Una rivoluzione dello sguardo

Paolo Interdonato | Affatto |

Il 21 aprile 2007 era un sabato. All’improvviso, rientrando dal supermercato in cui andavo a fare la spesa, mi sono accorto di avere una macchia gialla davanti all’occhio destro. Fino a quel momento avevo goduto di una vista da falco e quell’inattesa presenza paglierina mi aveva terrorizzato. La paranoia mi si è insinuata tra l’aorta e l’intenzione e mi ha convinto, con il consueto fare viscido, che avevo una malattia terribile che mi avrebbe stroncato in pochissimo tempo.
Mi sono recato in ospedale senza esitare. L’unico pronto soccorso oculistico a Milano è in via Fatebenefratelli. Mi sono registrato, ho fatto la fila e, dopo qualche ora, ho scoperto cos’è una corioretinopatia sierosa centrale. Con quel nome complicato, ero certo che, se non me lo fossi scritto, me lo sarei dimenticato all’istante. Invece no: quella cosa che sembra l’arma finale dei malvagi di una trilogia fantasy è saldamente impressa nella mia memoria. E nella mia retina.
Già. La corioretinopatia sierosa centrale è una raccolta di liquido proprio in mezzo alla retina che fa sì che si veda il mondo rifratto come se si fosse sott’acqua. Non è grave, mi hanno subito rassicurato, è una situazione che dopo un po’ si risolve da sola. Non si sa perché arrivi e quindi non se ne conosce una cura specifica. Colpisce prevalentemente maschi tra i trenta e i cinquant’anni, particolarmente stressati. Bene, sono io, mi sono detto, e mi sono rilassato. La mia malattia temporanea non se n’è andata subito. Ci ha messo un sacco di tempo. Quasi un anno. Benché nessuno fosse certo di quale potesse essere la cura, un luminare meneghino mi ha bombardato con un farmaco specifico che non ha risolto nulla ma che, per un paio di anni, mi ha fatto capire che l’enumerazione delle controindicazioni sul bugiardino può essere una maledizione. Quando finalmente i costosissimi esami periodici cui il luminare mi sottoponeva hanno registrato la fine della crisi, ho scoperto che il distacco temporaneo della retina mi aveva regalato una cicatrice proprio in mezzo al visus dell’occhio destro, limitandone la funzionalità.
Da quel momento, quando chiudo l’occhio sinistro, il mondo scompare nel punto in cui guardo: mi resta solo la vista periferica e gli esami registrano un’acuità visiva di due decimi. Se cerchi di farmi uno scherzone, comparendo da destra, è molto probabile che ti veda arrivare; se mi ti avvicini sorridendo, non hai volto e non ti riconosco.
Dal 2007, periodicamente e con cicli imprevedibili, vengo colpito da crisi di corioretinopatia, che possono abbattersi su uno dei due occhi o su entrambi e che mi lasciano quasi cieco per qualche giorno, settimana, mese. Quando la crisi passa, verifico quanto ci vedo ancora. Sempre meno. Sono un ottimista e, tutte le volte, gioisco del fatto di essere ancora in grado di leggere e di vedere le figure.
Chissà fino a quando.

C’è un libro bellissimo di Bruno Munari che si chiama Nella notte buia e che racconta una passeggiata notturna. È costruito con carte diverse. All’inizio, pagine nere, stampate con inchiostro blu e bucate in un punto da cui si vede la luce; poi, fogli di acetato semiopaco, su cui sono impressi foglie, insetti e sassi, che, stratificati, raccontano l’attraversamento della nebbia; quindi, pagine color senape, con buchi frastagliati nel mezzo, che inducono all’esplorazione di una grotta. Quel libro parla, fin dal titolo, di vista e mette continuamente in crisi l’idea di lettura. Non basta muovere lo sguardo sulle parole stampate per godere di quella storia. Non è sufficiente nemmeno guardare le figure. Bisogna necessariamente tenere il volume in mano, toccarlo, pesarlo, annusarlo, ascoltare il suono delle sue pagine. Se non infili le dita negli anfratti, se non sfiori con i polpastrelli i bordi, se non strofini la carta con le dita, ecco, non hai alcuna possibilità di godere e di capire.
Le pochissime parole, i disegni semplici, la scelta dei colori e quella dei materiali, i tagli nella carta, gli innesti mobili, le tracce fluorescenti… Tutti gli elementi del libro sono assolutamente necessari. Nessuno è, in alcun modo, sufficiente. Nella notte buia è un libro straordinario che rifiuta la ridondanza tra i codici e che funziona perché tutte le componenti sono ugualmente narrative. Individualmente e nella loro interazione.

«Edizioni minoritarie è una casa editrice antifascista, antisessista, antirazzista, autoprodotta, trans/femminista. Ci muoviamo tra il prosaico e l’immaginario, tra il mostruoso e il politico, tra il didattico e buttarla in caciara.»

Quando mi sono fermato sulla pagina del marchio bolognese, abbastanza a lungo per godere della descrizione, avevo già imparato a voler bene ad Antonia Caruso e al suo timidissimo socio Federico. Lei ha scritto un pezzo molto bello per QUASI e mi ha insegnato a usare Paypal, indifferente ai rischi corsi da chi spiega a un anziano una cosa con un moderato contenuto tecnologico; lui si fa voler bene con la sua invisibilità che, in un mondo in cui tutti abbiamo il continuo bisogno di condividere stati e stories, è quasi inverosimile. È evidente che lo stimolo pedagogico (“didattico”, dicono loro) di edizioni minoritarie funziona: alla fine sono riuscito ad avere le pubblicazioni che volevo.
Fino a oggi ne sono uscite tre, diversissime per forma e contenuto: Creature maleducate di Frad, Small Faces di Caterina Di Paolo e Non fissare di Percy Bertolini. Il solo elemento comune ai tre albi è il fatto che sono tutti quadrati, come se l’idea che li ha generati si fosse sviluppata su Instagram.
Proprio su Instagram ho scoperto Percy Bertolini. Seguendo i suoi account, leggo le storie di Percy il buio e di Paolo Fox. Sono raccontini ipnotici che funzionano meravigliosamente con quella carrellata di vignette da scorrere con il pollice sullo schermo. Ho la sensazione che quelle stesse storie, se fossero state impaginate su carta, le avrei capite meno.
Non fissare è un oggetto stranissimo. Un librino quadrato, con lato di poco superiore a 10 centimetri, le cui pagine sono fissate, in alto a sinistra, con un rivetto metallico. La copertina è di cartoncino nero opaco e il titolo e il nome sono stampati con inchiostro nero lucido. Subito dopo la copertina c’è una pagina opaca piegata in due su cui sono indicate le regole del gioco. Poi una fila di acetati su cui sono stampate le immagini a due colori. Leggerlo richiede pazienza, attenzione e qualche trucco.

Inganni, malizie, piccoli segreti incomprensibili agli altri… Ne ho innumerevoli. Sono uno specialista. Per mettere a fuoco gli elementi difficili, con la vista bislacca che mi ritrovo, devo usare sempre un sacco di trucchi. E hanno tutti a che fare con la luce e con l’ottica. Non solo devo indossare gli occhiali per correggere la presbiopia che mi strilla in faccia il tempo che passa, ma scelgo con cura la posizione in cui leggere, cambiandola nei diversi momenti del giorno e dell’anno a seconda dell’illuminazione. E poi, ho sempre un paio di lenti d’ingrandimento accanto a me. Tutti questi espedienti sono faticosi e mi rallentano, ma non vorrei crepare prima di aver vissuto.
Il libro di Bertolini è un miracolo, per un paio di ottime ragioni. Da un lato funziona esattamente come Nella notte buia di Munari. Mette insieme elementi e codici diversi per ottenere un’unica narrazione, priva di ridondanze, in cui tutto si tiene. Dall’altro mette in pratica un manifesto programmatico esplicitamente dichiarato in apertura del volume:

«Non fissare è disabilitare lo sguardo molesto eterodiretto sulle persone, provocando un belfagor di fastidio. Fissatevi su altro: due scarpe appese a un filo della luce, un pollo arrosto che gira, i capelli di un controllore dei trasporti pubblici. Ciò che avete in mano è un esercizio propedeutico a non accanirsi a guardare, a rendersi conto che non tutto è squadrabile.»

Un libro minuscolo che costringe il lettore ad azioni diverse da quelle cui la consuetudine e l’uso lo hanno abituato. Le regole di lettura sono tutte contraddette, a partire dall’elementare sfoglio della carta: l’acetato non può essere sgranato con semplicità tra le dita, deve essere cercato con il polpastrello, accarezzato, staccato dagli altri delicatamente; e poi non lo si può piegare lungo una cerniera laterale come si fa normalmente con libri e riviste, bisogna farlo ruotare verso l’alto usando la vite come perno. Leggere le immagini e le parole rosse e nere richiede l’inserimento di un foglio opaco tra un acetato e i successivi per sopperire alla trasparenza. Ma il racconto, ogni volta che si agisce sul libro per trovare un nuovo punto di equilibrio, si stratifica e si confonde. Tutto è. Contemporaneamente.

In un mondo di elementi in continuo movimento e rotazione, con uno sguardo sempre troppo presuntuoso e incapace di cogliere il divenire perché concentrato su punti nodali che vorremmo stabili, fissare è davvero impossibile. L’unico modo per entrare in sintonia con il libro di Percy Bertolini – e con il mondo – è fare una rivoluzione. Proprio come fanno le pagine intorno a quel rivetto fissato in alto a sinistra.

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