Affatto

Tutto è vero di Giacomo Nanni

Giacomo Nanni è una persona cattiva. Perché scrive dannatamente bene, meglio di me, e non esita a sbattermelo in faccia. L’aveva già fatto con Atto di Dio (Rizzoli Lizard, 2018) e più recentemente l’ha ribadito con Tutto è vero (Rizzoli Lizard, 2021).

Io quando scrivo di un fumetto altrui verifico sempre se c’è qualche recensione on line. Più che altro per evitare di dire le stesse cose. Così ho scoperto che molti hanno già detto in tutte le salse che affermare «tutto è vero» è quasi come dire che nulla lo è. Quindi io non lo dirò. Anche perché pensavo di centrare il mese con tema Bugie, e allora aveva un senso. Con Strappi era già più difficile. Poi casini vari hanno fatto passare altro tempo ed eccomi col mese a tema Wonder Woman… Resto spiazzato, ma il pezzo c’è, ci tengo… Sarà meglio partire da qualcosa di diverso. Magari dalla paura. «Se c’è una cosa che è uno strappo nell’esistenza, è la paura», avrei scritto nel mese corretto. Con l’alter ego di Diana Pince può valere solo come contrasto con un’eroina che non ne conosce il sapore, ma almeno l’incipit è fatto.

Scopro dunque che uno dei primi lavori di Nanni è proprio Storia di uno che andò in cerca della paura (Coconino, 2007). Confesso, non l’ho letto. Rimedierò, mi sa. Il punto è: sembra davvero che un intento dell’autore sia analizzare, con un approccio diverso dal consueto, quello stato emotivo scatenato dal pericolo (o dalla sua percezione…).

In Atto di Dio è un capriolo a osservare il mondo. E’ sbucato da un boschetto, si muove spaventato (appunto) tra automobili in corsa. Non è l’unica voce che incontri lungo il racconto.

Una carabina pronta a sparare. Strumento atroce ma innocente. E’ la volontà di chi lo ha costruito e di chi lo impugna a renderlo portatore di morte.

Un terremoto. Fenomeno conosciuto e studiato, ma non per questo prevedibile o governabile.

Quindi: un animale, un oggetto, una manifestazione della natura. Nulla di umano, nella ricerca di una visione diversa da quella a cui siamo abituati. Tanto, poco cambia: umano o altro che tu sia, nessuno può dirsi davvero padrone del proprio destino. Forse nemmeno esecutore.
In Tutto è vero troviamo una cornacchia, che osserva e viene coinvolta nell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015…

Scusa, i pensieri portano in giro le dita sulla tastiera. Ci sarai abituato, non è la prima volta e non sarà l’ultima. Seguimi.

È Nanni a insegnarmi la storia del ponte dei suicidi nel parco di Buttes Chaumont. Mentre era stato Gianluca Costantini a raccontarmi la storia di Cherif Kouachi.
I fratelli Cherif e Said Kouachi sono fra gli autori della strage contro la sede del giornale satirico francese. Vengono uccisi poco dopo, il 9 gennaio, in un conflitto a fuoco con la polizia. Di origine algerina, ma nati in Francia, i due avevano già precedenti legati alla jihad, specie Chérif, condannato anni prima. Era coinvolto nel reclutamento di jihadisti da mandare in Iraq. La cellula si chiamava proprio “Buttes-Chaumont”, dal nome del parco. Parlando di quel periodo, molti lo descrivono come un disadattato e un teppista più che come un estremista. Indottrinamento e radicalizzazione sembra siano avvenuti in carcere.

Nemmeno ricordo chi, in un’intervista di tanti anni fa, mi disse «non ho mai visto nessuno uscire migliore dal carcere». Lo dice anche Costantini, per Cherif. Guarda:

Veniamo al parco parigino di Buttes-Chaumont. Deve portare anche un po’ sfiga, eh, perché come dicevo prima è lì che si trova un ponte in pietra e mattoni noto come ponte dei suicidi. Non è un’esagerazione: sarà l’altezza o non so cos’altro, per molti anni è stato luogo di una sinistra preferenza, il posto scelto da chi vuole farla finita. Un poeta, Louis Aragon, si recò qui in compagnia di André Breton e Marcel Noll. Ne parlò ne il Sentimento della natura al Parco dei Buttes-Chaumont come di un luogo “dove ogni malumore si dissipava, sotto una speranza immensa e ingenua”. Immagine bella ma non per tutti, evidentemente. Alla fine si è deciso di mettere delle reti di protezione sul ponte, per impedire di gettarsi nel vuoto. L’intervento ha risolto la questione, ma non ha tolto il sinistro soprannome e neppure il lugubre carisma.

Comunque sia, dicevo che al Parco, se sei di Parigi e non hai tendenze suicide, vai per tenerti in forma. Fanno così anche gli attentatori, mentre numerose specie di uccelli trovano il proprio habitat naturale. Pure le cornacchie, per l’abbondanza di cibo sparso e l’assenza di volatili “nemici”.
Anche le cornacchie possono vivere il carcere. Nel loro caso si tratta di una voliera chiusa da sbarre metalliche, che lascia visibile un altro esemplare che non appartiene, però, al medesimo stormo, e viene visto quindi come un intruso. Il resto del branco, proprio per quella percezione di intruso, vuole cacciarlo via (la vedi una metafora sugli atteggiamenti della specie umana?). Ma se entri nella gabbia non ne esci più: è impossibile, da dentro, dispiegare le ali e passare per la stretta maglia di metallo…
La vedi un’altra metafora sulla condizione carceraria degli umani? Senti quanto torna, qui, quel «Non c’è niente di più sospetto di qualcuno che ha paura di te»?

Lo dico dall’inizio. Il ragionamento attorno alla paura è centrale nel lavoro di Nanni. Lui invita il lettore a conoscerla, a capirla, e in generale a comprendere ciò che ci circonda. Perché la realtà ci spaventa per la sua complessità. Per questo tendiamo a semplificarla in categorie manichee. Con scarsi risultati, però, nello sconfiggere la paura. Perché tutto è vero, appunto. Anche e soprattutto ciò che non vogliamo vedere perchè, guarda un po’, ci terrorizza. E siccome noi certe cose non le vogliamo vedere, ecco diventare importante la scelta di punti di vista alieni. Forse è ora di esplorare visioni del mondo che non siano antropocentriche, sembra voler dire Nanni. E chissà che, dopo capriolo carabina e terremoto nel libro precedente, la cornacchia non sia voluta anche per quel suo colore che la caratterizza nell’immaginario come portatrice di sventura (in varie mitologie-religioni il corvo è considerato messaggero degli dei). Una macchia nera inquietante sulla pagina, come accade anche per altri personaggi…

Una bella differenza, restando fra animali, fra la cornacchia, istintivamente detestabile, e il tenero capriolo di Atto di Dio

Il più recente lavoro di Nanni prosegue dunque in una ricerca, concettuale e grafica, già tracciata nel libro precedente. La prosa è verbosa, distante dal fumetto classico. Pochi balloons e rispetto ad Atto di Dio la prevalenza delle parti puramente testuali si fa ancora più marcata, mentre il tono appare distaccato e freddo, anche nei momenti più coinvolgenti. Una freddezza che coinvolge anche il segno grafico, con la tavola generalmente divisa in due strisce e caratterizzata dal segno puntinato. Una sgranatura che richiama non solo i fumetti delle origini, con quella qualità di stampa tanto diversa dalle possibilità del digitale, ma soprattutto una realtà lontana, aliena, enfatizzando ancora maggiormente quella narrazione distaccata. Ma sulla tecnica faccio prima a citare l’autore, intervistato da Virginia Tonfoni per “Il Manifesto” (inserto “Alias”, 3 aprile 2021).

«Nel libro precedente avevo lavorato in digitale separando i tre colori primari più il nero, direttamente sui tre canali della quadricromia, il procedimento che permette di stampare qualunque tonalità di colore come sovrapposizione dei quattro inchiostri tipografici. Era una tecnica ispirata ai procedimenti precedenti l’avvento del colore diretto e dello scanner. I fumetti di super eroi erano stampati così fino agli anni ‘70, per intenderci. Per il nuovo libro ho trasportato la stessa tecnica sulla carta trasparente, l’acetato. Quindi ho separato i tre colori su fogli diversi, sovrapposti tra loro utilizzando pennarelli acrilici e un attrezzo per grattare che mi ha permesso di ottenere diversi tipi di retinatura. È un discorso un po’ tecnico, più facile da vedere che da descrivere. Ogni vignetta è disegnata separatamente dall’altra come un’opera a sé stante, perché i colori si sovrappongono in modo diverso a seconda del disegno.»

Spero tu ci abbia capito qualcosa. Io l’ho perso a «separando i tre colori primari». A me basta concludere dicendoti che Tutto è vero è un libro amaro e bellissimo. In cui la società degli umani non viene giudicata (ma neppure assolta…) e in cui non si condanna (ma non si assolve…) chi quella società la vuole scardinare con la violenza. La violenza, appunto, sembra unica costante, unica caratteristica che unisce animali e uomini. Chiusi in gabbie o voliere, sbattiamo le ali nervosamente, un’intenzione di volo senza speranza di fuga.

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