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Chester Brown e i piedi di Gesù

Chester William David Brown, il fumettista canadese noto più semplicemente come Chester Brown, è nato nel 1960 all’interno di una famiglia di fede battista. Per chi ama i suoi fumetti autobiografici (penso a Il playboy, Non mi sei mai piaciuto e Io le pago), la sua problematica formazione religiosa non è nuova, ma nel 2016 Brown, pubblicando Maria pianse sui piedi di Gesù (suo ultimo lavoro fino a oggi), dichiara specificamente nelle note del volume di considerarsi cristiano. Sulla copertina dell’edizione italiana di Bao Pubblishing si legge poi che si tratta di «un “graphic novel” contenente l’adattamento di alcune storie bibliche».
La cosa, messa giù così, potrebbe essere respingente per molte persone che mal sopportano la chiesa cattolica o, al contrario, ci potrebbe essere chi, conoscendo il lavoro pregresso di Brown, specie quello di Io le pago dove l’autore racconta nel dettaglio la sua esperienza con il sesso a pagamento e il perché da molti anni non pratica che quello, potrebbe vederla come offensiva. In più, il sottotitolo recita: «Prostituzione e obbedienza religiosa nella Bibbia». Decisamente un libro difficile a cui approcciarsi.

La mia prima reazione nei suoi confronti, da persona nata e cresciuta in ambiente cattolico e che ha imparato presto a disprezzarlo, è stata appunto quella di diffidenza. Avevo letto da poco Io le pago e, pur avendolo amato profondamente, con Maria pianse pensavo mi sarei trovato di fronte all’opera di un credente che cerca di dimostrarmi come la sua personalissima visione della vita (il fatto che la prostituzione non sia da biasimare ma che anzi sia un segno di evoluzione sociale) fosse già insita nella Bibbia. Inoltre, non riuscivo proprio a capire cosa volesse significare quel titolo: Maria pianse sui piedi di Gesù mi sembrava solo una di quelle frasi che ascoltavo svogliatamente a messa da bambino.
Ho impiegato un po’ prima di decidermi a leggerlo e probabilmente, se nel frattempo non avessi letto Al capolinea di Joe Matt, non l’avrei mai fatto. In quel libro, esattamente come in Io le pago di Brown, si vedono spesso i due autori insieme al terzo amico fumettista Seth, conversare al bar o per le strade di Toronto a proposito delle loro ossessioni e debolezze (nel caso di Brown la prostituzione, in quello di Matt la masturbazione compulsiva davanti a film porno). I “Toronto Three”, come i tre sono soprannominati, mi hanno così conquistato. La loro finta amicizia sulla carta, scevra da moralismi, mi ha fatto idealmente affezionare all’amicizia che i tre hanno nella realtà e mi sono sentito in dovere di dare fiducia a Brown.

Appena iniziata la lettura di Maria pianse il segno gommoso e geometrico del fumettista mi ha, come ogni volta, catturato e la sua narrazione quieta e spietata, algida nell’orrore come nella meraviglia, mi ha fatto subito capire che, comunque sarebbe andata, avevo fatto bene a superare i miei pregiudizi. Spingendomi sempre più in profondità poi, fino a essere fagocitato dalle quasi cento pagine di note, ho definitivamente capito che, seppur come mi aspettavo Brown cerca di avvallare la sua visione della prostituzione attraverso una rilettura della Bibbia, Maria pianse sui piedi di Gesù è davvero una gran libro. Un’opera dal meccanismo complesso e che funziona come un rompicapo le cui soluzioni si svelano a seconda del grado di attenzione e approfondimento che decidi di concederle.
Può essere vista come una raccolta di racconti di finzione, come una rilettura mitologica, come l’interpretazione di un testo sacro fatta da un credente, come un saggio letterario e, ovviamente, come tutte queste cose insieme. La sua potenza non ne verrà scalfita, ma anzi, ampliando la possibilità dei punti di vista, e magari decidendo di farli convergere lasciando da parte i pregiudizi (la fede come lo scetticismo) ci si troverà di fronte a un libro come pochi altri.
La scelta dell’autore di allegare al fumetto così tante pagine di note in prosa (ma forse più che di scelta bisognerebbe parlare di necessità ossessiva, visto che a un certo punto appaiono le note alle note e persino una nota che è un breve racconto a fumetti) fa sì che Maria pianse si sveli al lettore quanto più questi decida di seguire l’autore nella sua disamina. Senza le note, a meno che chi legge non sia un esegeta o un profondo conoscitore della Bibbia, la lettura è tronca, completamente diversa da quella che appare dopo l’esplorazione delle appendici. 

Inizialmente, potrebbe sembrare che le storie raccontate nel libro non abbiano un unico collante tematico. Alcune riguardano la prostituzione o atteggiamenti a essa assimilabili (le storie di Tamar, Rahab, Rut, Betsabea e Maria di Betania, la prostituta che unge i piedi di Gesù nei Vangeli canonici), altre riguardano episodi o parabole celebri (Caino e Abele, i talenti e il figliol prodigo) e poi ce ne sono due, brevi, ancora più slegate: una su Maria e l’angelo che le annuncia la gravidanza e una, inventata dal fumettista, che rappresenta l’apostolo Matteo mentre scrive il suo Vangelo.
Stando alla bibliografia che chiude il volume e a quanto afferma nella postfazione, Chester Brown è un lettore appassionato di libri sulla Bibbia, soprattutto per quel che riguarda le sue versioni cosiddette apocrife e le interpretazioni che tendono a scardinarne l’impianto teorico che ha plagiato la nostra cultura. I due scrittori che gli hanno fatto scaturire l’idea di Maria pianse, sono Jane Schaberg, professoressa universitaria di studi biblici e studi sulle donne, e John Dominic Crossan, ex-sacerdote e insegnante, i cui lavori propongono una visione di Gesù in aperto contrasto con quella tradizionale della Chiesa, desacralizzando e smitizzandone la figura. Proprio nell’analisi che Crossan fa della parabola dei talenti nel suo The power of parable, Brown ha trovato il primo spunto per il fumetto.

Crossan, basandosi sulle affermazioni che fa lo storico cristiano del primo secolo Eusebio relative al Vangelo dei Nazareni (testo perduto sul quale alcuni pensano che Matteo abbia basato il suo Vangelo), propone che la celebre storia del padrone che dà in custodia i suoi talenti a tre servi, abbia un finale diverso. Nella versione canonica, il primo e il secondo servo raddoppiano i loro talenti, mentre l’ultimo nasconde il suo unico talento per paura di perderlo e al ritorno del padrone per questo viene punito (il senso comune ben accoglie questa morale: il classico «fai fruttare ciò che hai, altrimenti…»). Stando a quel che dice Crossan invece, Eusebio riporta un altro sviluppo della vicenda: «[un servo] usò la proprio fortuna con prostitute e musici, uno investì il denaro e ne aumentò la quantità e uno la nascose. Il primo fu accolto a braccia aperte, il secondo fu biasimato e solo il terzo venne rinchiuso in prigione».
Brown dice di essersi ricordato allora degli scritti di un altro studioso, Yoram Hazony, che «affermava che diverse figure della Bibbia Ebraica (conosciuta dai cristiani come l’Antico Testamento) ottenevano il favore di Dio perché si opponevano alla sua volontà».
Gli è nata così l’idea di auto prodursi un «mini-fumetto» dove rappresentare questa visione della parabola dei talenti (in cui ovviamente il ruolo della prostituzione e di chi ne usufruisce era centrale) per sottolineare l’importanza della “disobbedienza” nelle questioni spirituali. Quando si accorse che anche la parabola del figliol prodigo – che sperpera tutta l’eredità del padre con le prostitute e poi viene riaccolto a casa ben più calorosamente del fratello rimasto a lavorare i campi per la famiglia – aveva lo stesso messaggio, Brown capì di aver trovato qualcosa di interessante e soprattutto che il fumetto sarebbe diventato più lungo.
Scrive: «[la parabola dei talenti] non parla solo di prostituzione. L’idea che siamo proprietà di Dio e che siamo suoi servi è antica (…). [Ma] Dio era considerato da Gesù un padre amorevole, e penso che volesse contrastare la fredda metafora del Dio-padrone di servi. Un  motivo particolare per cui il padrone abbraccia il puttaniere nella parabola è perché in lui identifica colui che non ha agito da servo. Ha accettato che ciò che Dio ci ha dato è nostro e soggetto al nostro volere. Dio non si aspetta né vuole obbedienza».

Il collegamento fra queste parabole “disobbedienti” (così come anche con la storia di Caino e Abele, dove quest’ultimo si ribella all’ordine divino di lavorare la terra divenendo un pastore, e il cui sacrificio di una pecora viene poi accettato da Dio, al contrario di quello del fratello “ubbidiente” Caino) e le altre storie sulle prostituzione arriva a Brown ragionando sui soldi che vengono “sperperati” nella parabola dei talenti e in quella del figliol prodigo.
Citando il Talmud, il fumettista mette a confronto i “tre livelli di carità” che i rabbini individuano: «il più alto consiste nel dare a qualcuno il lavoro con cui guadagnarsi da vivere. Il secondo con il dare soldi anonimamente. Il livello più basso, che è apprezzato ma cui non è data ammirazione, consiste nel dare soldi rendendolo noto alle persone».
Brown, pur riconoscendo che i rabbini del Talmud probabilmente disprezzavano la prostituzione, trova un forte parallelismo fra ciò che accade negli scambi fra i lavoratori sessuali e i loro clienti e il più alto livello di carità sopra descritto. Così gli torna in mente quanto aveva letto anni prima nel libro di Shaberg, The illegitimacy of Jesus, dove l’autrice mette l’accento sulla curiosa scelta di Matteo di inserire cinque donne nella genealogia di Gesù che apre il suo Vangelo, andando contro l’usanza che enumerava solo la successione maschile.
Le donne sono appunto Tamar, Rahab, Ruth, Betsabea e Maria, la madre del nazareno. Quel che incuriosisce Brown è il fatto che Tamar e Rahab, nelle storie che le riguardano, sono presentate o agiscono come prostitute, e anche Rut e Betsabea usano il loro corpo per migliorare la loro condizione sociale (comportamento che in qualche maniera le può accomunare a prostitute) mentre Maria, a quanto se ne sa, non ha nulla a che fare con questioni del genere. Anzi, è unanimemente conosciuta come la “Vergine”.
Le stranezze nella genealogia scritta da Matteo sono allora due: la presenza di cinque donne in un elenco solitamente riservato ai maschi e il fatto che almeno quattro di queste siano considerabili prostitute. Perché dunque Matteo ha implicitamente assimilato Maria a delle prostitute?
Nella The woman enciclopedia of miths and secrets di Barbara G. Walker si legge che «le sante meretrici venivano chiamate “vergini” perché non si sposavano». E ancora «La “Santa Vergine” era il titolo di una sacerdotessa di Ishtar, Asherah o Afrodite. Il titolo non intendeva alcuna verginità fisica». Questo fornisce a Brown un ulteriore appiglio per la sua tesi, quella che Maria, la madre di Gesù, fosse una prostituta.
A sostegno di ciò cita anche un passaggio del Vangelo di Marco, dove Gesù viene additato da alcuni passanti come «il falegname, il figlio di Maria» (Marco, 6:3), quando l’usanza era appunto quella di indicare i figli come discendenti dal padre e non dalla madre, sottolineando il fatto che Gesù fosse figlio di “padre ignoto”.
A questo punto il mini-fumetto sulla disobbedienza nella Bibbia si era trasformato in un graphic novel vero e proprio e Brown sentiva con tutto se stesso «che c’era una connessione tra tutte queste storie di meretrici e puttanieri».

La rivelazione finale, quella che ha poi dato origine al titolo che tanto a lungo mi ha tenuto lontano dalla lettura di questo mosaico folle e straordinario, è legata a Maria di Betania, la donna che nei Vangeli di Luca e Giovanni unge con il nardo i piedi di Gesù e poi li asciuga con i suoi capelli (in Matteo e Marco l’episodio viene raccontato ma non viene fatto il nome della donna).
Due sono gli elementi fondamentali per sviscerarne il significato: il primo riguarda il fatto che secondo alcune fonti citate da Brown, la parola ebraica per “piedi” veniva spesso usata come eufemismo di “pene”. Il secondo, è invece il fatto che in certe interpretazioni avere il capo scoperto per le donne era allora sinonimo di prostituzione. Dunque, stando a questi ragionamenti, Maria di Betania, colei che «piange sui piedi di Gesù, li bacia, li asciuga con i suoi capelli e li unge di nardo», rendendolo di fatto il Cristo (“l’unto”), era una prostituta. E in quella “lavanda dei piedi” che spesso anche i sacerdoti a messa richiamano, si può leggere l’eco di un antico rito sessuale.
«Anche se mi sbaglio», scrive Chester Brown, «il fatto che Maria [di Betania] mostri il capo durante l’unzione rende probabile il fatto che ci fosse un aspetto sessuale riguardante il rituale. Un rituale sessuale condotto da una prostituta? Una sorta di prostituzione sacra».
Ecco che quel titolo, Maria pianse sui piedi di Gesù, che puzzava così tanto di messa, preti e frasi ascoltate per caso nello sbadiglio dei catechismi pomeridiani, svela improvvisamente il suo messaggio provocatorio e irresistibile.

La visione del cristianesimo di Brown non ha nulla a che fare con le imposizioni e le morali comuni della Chiesa. «Mi interessa collegarmi in maniera personale con Dio, non imporre il mio credo agli altri», dice. «La mia comprensione della religione è stata formata dalla lettura di libri che enfatizzano un’interpretazione “mistica” delle letture (…), si concentra sull’interiorità».
E poi, a proposito del tema della prostituzione, aggiunge che secondo lui la fobia che la nostra cultura ha nei confronti dei lavoratori sessuali viene direttamente dalla Bibbia, e da tutte le mistificazioni che sono state fatte ai suoi testi di riferimento per nascondere l’importanza che queste figure hanno avuto nella storia:

«Con la diffusione del cristianesimo, si è allargato anche il pregiudizio nei confronti delle prostitute. Il risultato è che il sesso a pagamento tra adulti consenzienti è un crimine nella maggior parte del mondo. Sono convinto che chi non è cristiano e crede che la propria opposizione alla prostituzione abbia radici in motivazioni laiche non sappia ciò che dice. Quelle motivazioni laiche sono state influenzate dal cristianesimo».

Ora, non sono a conoscenza delle leggi sulla prostituzione in Canada, né se anche laggiù la professione sia così tanto legata a interessi illegali e a un tipo di sfruttamento molto vicino allo schiavismo. Da come Brown mostra la cosa nel suo lavoro precedente, Io le pago, sembrerebbe che lui viva in un mondo dove tutte le lavoratrici sessuali esercitano la professione per loro iniziativa e liberamente (come ben spiega nelle note di quel libro, nella sua difesa dei lavoratori sessuali e della prostituzione si riferisce solo a quelle e a quelli che lo fanno spontaneamente). Devo dire che, se fosse così, nemmeno io avrei nulla da ridire. Se la prostituzione fosse libera da magnaccia, sfruttamento e schiavismo, e fosse una scelta autonoma di ogni adulto che la vuole praticare o che ne vuole usufruire, sarei in totale accordo con Brown.
Tutto il suo discorso sulle origini lontane della nostra diffidenza odierna nei confronti di puttane e puttanieri (due parole da declinare nel genere che si preferisce) ha certamente delle argomentazioni convincenti, così come quello sull’amore romantico e sul fatto che prima del diciottesimo secolo era molto raro che la gente si sposasse per “vero amore”. I matrimoni erano combinati a seconda delle convenienze sociali e economiche e non c’era nulla di male dunque nel dare e prendere sesso per denaro.
In Maria pianse Brown amplia il discorso cominciato con Io le pago, cercando di dimostrare come già nella Bibbia la prostituzione fosse rappresentata e come fosse una componente importante della storia. Ovviamente, che si consideri la Bibbia un romanzo di fantasia o una cronaca fedele dei fatti (o qualsiasi altra cosa), l’operazione di Brown funziona ugualmente. L’importante non è avere la certezza o meno che Maria fosse una prostituta o che Gesù andasse a puttane, ma disinnescare certi meccanismi del pensiero che la cultura cattolica ha innestato nei nostri automatismi sociali.
Non so se questo era l’intento finale di Chester Brown, ma è certamente ciò che di notevole vedo io nel suo lavoro. Le parole con cui si chiude il libro, rivolte dal padre del figliol prodigo al figlio “ubbidiente”, sembrano comunque sottolineare questo aspetto:   

«Pur nella sua disobbedienza, tuo fratello è vivo. Tu, nella tua rancorosa sottomissione, sei morto. Credi che Dio voglia fedeli ciechi, che seguono semplicemente gli ordini?»

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