C'era una volta il west

Da Chemako a Sangue sulle stelle

Se vuoi sapere di cosa sto parlando sarà meglio che recuperi le puntate precedenti:

Ora il racconto prosegue.
Nella vita reale arriviamo al 9 ottobre 1977. Niki Lauda ha già matematicamente vinto il suo secondo titolo di campione del mondo di Formula 1 con la Ferrari. Ne vincerà un altro nel 1984, tornando in pista dopo una pausa della carriera, ma quella è un’altra storia. Ciò che importa adesso è che il secondo titolo in rosso è amaro per i ferraristi. È il campionato dell’addio fra veleni e porte sbattute. E quel 9 ottobre diventerà importante per un passaggio di testimone, la cui rilevanza in quel momento nessuno coglie. Lauda, come detto, sbatte la porta e non partecipa neppure alle prove. Al suo posto c’è un giovane canadese, Gilles Villeneuve, praticamente un esordiente, in F 1 ha partecipato a una sola gara, il Gran Premio di Gran Bretagna dello stesso anno come terza guida della McLaren. Nella corsa di casa che stabilisce l’inizio della sua avventura con i colori di Maranello non lascia il segno, ma più avanti si capirà che quel passaggio Lauda/Villeneuve, al GP del Canada 1977, è forse il più epocale e affascinante fra quelli occorsi in Ferrari. Gilles, qui, scriverà una storia bella e intensa e crudele, fino all’8 maggio 1982, di cui in parte ti ho già parlato.
È il momento di tornare in edicola, sempre in quell’intorno di giorni…


Ho già detto che una delle caratteristiche di KP è l’essere assolutamente fallibile. Se non l’ho già detto, lo faccio ora. In effetti Omicidio a Washington si chiude con due errori gravi. Prima, il non aver sospettato di Donald Welsh (che si era presentato da agente indiano), poi la grave sottovalutazione della pericolosità dell’avversario, con corollario di quella ferita con cui, abbiamo visto, si chiude l’episodio. Quella pallottola gli toglie la memoria e ci regala uno dei primi “episodi cardine” della serie, Chemako.
Vittima di amnesia, Ken viene soccorso dalla tribù degli indiani Hunkpapa, dove gli viene dato il nome di Chemako, “Colui che non ricorda”. Qui, incontra Belle McKeever, moglie di un chirurgo dell’ospedale militare di Fort Browning. Inizialmente prigioniera riluttante, anche Belle accetterà gradualmente la nuova condizione, fino a diventare la compagna del capo indiano Ottawa.

Lungo la storia si palesano molti espedienti narrativi che Berardi e Milazzo useranno spesso nella prosecuzione della serie. Molti riferimenti/citazioni alla cinematografia western classica (da Soldato Blu a Un uomo chiamato cavallo); registri narrativi diversi, dal drammatico al sentimentale, vengono alternati e mescolati e a volte risolti in gag comiche; il confronto fra nativi americani e i coloni bianchi (a livello di personalità, usi, cultura, abitudini) si fa sempre più intenso.
Una nota particolare, sempre nel campo di espedienti ripetuti, va all’uso di riferimenti storici, spesso forzati nell’aspetto o nella collocazione temporale, ma sempre rispettati nel contenuto. Se in Omicidio a Washington Berardi aveva presentato Donehogawa, modificandone il destino rispetto alla realtà, in Chemako assistiamo a questa triste, nonché sbagliata, profezia:

Come nota Gianni Di Pietro in “KP Collection” n. 3 (Panini Comics) più che sbagliata la valutazione di Ottawa è persino ottimista. Nella realtà, una manciata di anni prima, «il primo conflitto cominciò per via di una mucca sfuggita a un mormone. L’animale aveva messo a soqquadro un villaggio di Brulé, fino a che Fronte alta, un Miniconju, l’aveva abbattuta. Il tenente Grattan, nonostante il Capo Orso che Conquista si fosse offerto di pagare i danni, pretese la consegna del colpevole … vistoselo rifiutare fece fuoco con un cannone contro il gruppo dei Sioux … provocando la reazione degli indiani». Insomma, a scatenare una guerra di vacca ne basta una.

Ho già accennato nel precedente articolo al ribaltamento di prospettiva nella narrazione della conquista del selvaggio West. Una cosa già avvenuta nel cinema da un bel po’ e che caratterizzerà parecchi numeri di KP, sempre senza cadere in una sorta di manicheismo al contrario. È così in Chemako, dove gli indiani sono oggetto di profonde ingiustizie, ma senza che questo porti Berardi a sostenere che la loro cultura, la loro visione del mondo, sia necessariamente “migliore” o da prendere come esempio tout court. Il rifiuto del manicheismo, però, non si ferma alla sola questione indiana. Gli autori cercano di proporre al lettore uno sguardo verso la realtà complesso e ricco di sfumature in ogni aspetto. Puoi vederlo proprio nel finale di Chemako.
Belle Mc Keever, dopo l’uccisione del capo indiano Ottawa, che amava e con cui aveva avuto un figlio, torna dal marito. L’uomo è molto diverso dal classico militare violento e ottuso, ma la sua apertura mentale non arriva ad accettare la passata relazione della moglie con un indiano. I due si lasciano, anche se senza strascichi di odio. Belle torna dalla madre con due bambini: il “mezzosangue” che ha avuto da Ottawa e Theba, figlio dell’indiana Tecumseh e orfano di padre, adottato da Ken durante la sua permanenza al campo Hunkpapa (più avanti lo conosceremo infatti come Teddy Parker). Una giovane donna, di fatto divorziata, comincia una nuova vita con due bambini, entrambi con sangue indiano nelle vene e uno neppure figlio suo…  Una sorta di famiglia allargata, multietnica, nell’America della seconda metà dell’Ottocento, per di più priva di “capofamiglia” (non devo spiegarti, spero, che sto utilizzando un lessico adatto a quel periodo storico, vero?).
Insomma, anche stavolta come in Omicidio a Washington siamo lontani dall’happy end. Ma la chiusura dell’episodio non è neppure tragico… In sostanza, il finale di Chemako è duro quanto realistico, e al tempo stesso si apre alla speranza, per quelle due nuove vite che Belle dovrà far crescere fra mille difficoltà.

L’episodio successivo, Sangue sulle stelle, è il primo in cui ai disegni troviamo un disegnatore diverso, Giancarlo Alessandrini, agli inizi di una fortunata carriera.
Mentre è diretto a Paradise City, Ken incontra Otis, il classico “simpatico vecchietto del west”. In città, reagisce con fermezza a un furto. Una fermezza che convince i cittadini più influenti a nominarlo sceriffo. Ken accetta, ma alle sue condizioni…
La trama non è esattamente originale, tra un vecchietto “spalla”, una prostituta di grande moralità, uno sceriffo ucciso ed evocato nel ricordo come esempio di rettitudine. Insomma, è la solita città dove i bulli spadroneggiano, nella complicità di alcuni e nell’ignavia della maggioranza.

Interessante, però, è l’ennesima sfumatura “politica” delle scelte di Berardi. Che non rende il proprio personaggio un eroe solitario che risolve la situazione, ma solo la miccia di un risveglio collettivo della coscienza dei cittadini. Questi riprenderanno in mano le redini della propria esistenza, mentre KP se ne va senza neppure che nessuno se ne accorga.

Questo è solo uno degli esempi possibili circa un’altra abilità di Berardi. Ti ho già detto che (anche, in parte, costretto dalle peculiarità del genere western) a volte si affida a stereotipi della narrazione, tanto a livello di personaggi quanto di situazioni. Ma pure in questi casi ha l’accortezza di aggiungere un tocco personale che rende quel personaggio o quella situazione diversi dal consueto. E a volte, va al di là degli stereotipi…

Il suicidio di Doris Hauffmann è straziante. Doris ha già perso il marito e lungo la storia viene ucciso anche il figlio, il piccolo Marcus. Ken non ha potuto proteggere il bimbo, né offrire nulla più di una vuota consolazione alla donna (altra caratteristica che caratterizza e lo caratterizzerà ancora: di fronte alle tragedie, spesso è spettatore impotente e può offrire alle vittime solo una sincera empatia). La scelta di Doris è disperata, certo, ma lucida e consapevole. A destra, l’ombra nera del suo cadavere, appeso alla corda, appare nel fumetto popolare italiano di quegli anni come un pugno nello stomaco, nella sua forza che nega anche stavolta qualsiasi sfumatura rassicurante.

Per quanto riguarda la cronologia, la prima didascalia di Chemako allude ai primi mesi del 1871, la permanenza al campo è sicuramente di alcuni mesi, nel corso dell’albo Belle resta incinta e partorisce, la fuga di Belle e Ken avviene durante una terribile nevicata… Diciamo che questo episodio abbraccia tutto il 1871 e da qui ci si sposta al 1872 e ai fatti di Sangue sulle stelle. È anche da notare che da questo momento in poi i riferimenti temporali nella sceneggiatura vanno scomparendo e la continuity interna, in termini strettamente cronologici, si fa più vaga. Farò un po’ fatica a seguirla e magari prenderò qualche cantonata, ma ci proverò. Tu prova a starmi dietro…


Torniamo alla vita reale. Il mondiale di Formula 1 è finito e la realtà ci costringe a occuparci di cose più drammatiche.

Il 2 novembre 1977 a Roma le Brigate Rosse hanno ferito il democristiano Publio Fiori. Il 16 novembre a Torino colpiscono il vicedirettore de La Stampa, Carlo Casalegno. Morirà il 29 novembre. Il giorno prima, a Bari, un giovane militante comunista, Benedetto Petrone, viene ucciso in un agguato fascista. «Fu il nostro battesimo di sangue», dirà l’allora presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ricordando l’omicidio nel 2006.
Qualcuno li ha definiti “di piombo”, altri “formidabili”, quegli anni. In parte sono vere entrambe le definizioni. Di certo, furono spietati.

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