Una pietra sopra

«C’è solo questo!»: l’insegnamento di Shigeru Mizuki

L’8 marzo 1922, esattamente un secolo fa, nasceva a Osaka Shigeru Mizuki. Un fumettista straordinario, tra i più grandi narratori del secolo scorso, ha vissuto a lungo e intensamente. È morto il 30 novembre 2015 e, fino alla fine dei suoi giorni, abbiamo goduto della sua presenza raccontataci con assoluta puntualità dall’account twitter a lui dedicato.
L’opera di Mizuki meriterebbe una sistematizzazione che difficilmente vedremo. J-Pop sta dedicando alcuni bei volumi a Kitaro dei cimiteri, il suo personaggio più importante, e sta pubblicando, proprio in questi mesi, Showa, un affresco storico e autobiografico di grande bellezza.
Tra il 2012 e il 2019, Rizzoli Lizard ha pubblicato quattro suoi fumetti dimportantissimi:
NonNonBa, Verso una nobile morte, Hitler e La guerra del riso e del ferro. Ho scritto le prefazioni dei primi due. Ripropongo qui, in occasione del centenario della nascita e in forma di “Una pietra sopra”, quella per Verso una nobile morte.
In tempo di guerra, è utile tornare a quei pensieri.

Trenta anni sono un sacco di tempo. Per molti di noi costituiscono gran parte della vita: il periodo, necessario o sufficiente, per passare dall’infanzia alla maturità, dal gioco da bambini all’indipendenza e all’autonomia. In trent’anni, i ricordi si stratificano, si confondono, perdono nitore, si offuscano… Anche le ossessioni e le nevrosi, alimentandosi di loro stesse, riverberano delle memorie altrui, dei racconti – fatti o sentiti – e dei libri letti, dei film visti, dei dischi ascoltati…

Trent’anni sono un sacco di tempo. Per molti di noi, ma non per Shigeru Mizuki. La sua straordinarietà non è solo autoriale. Egli è anche incredibilmente longevo e non tanto, non solo, per i novantuno anni di vita appena superati. Ma, soprattutto, per l’incredibile capacità di sopravvivere a tutto che ha mostrato nel tempo.

Nel 1943, il ventunenne Mizuki è al fronte a combattere una guerra cui sente di non appartenere. È stato precettato dall’esercito nipponico e strappato alla pigrizia che, da sempre, considera il proprio maggior pregio. Dorme tantissimo, Shigeru. Lo ha sempre fatto e crede che sia proprio in questa sua straordinaria attitudine al sonno il segreto della sua longevità. La chiamata alle armi lo allontana dal sonno, dell’amato disegno e dai racconti di fantasmi giapponesi cui è stato introdotto – come sa bene chi ha letto il meraviglioso NonNonBa – dalla tata superstiziosa, ma colma di storie magnifiche e spaventose. Il primo incarico assegnatogli è di trombettiere, ma con quello strumento non ci sa proprio fare: strappa a fatica suoni flebili e sgradevoli, incapaci di chiamare l’adunata di animi guerrieri. L’esercito giapponese è, in quel momento, una sciocca scuola di vita la cui pedagogia idiota si fonda su ceffoni e insensati ordini, gridati per spingere al patriottismo: per il giovane Shigeru, incapace di soffiare nella sua tromba, la vita è un inferno. Continue corse solitarie in cortile fino alla rovinosa caduta con il cuore sul punto di scoppiare. Le punizioni si accumulano e diventano insopportabili. Quando Mizuki si lamenta e chiede di essere trasferito, l’ufficiale addetto alla definizione dei ruoli e delle mansioni è sbrigativo. Gli chiede «Nord o Sud?». Il soldato inconsapevole risponde «Sud» e, come punizione per la dabbenaggine dimostrata, ottiene di essere mandato in prima linea, perché affronti un’onorevole morte, a Rabaul, Papua Nuova Guinea.

Trent’anni dopo, quell’esperienza, terribile e insensata, che lo ha visto sopravvivere a tutto, diventa un fumetto: trecentosessanta pagine di racconto, uscito per la prima volta in Giappone nel 1973, quando a nessuno – né in Europa né in America – sarebbe mai venuto in mente di parlare di graphic novel. Mizuki sopravvive a tutto. Sopravvive alla morte della sua squadra, alla perdita del braccio destro, che gli viene strappato durante un bombardamento aereo, alla malaria e alle infezioni. Sopravvive, soprattutto, all’insensatezza dell’onore militare che spinge gli ufficiali a ordinare che la sua squadra parta per un’assurda missione suicida.

«Vero al 90%», afferma Shigeru Mizuki parlando di Verso una nobile morte. Questa dichiarazione, di solito vergata sulle copertine dai dipartimenti marketing di un’industria editoriale in affanno, si rivela necessaria, perché i codici usati da questo fumetto sembrano indicare un registro satirico e grottesco tanto nell’impianto visuale del racconto quanto in quello narrativo.

Il disegno muove su due piani di rappresentazione apparentemente inconciliabili: da un lato le figure caricaturali dei soldati, espresse con un segno esasperato e spesso comico, dall’altro il realismo degli ambienti dettagliatissimi, delle armi e dei nemici spaventosi e dei commilitoni morti e scarnificati. È solo la maestria nella costruzione della pagina e nella definizione prospettica attraverso fitte tessiture di segni a rendere accettabile agli occhi del lettore, dopo appena poche pagine, questo conflitto visuale, apparentemente insanabile.

Il racconto è pregno di una ridda di assurdità che fanno spesso tornare alla mente la satira feroce di Comma 22 di Joseph Heller. I soldati giapponesi, in pieno contrasto con l’idea di inarrestabili macchine da guerra inoculataci da tanta cinematografia, sono svogliati e spaventati, fiaccati dalla fame, dall’astinenza e dalla fatica. Vittime delle angherie di ufficiali insensati che li spronano a suon di sonori ceffoni, muoiono, pagina dopo pagina, in modo dissennato. A decimarli progressivamente non sono sempre i nemici: pericoli peggiori vengono dall’imperizia, dalla distrazione, dalle malattie e dalla stupidaggine umana.

Shigeru Mizuki è uno dei padri fondatori del manga moderno. Con Osamu Tezuka e Shotaro Ishinomori, appartiene al trittico di autori che ha definito le regole del fumetto nipponico nel dopoguerra. Tezuka e Ishinomori sono costruttori di storie interessanti (omoshiroi, dicono i giapponesi) capaci di spaziare in generi lontanissimi, dal fantastico al racconto ecologista, dall’epica al melodramma, dalla ricostruzione storica all’horror. Mizuki è un attento osservatore degli uomini e della natura, convinto che il nostro mondo sia popolato da spettri e creature fantastiche.

Raccontando le proprie memorie dal fronte, quelle poi trasformate in fumetto e finzione in Verso una nobile morte, ricorda come è sopravvissuto all’attacco nemico che ha debellato la sua squadra:

«Una volta, a Rabaul, ero di guardia. Il mio incarico era di controllare le navi nemiche nell’Oceano con un telescopio. Ma invece di guardare il nemico, guardavo i pappagalli… Ero affascinato da quanto fossero belli. Stavo ammirandoli con tale trasporto che non mi ero reso conto che era giunto il momento di svegliare tutti. Ero in ritardo di due o tre minuti e questo bastò a salvarmi la vita. Proprio in quel momento, alle 5 o 6 di mattina, il sole sorse e quello era il momento migliore per un attacco. Così mentre tornavo al campo dove il resto dei soldati stava dormendo, i nemici erano già in posizione, trattenendo il respiro, pronti a ucciderci tutti. Me compreso. Ma, siccome stavo ammirando i pappagalli, ero in ritardo e non ero con gli altri quando i nemici cominciarono a sparare. Immediatamente scappai invece di tornare dal gruppo. Fui il solo a sopravvivere, senza alcuna ferita. Due o tre furono solo feriti. Gli altri furono uccisi.»

La codardia, la distrazione, la pigrizia e la volontà di godere della bellezza della natura e degli spiriti della tradizione giapponese sono le chiavi della sopravvivenza di Shigeru Mizuki. Una tattica che funziona, infallibilmente, da oltre novant’anni. E che, nonostante l’amore per spettri e yokai, lo tiene alla larga da qualsiasi superstizione. Tanto da quelle che avvolgono l’ordinamento sociale, magnificando la giustizia di una nobile morte in guerra, quanto da quelle che si acciambellano nella tranquillità di una speranza divina. Un attaccamento alla vita così forte da portarlo a dire: «Che differenza pensi faccia un singolo uomo in tutto questo? Se muori, lo fai per niente. Non c’è un altro mondo là fuori, dove tutto andrà bene. C’è solo questo!»

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