QUASI

L’elogio della cicala

Ci sono, lo sappiamo, degli individui realmente fortunati: non hanno bisogno di lavorare per sostentare i loro bisogni essenziali e no. Ne conosciamo qualcuno ma limitiamo le frequentazioni perché il giorno dopo abbiamo sempre le carni doloranti per i morsi dell’invidia.
A noi, purtroppo, tocca lavorare. Abbiamo entrambi un contratto a tempo indeterminato che ci divora la vita e, accidenti!, ci consideriamo anche fortunati.
L’abbiamo già detto: lavorare ci piace molto. E quando lo facciamo ci sentiamo vivi. Ma ci piace solo quando stiamo dando soddisfazione ai nostri bisogni immateriali. Quando, invece, vendiamo la nostra fatica per un po’ di denaro, ecco, in quei momenti, anche quando ci stiamo divertendo (perché può succedere addirittura questo!), il commercio del nostro tempo e della nostra fatica ci fa schifo.

Siamo formiche, animali sociali che operano all’interno di un regolamento ferreo, e compiamo sforzi che paiono inauditi per mettere da parte un po’ di cibo per l’inverno. Accumuliamo quanto possiamo in attesa di poterci riposare, affondando i denti in un chicco di grano. Eppure Esopo, La Fontaine e ignoti disegnatori con poca voglia di lavorare ci avevano provato a metterci in guardia.

Eravamo piccoli quando ci siamo imbattuti, per la prima volta, nella favola, in un libro di scuola. Erano anni semplici e ne avevamo solo due: uno per la lettura e uno per tutto il resto che, in quel tempo ingenuo, chiamavamo sussidiario. Il sussidiario era serioso e con poche immagini. Il libro di lettura era illustrato. Molto male, accidenti!, ma lo era. Proprio lì abbiamo letto, per la prima volta, La cicala e la formica. Il testo si sviluppava su due pagine ed era costretto tra due brutti disegni che riassumevano il racconto e la morale: il primo mostrava una cicala gaudente, intenta a suonare un violino, mentre una formica affaticata trasportava un enorme chicco di grano; nel secondo la cicala prossima alla morte si trascinava, nel freddo inverno, fino alla porta del formicaio, in cui erano rinchiusi cibo e calore, e la formica, con sguardo duro, sbarrava l’ingresso e proteggeva i propri possedimenti.

La morale era ambigua. Perché la formica lavorava così tanto per accumulare, se poi le sarebbe toccato montare la guardia? Doveva esserci un senso e la chiave per coglierlo era nell’altro libro, quello con il nome strano, il sussidiario. Nelle pagine dedicate alla storia dell’antico Egitto, c’era il disegno, bruttarello pure lui, di una piramide tagliata a fette orizzontali e, in ogni fetta c’erano sempre più omini. Nella punta ce n’era uno solo, il faraone, l’uomo più importante, ricco e potente di tutti. Poco sotto, in una fetta più larga, c’erano i sacerdoti. E poi, nelle fette successive, i soldati, i mercanti e gli artigiani, i contadini e, infine, gli schiavi. L’inarrestabile produttività della formica era stata ripagata consentendole di risalire la gerarchia sociale e ora era un soldato. Ma lì in cima alla piramide, era chiaro, c’era un solo individuo. Tutti gli altri avrebbero dovuto obbedirgli per tutta la vita.

Le favole e le loro morali sono continuamente riscritte. Prendi, per esempio, l’odioso Rodari quando chiosa la favola della cicala con i suoi versi: «Chiedo scusa alla favola antica / se non mi piace l’avara formica. / Io sto dalla parte della cicala / che il più bel canto non vende, regala.»
Ecco. Hai visto cosa fa? Trasforma il canto della cicala in arte gratuita per tutti, la rende socialmente utile, ci dice che nella piramide degli egizi mancano gli artisti e che il problema è quell’esclusione. Imbattendoci in quella favola (e nel milione di riscritture de La cicala e la formica) ci siamo convinti, bambini, che fosse un lavoro anche quello della cicala e che quel finale fosse un’ingiustizia.

Le nostre coscienze bambine sono state obnubilate da questa dicotomia. La cicala pelandrona contro la cicala artista. In ogni caso, la vita della cicala doveva essere analizzata in relazione alla piramide. Se oggi siamo due rispettabili possessori di un contratto a tempo indeterminato è colpa di una visione sistemica che ci ha indotto a considerare tutte e solo le possibilità che si sviluppavano all’interno della piramide.
Abbiamo capito tardi che la piramide non è un monumento, bellissimo e gigantesco, in mezzo al deserto. Sappiamo che esiste l’esterno. Ma, dopo che hai vissuto a lungo convinto che i confini del tuo mondo siano un baratro, mica riesci ad allontanarti con serenità. Devi prendere coraggio. Non abbiamo neanche un violino da suonare mentre ci allontaniamo. Qualcosa che ci faccia dimenticare che, dopo i mesi caldi, arriverà l’inverno.
Scusaci cicala. Non solo non ti abbiamo capita. Non siamo neanche capaci di seguire i tuoi passi. Siamo dei pusillanimi.

Buona domenica.

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