Squared Circle

Backstage

dell’Onorevole Beniamino Malacarne (Stefano Tevini)

Lo schiaffo sul culo mi arriva a tradimento, mentre non mi posso difendere. Sto facendo il riscaldamento per il collo. La mia fronte e le punte dei miei piedi sono la base di un triangolo il cui vertice sono le mie chiappe che puntano verso il cielo. Bisogna scaldarlo bene, il collo. È l’assicurazione sulla vita per un wrestler. Me l’han detto tante volte che nemmeno le conto, da quando mi sono infilato gli scarpini per allenarmi la prima volta. Avevo paio di LeCoq Sportif da boxe rossi improponibili, stretti intorno alla caviglia, da cui il mio polpaccio esce tipo stinco di cinghiale appena sfornato. Mi sono messo dove ci sono le docce a prepararmi con calma. L’ultima volta sono salito sul ring a freddo e mi sono tirato dietro le botte una settimana. La sberla è una frustata che mi fa sobbalzare, roba che a momenti il collo me lo rompo lì sulle piastrelle.
«Ma vaffa…»
«Rapido che fra poco hai il match, sei dopo la pausa.»
«Ma scusa, non c’era prima il match di Luigi contro lo scozzese?»
«Lo scozzese sta male, Mauro e Lele lo hanno fatto bere ieri sera. Muoviti!»

Siamo alle solite, puttana miseria. Se non succede qualche casino non siamo contenti. Come quella volta che ho cannato l’indirizzo sul navigatore e sono finito al paese in cui avremmo avuto lo show la settimana dopo, a due ore di strada. Al volante del furgone che trasportava il ring. Ritardo sparato, montaggio di corsa. Sì, perché qui facciamo tutto noi. Non siamo mica come quelli della televisione, che hanno un service da far spavento. Qui gestiamo tutto per conto nostro. Arriviamo sul posto nel primo pomeriggio, autisti cazzoni permettendo, e cominciano a scaricare: il ring, le luci, il merchandise.

Il ring è un bestione, tutto ferro e legno da portare a braccia pezzo per pezzo, a suon di madonne. Se poi manca qualcosa, il che succede sempre, il rosario di bestemmie rasenta la scomunica per direttissima, senza passare dal via. Di solito il grande assente è un pezzo piccino piccino, insulso a vedersi ma assolutamente necessario per l’integrità di una struttura che dovrà vedersela con una serata di sollecitazioni violente. Una componente microscopica da cui dipende l’integrità fisica di un pugno di baldi giovani.
Superfluo dirlo, la suddetta è di solito introvabile nel raggio di diciotto ferramente e costa più o meno come i ricambi di un concorde pur essendo poco più complessa di un bullone.
Manca poco. Torno nell’altra stanza, gli altri parlano fitto. Lucio mi dà un pugno sulla spalla e mi fa gli auguri per il match. Mi levo i calzoncini e la maglietta. Prendo i pantaloni bianchi in finta pelle dall’attaccapanni e mi fermo un attimo a guardarli. Ho fatto cucire i fulmini dorati sui lati. Che figata. Quasi quasi me ne faccio fare un paio di riserva, neri e argento. Me li infilo e faccio scivolare piano il piede negli stivali. Appoggio il piede destro alla panca e mi allaccio lo stivale infilando la stringa nelle asole. Stringo e ripeto col sinistro. Tiro fuori dal borsone le boccette di vetro con i colori. Davanti allo specchio giro la testa per vedere meglio il lato destro. Intingo l’indice nel giallo e chiudo l’occhio. Tenendo la palpebra ben tesa comincio a disegnare una stella. Con la testa in quella posizione, la sensazione di avere la sabbia nel collo mi fa un ripasso delle cadute, i colpi e le torsioni che mi sono regalato in tutti questi anni. Non riesco nemmeno a immaginare di svegliarmi senza un dolore da qualche parte. La schiena scricchiola, se piego troppo le ginocchia vedo le stelle. Vogliamo parlare della testa? Beh, ho vomitato più volte per i traumi cranici che per le sbronze del dopo show. Lì per lì l’adrenalina aggiusta tutto. Oddio, quasi tutto. Ma quando ti svegli la mattina dopo, ecco, te lo chiedi, chi te lo fa fare. Poi pensi all’idea di smettere, e ti mandi affanculo lì dove sei, davanti allo specchio.
Ecco, la stella è disegnata. Mi sciacquo la mano e prendo il nero per farle il contorno.

I colleghi ogni tanto me lo chiedono: «Che senso ha», domandano, «conciarsi da pagliaccio e andare ad ammazzarsi di fronte a trenta persone?» Oppure «Ma almeno ti pagano? E la maschera ce l’hai?»
Perché, uno invece è furbo a passare le carte otto ore al giorno in ufficio? Ah, certo, ti pagano. Si comprano la parte migliore della tua vita per uno sputo però lì va bene! Poi magari conti come il due di coppe in azienda, il capo ti piscia in testa un giorno sì e l’altro pure e passi la vita incazzato come una pantera. Però, vuoi mettere? Sei uno serio, hai capito tutto dalla vita, puoi indebitarti finché campi, ingoiare merda di giorno e vegetare davanti alla televisione di notte. Una doppia vita, come il Dottor Jekyll e Mister Sfigato. Come un super eroe. Il Batman degli stronzi! Almeno io un motivo per arrivare alle cinque e mezza ce l’ho. Quand’è ora timbro il cartellino veloce come un fulmine e mi fiondo in palestra ad allenarmi. Pesi, addominali, cardio a pacchi che il fiato è importante. Poi, il lunedì e il mercoledì, lezione. Ecco, io, i ragazzi che alleno, spesso non li capisco. Non sempre si presentano e spesso lo fanno come se qualcuno li accompagnasse in palestra con una pistola puntata alla tempia. Però si impegnano un sacco, a chiederti quando li fai salire sul ring. Io quando stavo imparando non vedevo l’ora di andare a lezione e quel che mi diceva il maestro me lo bevevo letteralmente. Questi arrivano già con un nome di battaglia e mille idee per il costume. Misurate un chilometro quadrato di tatami con il muso, dico sempre, e poi si comincia a parlare di show.

Sono pronto, mi lavo le mani, mi vado a riporre i colori nel borsone e infilo i guanti senza dita. Giusto in tempo per la musica che segna la fine della pausa. Mi butto la giacca di pelle sulle spalle, questa sera voglio fare lo sbruffone. Voglio spalancare le braccia per scrollarmela di dosso. Fuori dallo spogliatoio incrocio Black Dog, il mio avversario. Tira dritto verso la tenda d’ingresso.  Parte la sua musica, una solfa tipo heavy metal pesantone che inizia con un assolo di organo che non finisce più. Si gira verso di me, indica l’arena con il pollice e mi fa segno che mi farà un culo così. Poi si gira, scosta la tenda e va incontro alla muraglia di fischi che il pubblico gli tributa. Per due minuti sproloquia a microfono aperto su quanti mesi di ospedale mi farà fare. Gli insulti dagli spalti coprono persino la voce dell’annunciatore che vorrebbe chiamarmi sul ring. Quando può di nuovo parlare, annuncia «Da Brescia, la rockstar del wrestling italiano! Johnny Thunder!». L’attacco di Ziggy Stardust mi fa irrigidire come una molla compressa. La mia musica. Il mio momento. Aspetto uno, due, tre secondi, scosto la tenda. Il pubblico urla il mio nome. Sembra che il palazzetto debba venir giù da un momento all’altro. Ci saranno si e no cento persone, nella palestra delle scuole medie di un paese in culo ai lupi. Il mio personale Madison Square Garden.

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