Interni

Biennale: Sogni di latte

(Le foto sono di Lella Parmigiani)

Ti consiglio un giro a Venezia in questi giorni. Hai ottimi motivi.
Affrettati. Fino a luglio non bisogna prenotare l’ingresso in laguna; poi, sarà a numero chiuso e pure tassato.
I canali sono più trasparenti e non emanano cattivi odori, la luce è splendida. È un museo a cielo aperto, nella sua stagione migliore. Ed è stata inaugurata da pochi giorni, il 23 aprile, la Biennale.
Quest’anno la Biennale d’Arte è curata da Cecilia Alemani, quella Alemani che dal 2011, quand’era trentaseienne, dirige a New York l’High Line Art, nell’ex sopraelevata ferroviaria di Manhattan, ora dismessa e trasformata in un parco urbano aereo e una galleria d’arte in strada, con vista sul fiume Hudson. Un progetto, ambizioso e riuscitissimo, visitato da oltre otto milioni di persone ogni anno.
L’associazione, di cui è curatrice indipendente e direttrice, programma l’arte pubblica del parco, incentivando giovani artisti ai quali viene richiesto di far dialogare le loro opere con la struttura e la vegetazione per sensibilizzare un pubblico, trasversale e casuale, fruitore del verde in cui L’High Line Art è immersa.

Cecilia Alemani è la prima donna direttrice della Biennale, ormai alla sua 59° edizione, e fa effetto pensare che, in un luogo promulgatore di cultura e di tendenze all’avanguardia, sia stata scelta una donna dopo centoventisette anni.
Arriva a Venezia con una carriera costruita nell’ambito del no-profit, della sperimentazione e della ricerca di nuovi artisti offuscati dalle dinamiche di mercato e titola la 59° Biennale d ‘Arte “Il latte dei sogni”. Quel nome viene dal fantastico libro per bambini della surrealista Leonora Carrington (1917-2011), una raccolta di storie di paurose creature ibride e mutanti.
La mostra sceglie queste creature come compagne di viaggio in un mondo immaginario in continua trasformazione, sia nel corpo sia nella loro intima definizione, per ricordarci che «l’umano non è il fulcro immobile dell’universo, né la misura delle cose».

Ho visitato i Giardini. L’Arsenale è solo rimandato. La mia impressione, quindi, è parziale e di parte, perché quando visito i Giardini sono fortemente attratta tanto dalle opere quanto dai Padiglioni.
L’interazione con la natura dei Giardini del padiglione dei Paesi Nordici, progettato da Sverre Fehn nel 1962; l’innovativo padiglione finlandese (1956) di Alvar Aalto, massimo esponente dell’architettura organica, in legno prefabbricato, pensato per una sola esposizione e sottoposto a continue manutenzioni; la luce giocata e filtrata nel rigoroso spazio del ex padiglione olandese (1954) di Gerrit Rietveld, maestro del neoplasticismo; la straordinaria poetica del padiglione Venezuela di Carlo Scarpa; il lavoro di tanti altri grandi, sono, oltre che contenitori espositivi, il manifesto della più esemplare architettura novecentesca conclusosi nel 1996, termine ultimo per ogni costruzione, a salvaguardia del patrimonio architettonico esistente, godibile in una passeggiata unica e preziosissima.

In questa edizione sono presenti 213 tra artiste e artisti da 58 paesi, più di 1.400 opere, 79 Padiglioni ed esordiscono Camerun, Namibia, Nepal, Oman e Uganda.
L’edizione avrebbe dovuto svolgersi nel 2021 ma, a causa della pandemia, è stata rimandata e alcuni padiglioni sono chiusi, quelli dei paesi che attraversano maggiori difficoltà.

Ma la vera innovazione è che a Venezia la curatrice Alemani riscriverà l’ultimo secolo della storia dell’arte.
Più dell’80% delle persone che partecipano in qualità di artista è, per la prima volta, di genere femminile o non binario. Molte le voci minori e 180 le nuove presenze in interazione con cinque “capsule del tempo” contenenti il lavoro di grandi artiste del Novecento, per ricollocare la creatività femminile al centro dei movimenti artistici, dal surrealismo alla cinetica.

Così Alemani : «Quella dell’arte è stata anche una storia di esclusione. Ma la finalità di questa Biennale non è il confronto con l’uomo. Ci sono artiste che possono reggere benissimo da sole. Anzi, l’idea è di andare oltre il dualismo uomo/donna che importa poco agli artisti. Questa è una mostra sul postumano. Non ho escluso gli uomini a priori: li ho scelti quando il loro lavoro creava degli snodi congruenti con il percorso che avevo in mente. Nelle capsule storiche, però, l’idea era di restituire spazio a storie considerate minori.»

Ti voglio raccontare una di queste nuove voci. Anzi, due, in un unico padiglione. Per gli altri mi piacerebbe ti incuriosissi e venissi a vederli di persona.
Il padiglione Austria, dedicato a Soft Machine di J. L. Knebl e A. H. Scheirl, coppia nella vita e nel lavoro è un tripudio di ironia e colore.
Lo spazio, curato da Karola Kraus direttrice del Mumok di Vienna, è diviso in due sezioni, una per artista, in un dialogo esuberante, stimolante, provocatorio; tra multimedialità, dipinti, sculture e fotografie, a disegnare una nuova identità corporea nel mondo tecnologico.
Sono “Spazi del desiderio” che si attraggono e si astraggono dalla rappresentazione museale, scavalcano le gerarchie tra le diverse arti, usano la cibernetica e paesaggi opulenti, confrontandosi con teatralità e sovrabbondanza.
Il linguaggio è tragicomico e irriverente e le dimensioni reali rendono gli spazi immersivi, in cui la partecipazione fisica trasforma lo spettatore in attore.
Un invito alla partecipazione.

Ti anticipo qualche scatto. Buona Biennale .

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