Il tradrittore

«anche se qualcuno morirà…» e un poscritto

Francesco “baro” Barilli è il nostro tradrittore, colui che traducendo tradisce un po’ le intenzioni dell’autore, ma rimette dritto il senso del testo.

La notizia è di qualche settimana fa, lo so. Il protagonista: Domenico Guzzini, imprenditore e presidente (vabbè, “ex” dopo la bella figura che sto per descrivere) di Confindustria Macerata.

Ha detto (a proposito delle restrizioni imposte per le feste di fine anno a causa della pandemia):

«Io penso che le persone sono un po’ stanche e vorrebbero venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza. Così diventa una situazione impossibile, impossibile per tutti…»

Voleva dire:

«Voglio esprimere il pensiero più diffuso negli imprenditori italiani. Per certuni è un pensiero conscio, pienamente consapevole, per altri è solo un riflesso. Ma è certamente, per tutti, sincero: “i soldi non puzzano. I morti sì”.»

[N.d.A.:
Come dicevo la notizia non è freschissima. Le feste, sai com’è, mille cose da fare, un po’ di pigrizia mentale… E poi volevo una frase che rappresentasse questo bislacco 2020. Rappresentasse per me, dico, questo “anno vissuto in pandemia”.
(Ora che ci penso, sarebbe un’idea farci un pezzo, almeno credo. “Un anno in pandemia”, hah! Vedremo per il prossimo 21 febbraio…)
Torniamo alla frase di Domenico Guzzini. Di sicuro ce n’è di più eclatanti, ma gira e rigira è quella che più mi ha colpito, a perfetta chiusa del 2020. Forse è solo passione per la minimalia, però credo davvero che alle piccole cose si debba stare attenti: c’è di che trarre buoni o cattivi auspici per il futuro, se le si comprende. Certi piccoli gesti possono denunciare tanto amore o tanto orrore quanto minore è il loro apparire.
Tranquilli, non violerò il decalogo di QUASI con un commento “politico”. Per conto mio nella frase riportata c’è ben altro di interessante. C’è l’espressione di una visione della vita, seppure in una forma sgrammaticata e stentata. Non fidatevi della mia semplice ricostruzione. Cercate il video on line, guardatelo. L’uomo la espone con esangue candore, gli occhi vili, di quella viltà che la vita insegna a chi ritiene che solo la propria sopravvivenza conti. Una Weltanschauung che, anche quando strisciante o inespressa, in realtà ci avvolge. Noi ci siamo immersi, e quelle che un tempo si chiamavano vittime collaterali di ogni guerra oggi sono le vittime del business. Sempre collaterali, che pur sempre guerra è.
Ah, buon anno a tutti e tutte…]

POST SCRIPTUM:

Uno si distrae un attimo e ZAAAACC!, eccoti che spunta Letizia Moratti a metterci il carico a bastoni con la richiesta di agganciare la distribuzione dei vaccini-Covid al Pil. Poi ha fatto marcia indietro, va bene, ma è uno di quei casi in cui «Xe pèso el tacòn del buso» (credetemi sulla parola. E comunque sulla querelle vaccini/Pil potete documentarvi altrove).
Insomma, questa settimana potevo avere l’imbarazzo della scelta a trovare qualcosa per alimentare la rubrica restando sul tema (“Cos’è rapinare una banca a paragone del fondarla?”).
Ma il punto è che tutto questo mi ha fatto venire in mente un aneddoto, di cui magari vi fregherà poco, ma siccome io sono un incontinente degli aneddoti (quando mi scappa, mi scappa), ve lo racconto.

Il primo colpevole dell’aneddoto è questo qua:

Per chi non lo conoscesse, il Cardenal Mendoza è un brandy dal sapore morbido e caldo, colore ambra scuro. Un vero portento per l’olfatto, col suo profumo forte e dolce e persistente. È rientrato molto in uso (da me…) nel periodo di lockdown. Ma (a me…) ricorda gli anni Ottanta. Nel senso che fra gli anni Ottanta e la pandemia l’avevo pure mollato. Insomma, tutta sta roba per dire che lo bevo alla sera (cioè adesso) e mi dà una “meditazione da nostalgia” che spiegherà (a voi…) il seguito.

Il secondo elemento dell’aneddoto è il luogo:

La Brenta è una birreria di Cremona, ormai chiusa da parecchio tempo. L’ha rispolverata, nei suoi ricordi su Facebook, Michele Ginevra (pure lui frequentatore della birreria negli stessi anni e adesso frequentatore di QUASI).
Dicevo: magari farà piacere a Michele (o anche solo lo muoverà a un sorriso) sapere dei piccoli casi in cui inciampa la vita. In questa situazione la somma delle casualità è:
Brenta (il luogo)
La rapina alla banca (evocata nella frase di Brecht)
Il brandy (scintilla di questo delirio e protagonista anche delle bevute a quell’epoca – anche se a dire il vero alla Brenta si andava a birre, almeno nella prima fase della serata)

Bene, ecco l’aneddoto.
Siamo attorno al 1986-88.
Gli amici con me saranno contraddistinti da AmicoUno, AmicoDue e AmicoTre, per tutelarne la privacy.
Sia in me che in loro il fascino dello scrivere si era già fatto sentire. Fosse desiderio di emergere, voglia ribelle, tendenza all’introspezione, non so dire. Era quasi inevitabile, stando così le cose, che fra di noi nascesse l’idea di un romanzo a più mani.
Il lampo della creatività, però, non si presentava sua sponte. Gli forzammo la mano una taaaaarda sera alla Brenta, quando eravamo già discretamente carburati..
La carta era un rotolo da vecchia stampante (di quella bucherellata sui lati, per intenderci), la biro ce la prestò il gestore del locale.
«Okay», disse AmicoUno, «adesso che scriviamo?»
Nel silenzio seguente rimbombava la mancanza di idee.
Proposi di partire almeno con un canovaccio, uno schema di idee, trovando un insperato entusiasmo.
«Allora, cominciamo… dove ambientiamo la vicenda?»
AmicoDue propose entusiasta «Sud America!».
AmicoUno prese diligentemente nota, mentre AmicoDue, rapito da qualche invisibile musa creativa, continuò: «Potremmo essere 4 amici, delusi dalla vita, ex trafficanti di droga…»
«No, ex trafficanti non mi va», puntualizzò AmicoTre.
«… che vengono ingaggiati da qualche Servizio Segreto misterioso…»
«Per forza misterioso, se è segreto…»
«… per recuperare un carico di droga… Prendi nota, AmicoUno»
AmicoUno prese nota:

SUD AMERICA – QUATTRO AMICI DELUSI – INGAGGIATI RECUPERARE DROGA.

Fu qui che AmicoDue mi afferrò il braccio, estasiato da un nuovo lampo creativo.
«Sai cosa dovremmo mettere? UNA RAPINA IN BANCA!!! Sempre stato il mio sogno!!!»
«Eh, lo so, è anche il mio…», risposi.
«A me va bene. Ma la rapina come la cacciamo nella trama?», chiese AmicoUno, con notevole piglio pratico.
«Beh», rispose AmicoTre, «potrebbe essere una cosa necessaria, che facciamo per autofinanziare la nostra ricerca. AmicoUno, aggiungi “rapina in banca”».
«Fatto»
«Con strage», puntualizzò AmicoDue. «Altrimenti non c’è neanche un po’ di azione, di sangue…»
Col mio solito tono da cacacazzi precisino e moralista (anche da ubriaco) obiettai che noi dovevamo essere personaggi positivi.
«Cosa intendi con “positivi”?»
«Ma sì!, siamo dei buoni, dico…»
AmicoDue si trattenne dallo spiegarmi che stavo bestemmiando contro Brecht e rispose didattico:
«Se la cosa ti turba, possiamo mettere che la strage la facciamo, sì, ma PER NECESSITÀ. Altrimenti non potremmo trovare i soldi per recuperare la droga e salvare vite umane… La strage ci è lontana moralmente, ma purtroppo si rivela NECESSARIA!»
Lo disse con trasporto. Giuro.
Non ero convinto, ma accettai. AmicoUno aggiunse alla lista:

RAPINA AUTOFINANZIANTE – STRAGE, MA PER NECESSITA’

«E poi?», domandò AmicoTre.
AmicoDue (come avrete capito: quello più intrigato dalla trama): «Poi… Poi c’è la fuga rocambolesca, il senso di colpa per la strage (così mettiamo i risvolti psicologici in un romanzo d’azione – pensa te! – e accontentiamo meglio il Baro) la partenza, l’avventurosa ricerca. E qui…» (si interruppe, caricando con enfasi il gran finale e picchiando il pugno sul tavolo) «… qui, IL COLPO DI SCENA! Invece di consegnarla, la roba, a chi ci ha incaricato, ce la spartiamo!!! Poi ci dividiamo, ognuno per la propria strada».
Ero deluso: «Ma… E le vite da salvare?»
«Ce ne fottiamo»
«Ma non eravamo positivi?»
«Sì, ma non coglioni»

Le strade proposte per i protagonisti (cioè noi) furono quattro: miliardario alle Hawaii, morte per overdose, missionario, eremita in Canada. Il progetto si arenò perché nessuno voleva morire per overdose. Neanche il missionario, a dire il vero, riscuoteva troppo entusiasmo. Insomma, la storia della letteratura italiana prese un’altra piega e lasciammo perdere (NON E’ VERO: virammo verso il western, ma su questo stenderò un velo pietoso… quella storia NON la racconterò manco morto…)

Il foglio originale di quello che, da allora, quando noi ci incontriamo viene definito solo, con religioso rispetto, “IL CANOVACCIO” lo potete vedere di seguito:

Noterete (oltre al fatto che non so usare lo scanner) che il tasso alcolico ci fece persino programmare una prosecuzione del progetto in altre date (vedi box in alto a destra. Ah, Waldo Pepper il Temerario è l’altro mio soprannome, poi caduto – per fortuna – in disuso). La grammatica zoppicante di AmicoUno è sempre figlia dell’alcol dell’epoca.
Non ci furono altri incontri di approfondimento del progetto.

Tutto questo per dare la mia risposta alla domanda retorica di Brecht: mai sognata di fondarla, una banca, ma di rapinarla sì!!!

Torno al brandy. Cin.

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