«I molti non colgono la vera natura delle cose»

Francesco Pelosi | Ritratti |

[Negli episodi precedenti: per salvare l’immaginario dalla reiterazione a cui l’hai condannato, le tre facce giganti di Milos Baffo, Errantes e Il Biondo ti affidano il compito di uccidere i 12 Archetipi. Il primo, Josif K, l’Innocente, è già davanti a te.]

disegno di alpraz

«Mi domando spesso se Will Turder, l’integerrimo ranger inventato da G. P. Beretta si sia mai sentito costretto nei suoi panni di eroe infallibile, senza macchia né dubbi, in cui continuano a relegarlo gli autori. Persino al pompatissimo e impomatato Steel Man, il primo supereroe americano, più vecchio di lui di dieci anni, vengono concesse vacanze in mondi alternativi o in storie distopiche in cui poter vivere qualche episodio senza poteri o nei panni di un vecchio, di un ragazzino, di un cattivo o persino – ommioddio! – di una donna. Ultimamente ne hanno proposto una versione afroamericana, una cinese e anche una omosessuale. Anni fa l’hanno pure fatto morire. Ma a Will Turder, povero lui, tutto ciò non è permesso. Nessuna deviazione dalla strada maestra, nessuna variazione di canovaccio, pena le ire dei lettori. Will è solido, granitico e non sbaglia mai né una battuta né un colpo. Figuriamoci se può sbagliare cesso in cui pisciare. Sono sicuro che se avesse parole sue e se potesse esprimere i suoi veri sentimenti – lontano dagli occhi affamati e instancabili dei suoi geriatrici aguzzini- non potrebbe che confessare l’amore mai sopito per il suo pard. “Ti amo, vecchio cammello!”, gli urlerebbe. E poi schioccandogli un sonoro bacio in bocca, si getterebbe a sgominare l’ennesima banda di manigoldi.»

«Mi ha sempre incuriosito l’evoluzione della carriera dello sceneggiatore genovese Piergiorgio Patrizi, divisa nettamente a metà fra le due opere che lo hanno reso celebre, quasi antipodiche. La prima, ambientata nella seconda metà del XIX secolo, parla di un cacciatore di taglie redento,  progressista, antirazzista e no global ante litteram, che arriva persino ad uccidere un poliziotto durante una manifestazione di piazza per proteggere un operaio. Mentre la seconda è dedicata a una ricca e famosa sociologa dei giorni nostri col pallino delle indagini, dogmatica, borghese e sostenitrice dello status quo e del way of life capitalista. Viene da chiedersi, forse provocatoriamente, quando si sia sbagliato, se in gioventù o in vecchiaia.»

da Fumetto. Un canone necessario di Alessandro Paoli (Oblò APS, 2017)

Prima.
«Si, ti aiuterò».
La tua risposta sembra un’eco perduta. Rimbomba come uno spettro sulle pareti della Galleria Dozzinale, l’inconcepibile istante-luogo in cui ti trovi.
Le tue labbra non si sono ancora richiuse che già nella tua mano è apparsa la Matita-da-Battaglia che fa ZAC. La senti familiare sul palmo, pur non avendola mai nemmeno immaginata prima.
Non hai ancora cominciato a recuperare l’aria appena espulsa, che l’oggetto produce il suono che gli dà il nome, affondando nel corpicino di Josif K., lì davanti a te. I puntini rossi del suo pigiama giallo cominciano a scomparire all’altezza del cuore. Si uniscono fra loro, come un macabro gioco enigmistico, formando una chiazza unica, un grosso alone rosso scuro. Gli occhi di Josif ti guardano vuoti. La bocca sembra sorridere, leggera. Poi, l’Archetipo dell’Innocente cade a terra e tu hai compiuto il tuo primo omicidio.
Guardi le tre enormi facce di Milos Baffo, Errantes e Il Biondo e loro ricambiano, assentendo. Il respiro ti incalza in petto, hai brividi per tutto il corpo. Hai fatto il tuo dovere, certo. Ma hai appena cominciato.
Nella Galleria si apre un buco. Una sfera che rispecchia un altro mondo.
«Attraversala», dicono i tre all’unisono. «Non c’è molto tempo».
Il respiro si quieta e i brividi diminuiscono. Dai un’ultima occhiata al cadavere del piccolo Josif steso a terra, poi appoggi la mano sulla superficie sferica che in un attimo ti risucchia, spargendoti fra le dimensioni.
Quando, dopo un viaggio immobile di durata indefinita, ti si para davanti un’altra sfera e attraversi anche quella, la prima cosa che senti arrivando di là è il vento caldo e secco sulla faccia. Schianti il culo sulla sabbia e ti ritrovi in mezzo al deserto. Ci sarà da camminare, pensi.

La città è abbandonata. Scheletrica. Una città fantasma in piena regola. Gli edifici crollati, sembrano stracci di ferro e legno, ma si riescono a leggere ancora le insegne. Ufficio dello Sceriffo, Emporio, Tribunale, Saloon. Il Saloon è l’unico ancora in piedi. Ti avvii. Il trench che indossi (senza ricordare quando ti si è palesato addosso) è carico di polvere e la tua gola brucia di sete.
Camminando fin lì, attraverso tutto quel nulla di sabbia, hai avuto modo di ripensare agli eventi dell’ultimo anno. La prima sera che hai sfidato il coprifuoco, uscendo nel buio dei borghi vicino casa tua. La paura delle guardie, la fuga e l’arrivo al bar che non c’è. Big En, Testa Grossa e tutti gli altri strani esseri incontrati laggiù, protagonisti dei tuoi fumetti preferiti. Tutte le serate passate con loro da quel momento, il Mago, il Marinaio, la Wilma, la Karla e… Il gigante che ti ha mangiato. Il luogo mutevole in cui ti trovi ora è la pancia del gigante. Le viscere in cui vive l’immaginazione. Proprio un anno di merda pensi, attraversando la porta del Saloon.
Sul pavimento c’è una donna. Una donna morta. Ti chini per guardare meglio e scopri un volto che già conosci. Anche se ringiovanita, non hai dubbi: è Giancarla, la generalessa in tailleur che entrò una sera al bar che non c’è, per far finire la festa. Anche da morta è elegante e ha l’aria raffinata, pensi. Ma ha comunque l’espressione più noiosa che tu abbia mai visto.
Quella sera, il bar di Big En era pieno di donne cowboys. È lì che hai conosciuto Wilma e Karla e hai fatto amicizia con loro. Wilma ti guardò e rivolgendosi alla sua futura sposa disse: «Un fiorellino di campo è volato sin qui stasera!»
Alzi la testa di scatto, verso la voce che arriva dal fondo del locale. Le parole sono identiche, il tono anche. Ma chi avanza verso di te non è Wilma. O meglio, non ancora.
Will Turder, con il suo passo deciso e l’espressione intagliata nella pietra, ti si para davanti.

«Ci si rivede finalmente, fiorellino!»
Il sorriso è lo stesso. Ma gli occhi, così allegri la notte del suo matrimonio con Karla – la notte in cui hai rovinato tutto non lasciando che il gigante li divorasse – sono scuri e tristi. Minuscoli nell’incavo delle occhiaie.
«Giancarla te l’ho ammazzata io. Ho dovuto farlo fuori scena, perché io non uccido se non per legittima difesa, sai… Ma anche lei, come me, era un Archetipo. L’Angelo Custode. Ho pensato di farti un favore, insomma».
Guardi Will Turder – guardi Wilma – e le sue parole ti hanno già scavato un fosso nell’anima. Dovrai ucciderlo. Anzi, dovrai ucciderla. Anche lei è un Archetipo. Te lo dici come fosse una novità, ma già lo sapevi. Chi altro poteva incarnare l’ideale del Guerriero?
«Perché…»
La frase ti rimane in bocca. Non sai come dirlo. Ma ci pensa Will, a toglierti dall’impaccio.
«Vuoi chiedermi perché sono ancora così? Ancora maschio?»
Fa una pausa e ti sorride, mentre gli occhi dicono tutt’altro. Voragini di disperazione.
«Sono maschio perché qui, nell’immaginazione collettiva, non posso scegliere. Qui scelgono gli altri. I lettori. E Will Turder non può decidere chi essere né chi amare. Decidono loro per me. Decidete voi».
«Ma se io… Se il gigante… Insomma, se…»
Non riesci a trovare le parole. È colpa tua, e lo sai. Non c’è altro da dire.
«Se il gigante ci avesse mangiati tutti», continua Will, «se fossimo morti laggiù, nella realtà, al bar che non c’è, non mi troverei qui in questi panni, no. Sarei viva nell’oblio. Viva insieme alla mia Karla. Siamo storie vecchie, incancrenite dall’ossessione degli autori e dei lettori. Ma per fortuna, c’è un altro modo».
E stavolta riconosci gli occhi di Wilma dentro a quelli di Will.
«Non è colpa tua, in fondo», ti dice, «tutti in un modo o nell’altro ci aggrappiamo disperatamente a quel che conosciamo. E quel che conosciamo è solo il passato. Un’illusione. Proseguendo nel tuo viaggio incontrerai una bambina. Proteggila. Lei è l’immaginazione del futuro. E non tutti fra noi vorranno abbandonare l’esistenza così facilmente come me. Non tutti si faranno uccidere. E poi c’è l’Ombra. Quella è la più pericolosa. È da lei che dovrai proteggere la bambina».
E così dicendo, la mano di Will Turder estrae la colt dalla fondina e se la infila in bocca. Wilma ti lancia un’ultima fugace occhiata e poi preme il grilletto.

«BANG!», fa.

Il suono che si porta via la più grande eroina del fumetto popolare.

[Continua] 

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