione. È proprio inguardabile. Dannazione!
E mica me lo ha chiesto se volevo il caffè!

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(Quasi)