Mostra ancora quella foto. Ma non ora, non qui…

Francesco Barilli | Il tradrittore |

C’è data, ora e tutto. Insomma, la parte “HA DETTO” (“ho detto”) della rubrica è bell’e fatta. Ma sai com’è la mente umana. A volte prende strade impreviste, sentieri contorti, va altrove. E siccome, se non sei capitato qui per caso, oltre alla mente umana conosci pure me (e magari hai visto il calendario) forse immagini dove voglio portarti. Quindi seguimi, quei sentieri, oltre che contorti, non sono brevi.

Dicevo del video che mostra il tragico incidente del 23 maggio sulla funivia Stresa-Mottarone. Dopo la sua pubblicazione è uscito un comunicato della Procura di Verbania. Non ne riporto le parti “giuridiche”, ma solo le considerazioni etiche. Aggiungo che se ci si fa insegnare l’etica da una nota della Procura siamo messi davvero male…

«… ancor più del dato normativo, mi preme sottolineare la assoluta inopportunità della pubblicazione di tali riprese, che ritraggono gli ultimi drammatici istanti di vita dei passeggeri della funivia precipitata il 23 maggio scorso sul Mottarone, per il doveroso rispetto che tutti, parti processuali, inquirenti e organi di informazione, siamo tenuti a portare alle vittime, al dolore delle loro famiglie, al cordoglio di una intera comunità.
Portare a conoscenza degli indagati e dei loro difensori gli atti del procedimento a loro carico nelle fasi processuali in cui ciò è previsto, non significa, per ciò stesso, autorizzare ed avallare l’indiscriminata divulgazione del loro contenuto agli organi di informazione, soprattutto, come in questo caso, in cui si tratti di immagini dal fortissimo impatto emotivo, oltretutto mai portate a conoscenza neppure dei familiari delle vittime, la cui sofferenza, come è di intuitiva comprensione, non può e non deve essere ulteriormente acuita da iniziative come questa.»

Di queste faccende, di TV del dolore nelle sue mille sfumature e declinazioni, si parla dai tempi di Alfredo Rampi. Se non sai di cosa si tratta puoi tranquillamente cercare informazioni on line. Se non hai tempo o voglia ti basti sapere che nel 1981 la Rai ha trasmesso in diretta, mi sembra a reti unificate, l’agonia di un bambino di 6 anni, precipitato in un pozzo artesiano. Ma analogo discorso lo si potrebbe fare per l’attentato alle Torri Gemelle e molti altri casi.
Insomma, dopo il video del Mottarone ho scritto quel commento. In parte ci credo ancora, ma (se già te l’ho detto, pazienza: mi autocito) non esiste teoria, per quanto valida, che sappia racchiudere dentro di sé la complessità e la mutevolezza dell’esistenza.
Quindi il percorso prosegue. Ora andiamo qui…

28 maggio 1974. Lui si chiama Manlio Milani. A fatica lo strappano dalla moglie Livia, uccisa in piazza della Loggia a Brescia. Sulla strage di Brescia ho scritto con Matteo Fenoglio un libro di più di 300 tavole, quindi potrei parlartene un bel po’. Ma è meglio sintetizzare.
Da quel giorno sono passati 47 anni, diverse istruttorie, una dozzina di processi. E due ergastoli, confermati il 20 giugno 2017 dalla Cassazione ai due imputati in quel momento ancora in vita: Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte.
Maggi, morto l’anno successivo, era l’indiscusso leader dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo, il vertice decisionale dell’eversione nera. La condanna di Tramonte (“fonte” del Sid, soggetto totalmente interno alla destra eversiva, nonché presente sul luogo della strage) esplicita le ambigue connessioni fra i servizi segreti e il fascismo nei Settanta, certificando pure i depistaggi che hanno inquinato anni di indagini.
Anche le foto entrarono nel processo. Una, scattata dopo l’esplosione, immortalava Tramonte, anche se la cosa emerse dopo decenni. E pure un nuovo fascicolo processuale sugli esecutori materiali nasce per certi versi dalla documentazione fotografica agli atti. È indagato un certo M.T., all’epoca minorenne e giovanissimo simpatizzante ordinovista. Un “pentito” della stessa area ha rivelato di aver ricevuto da lui una confidenza circa un ruolo (testualmente: «tutt’altro che marginale») nella strage. Proprio una fotografia collocherebbe l’allora giovanissimo M.T. in piazza la mattina del 28 maggio 1974.

Insomma, le foto sono state utili, certo. E non solo per i risvolti processuali, che ci sarebbe da fare tutto un discorso su quanto la narrazione degli anni Settanta sia stata costruita (con alterni risultati, a dire il vero) anche su quelle immagini di sangue.
Ma restiamo sul punto. È davvero necessario vedere ancora lo strazio di Manlio? E la domanda, chiaro, è paradigmatica di qualsiasi “immagine del dolore”, catturata in un momento che, seppure personale, assume in qualche modo rilevanza pubblica.
Forse la risposta sta nel rispetto dello strazio, anche nel momento in cui si sceglie di mostrarlo. Si tratta di una risposta semplice, persino semplicistica, perché sull’argomento si potrebbero scrivere, e in parte lo si è fatto, fiumi di parole.

Allora cosa intendevo dire quando ho commentato il Mottarone? Non lo so neppure io.
C’è un limite? Altri si sono posti lo stesso interrogativo, con risposte diversissime, alcune sensate.
La risposta definitiva non ce l’ho. Sono già contento di evitare (almeno spero d’averlo fatto) la retorica da Pubblicità Progresso o Campagna Sociale.
Una (non “la”) risposta può essere nella sfumatura con cui si orienta il proprio sguardo, nello spunto narrativo o in quello di sincera inchiesta. Ciò che si deve evitare è la semplice drammatizzazione di attimi, di vite che ci sembra di sfiorare esorcizzando così la paura («noi siamo vivi, noi siamo vivi!»).

Insomma, per restare al consueto mood del Tradrittore…

VOLEVO DIRE:

Sulle immagini del dolore non ho risposte. Solo, semplicemente, usiamole con pudore. Evitiamo di vedere in esse storie di ordinaria follia in cui ritrovare noi: bestie in gabbia che ne guardano altre, in altre gabbie fatte di caos.

Bene, ma ora DOVE VAI????!!! NON CLICCARE SULLA “X” IN ALTO A DESTRA, pensi d’essertela già cavata? Non è finita…
La sto facendo lunga, lo so. Sto allontanando il momento di cui voglio (devo?) parlare. Perché non è neppure a Brescia e al 1974 che volevo portarti.

È luglio, fa caldo e penso a vent’anni fa. I sentieri contorti che segue la mia mente diventano carruggi. Una vita termina, altre vengono sconvolte, la mia cambia. Eccoci arrivati dove volevo. Sempre parlando di uso delle immagini e, da qui in avanti, di molto altro.

Di fotografie di Carlo Giuliani, ucciso in Piazza Alimonda da un carabiniere il 20 luglio 2001 durante i giorni del G8 di Genova, ce ne sono di ben peggiori. E pensa che le ho viste tutte.
Sì, a scrivere un fumetto su di lui avevo pensato. Ma non credo l’avrei fatto se sua madre Haidi, dopo aver letto altri miei lavori, non m’avesse chiesto se m’andava di farlo. Quel fumetto poi è nato, i disegni sono di Manuel De Carli. Queste notizie te le fornisco per completezza di informazione, di più sarebbe autopromozione e non è il caso. Anche perché non è del libro scritto da me e Manuel che voglio parlarti.
Quindi, mettiti nei miei panni e vai a undici anni fa o giù di lì. In quel momento io sono già fra quelli che sui siti di informazione alternativa hanno parlato parecchio di Genova e di Piazza Alimonda, e la domanda che mi viene posta è: «Te la senti di scrivere un fumetto su Carlo?»
È così che me ne accorgo: che ho già scritto molto su di lui, su un ragazzo che non ho visto nascere o sorridere, ma che ho visto morire mille volte. Perché se scrivi qualcosa su Genova, su Piazza Alimonda, c’è poco da fare: incroci documenti, articoli, filmati, immagini. Tutto finisce sempre nello stesso istante e allo stesso modo. Il Carlo vivo rimane ai margini, tutto sembra cristallizzato alle 17 e 27 di quel 20 luglio. Un corpo steso a terra, ripreso da diverse angolazioni. Col passamontagna, poi senza. Addirittura puoi vedere il fiotto di sangue che zampilla da sotto lo zigomo farsi sempre più flebile. Tutte immagini che ho visto e dovuto utilizzare, senza pensare a quello che mi facevano dentro.

Mi è già capitato di scriverlo: quando sono stato la prima volta in quella piazza, ho cercato il punto esatto. Ti sembrerà strano, in quel momento m’è venuta in mente questa immagine…

La segatura sul suo sangue. Mi hanno detto che per giorni il rosso continuava ad affiorare. Chissà se era vero, o solo un’impressione.

Chiudo gli occhi e penso. Mi appare un’altra fotografia, ma quella non la metto, te ne parlo e basta.
Vicino alla sua testa c’è un biglietto (da diecimila lire, mi pare). E un accendino. E un sasso… L’ho raccontato molte volte: è a causa di quel sasso che la foto non riesco più a vederla, così non sono sicuro fosse un biglietto da dieci.

In occasione di varie iniziative m’è capitato di parlare del G8 di Genova come di uno spartiacque, come di un “fatto periodizzante”: uno di quelli che crea un prima e un dopo, nella memoria collettiva e nelle vite individuali di chi ne è rimasto colpito o coinvolto. Ricordo una lunga chiacchierata con Stefano Tassinari (scrittore e amico mai abbastanza rimpianto) in cui definivamo Genova un trauma, a cui ognuno ha reagito a modo proprio: un trauma per tutti, da cui si dipanano le matasse delle storie e delle sensibilità individuali. Pure per me Genova è uno spartiacque, nonostante fossi assente nel luglio 2001. Anche per me una vita diversa comincia lì…

Ma non vorrei che questo intervento fosse inteso come nostalgico, quasi che l’ormai vicina ricorrenza sia un fatto riguardante pochi “reduci” che, “laceri e stanchi”, ricordano le botte prese, le ingiustizie subite, le molte battaglie condotte dal luglio 2001 a oggi, con un bilancio amaro in termini di risultati ottenuti. Non lo vorrei, dicevo, perché il punto è diverso.
I fatti di Genova parlano di cose che riguardano tutti e tutte. Le questioni sollevate non interessano solo i reduci del 2001. L’omicidio di Carlo Giuliani (unico fatto davvero irrimediabile di quei giorni e unico, per tragica simmetria, a non essere entrato in un’aula di tribunale). La negazione del diritto a manifestare e la criminalizzazione del dissenso mediante il reato di devastazione e saccheggio e altri ammennicoli giuridici. L’intimidazione cilena della Diaz. Le torture di Bolzaneto e l’assenza nel nostro ordinamento del reato di tortura, inserito solo anni dopo e per di più annacquato (è stato introdotto come fattispecie “generica”, eludendo lo spirito della normativa internazionale che prescrive di individuarlo come reato specifico commesso da funzionari dello Stato). La mancata riconoscibilità degli operatori di polizia in servizio di ordine pubblico. L’atteggiamento di difesa corporativa delle forze dell’ordine e la loro copertura acritica da parte della politica…
Tutto questo in un elenco neppure esaustivo. E mica per dire che (già lo so, alcuni avranno il prurito di scriverlo) Bolzaneto o la Diaz siano state l’inizio di qualcosa. Perché, casomai, in quei giorni anche una generazione nuova semplicemente capì che la democrazia è questa cosa qui, non altro. Genova 2001, assieme alla strage delle Twin Towers poche settimane più tardi, è la nascita del ventunesimo secolo, dove viene ridefinita la politica internazionale e sconvolta la scala di priorità fra parole come diritti e sicurezza. Ed è anche la fine del ventesimo, che si apre con un ribelle che uccide un re e finisce con otto despoti chiusi in una cittadella, colpevoli dell’uccisione di un ribelle. Il capitalismo la sua guerra di classe l’ha stravinta, mica vinta, e non ha intenzione di fare prigionieri o di concedere condizioni dignitose ai vinti.

Insomma, oggi, vent’anni dopo, penso al luglio 2001. Perché siamo arrivati al periodo dell’anno in cui persone che vogliono affondare i barconi, oppure scrivono commenti inumani su corpi affogati, verranno a scrivere che Carlo era un violento. Politici che esprimono solidarietà “a prescindere” ad agenti della penitenziaria (per pestaggi che manco a Bolzaneto…) ricorderanno l’estintore. Uomini che augurano stupri disserteranno su quanto fossero violenti i black bloc.
Ecco perché, ti dicevo, non guardo più quella foto, il biglietto da diecimila, l’accendino, il sasso, la fronte spaccata. Però la ricordo bene, anche se non la mostro. Non ora, non qui.

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