Play du jour

Premi, coppe e formaggi

Una pubblicità durante la cena.
Tra la fine del telegiornale e l’inizio dei programmi di approfondimento politico, di solito, telecomando a portata di mano, la pubblicità è silenziata prontamente.
Il volume diventa altissimo risultando fastidioso.
Ma questa sera non riesco a premere “muto” immediatamente e una bella ragazza dagli occhi azzurri in una cartolina pop coloratissima, che sbatte le palpebre aprendosi in un sorriso che mi ricorda qualcuno, vestita con abiti improbabili compreso un copricapo a forma di triangolo di emmenthal canta quanto sia comodo ordinare la cena attraverso l’app di una nota marca di cibo a consegna.
Anche la voce mi dice qualcosa.
Ha il sapore di inizio secolo, ha il sapore dei miei trent’anni, il ricordo di una vita che non c’è più e, soprattutto, di una me stessa che non può più essere quella, quella che andava ancora in discoteca e nei locali, che aveva una vita frenetica prima della tranquillità del borgo di mare di provincia.
Ho bisogno di tre passaggi televisivi in altrettante sere per ricondurre quella voce alla visione di me stessa in jeans bianchi mentre ballo sulle note di una canzone cantata da quella stessa voce.
L’illuminazione è sorprendente. «È Katy Perry!», dico, pronunciando un nome che non sentivo da anni. E nemmeno i suoi album.
La quarta volta me la guardo bene: è diventata una donna, le guance paffute hanno preso il posto di un volto tutto sommato nemmeno troppo scavato ma decisamente maturo. Non è cambiato invece quel suo trasformismo, quel suo travestirsi spesso esagerato sul quale ha sempre sorriso, prendendosi anche un po’ in giro.
Eppure, vestito nero con l’uovo all’occhio di bue a decorarlo, è proprio il cappello a forma di emmenthal che mi rapisce ogni volta lo sguardo.
Formaggio, penso.
Camembert, dico.

La Francia del 1791 non è esattamente l’ideale per viverci, soprattutto in campagna. Non che oggi sia molto diverso: sia film sia racconti dei parenti a Nizza certificano che Parigi è la Francia, poi c’è un vasto territorio francese, ai lati i monti, a nord e a sud il mare.
A sentire quello che racconta lo scrittore Carlo Lucarelli nel suo In compagnia del lupo: Il cuore nero delle fiabe, la campagna di quei secoli genera leggende e filastrocche, racconti di campo e vicende di bosco, che nel secolo dopo arrivano ai fratelli Grimm e, come si suol dire, il resto è storia. Ma la vita fuori dalla città è difficile, non c’è istruzione e non c’è neppure il barlume di consapevolezza che l’esistenza sia altro oltre lo svegliarsi ogni mattina, curvare la schiena caricandosi di lavoro per mettere insieme il pranzo e la cena. Inoltre nemmeno in città si sta troppo bene, la Rivoluzione si sta scatenando e trovare un nuovo equilibrio politico e sociale dopo le ghigliottine dei reali non è una passeggiata. Immaginati quindi una giovane contadina, presumibilmente analfabeta, che nel 1791 in un paese lontano, nella Normandia più interna, perfeziona una vecchia ricetta aiutata da un parroco, originario della cittadina di Brie, scappato durante la rivoluzione francese riparando a Camembert. Nella vicina Vimoutiers c’è un mercato rionale piuttosto frequentato e la giovane contadina Marie Harel vende il suo formaggio sui banchi. Per quanto il drammaturgo Thomas Corneille nel suo dizionario geografico pubblicato nel 1708 menzioni l’esistenza di un formaggio assaggiato proprio a Camembert, si narra che sia proprio Marie Harel a brevettare il formaggio poi reso famoso nel tempo a venire dai nipoti che iniziano a produrlo su larga scala.
Non a caso poi il camembert è una specie di brie, solo con la scorza più dura.

Camembert conta solo un paio di centinaia di abitanti: nulla di più di una chiesa con il campanile dal tetto spiovente tipico della zona, qualche casa vicina e altre sparse qua e là, a comporre una popolazione di agricoltori.
Ma siamo in Francia, per cui se il passatempo non sono le bocce, di certo c’entrano due ruote.
Bisogna risalire al 2018 per trovare un italiano al terzo posto in mezzo a un elenco di bandierine francesi, Andrea Vendrame che all’epoca correva per la Androni Sidermac di Gianni Savio non è l’unico nome accanto a bandierine italiane dell’albo d’oro. Dal 1943, primo piazzamento con la bandiera dell’Italia fascista di Lucien Boda, è del 1946 la prima bandiera italiana del vincitore Paul Neri per poi volare addirittura cinquant’anni dopo, nel 1996 per Adriano Baffi a cui replica nel 1999 Fabiano Fontanelli fino appunto a Vendrame che arriva terzo nel 2018.
Si contano sulle dita di una mano, gli italiani in questa gara, mani che poi si leccano le dita quando ricevono il premio perché la gara ciclistica è la Parigi – Camembert, una classica di un giorno, corsa che al vincitore, insieme al trofeo – una ruota di bicicletta con una targa nel mezzo – viene consegnato anche una forma del famoso formaggio camembert.

La qual cosa mi induce a pensare al corridore che scende dal palco con la forma sotto il braccio e a tutti quei premi stravaganti quando non sono proprio belli.
Allo stesso modo deve essere successo in qualche tappa nel reggiano che il ciclista si portasse via del Grana Padano come trofeo.
Non solo di formaggi, per fortuna, si viene premiati nonostante la tendenza di unire il vezzo gastronomico alla coppa del vincitore sia ormai un dato di fatto.
Al GP di Larciano, il cui vero nome è Gran Premio Industria e Artigianato, corsa che si svolge verso marzo in un trittico di classiche di un giorno molto molto belle, insieme alla coppa voluminosa e che assomiglia alla calcistica Supercoppa italiana, viene consegnata anche una mortadella di una decina di chili.
Non solo di formaggi e mortadelle, per fortuna, si viene premiati.

Molte corse in realtà decidono il trofeo sulla base della tradizione o delle caratteristiche della corsa.
In questo senso, il più bello in assoluto è il sanpietrino che compone il riconoscimento del vincitore e vincitrice della Parigi – Roubaix.
Da sempre in competizione con la classica delle classiche del pavé, la belga Ronde van Vlandereen, banalmente il Giro delle Fiandre, gli appassionati ti diranno che non c’è paragone. Il Fiandre nasce dalla passione della gente, la gara passa davanti alle loro case, è praticamente una festa nazionale e i suoi “muri” in ciottolato sono diventati eroici, la Roubaix ha quei due, tre punti iconici dalla foresta di Arenberg al Carrefour de l’Arbre e poi il nulla, gran campi a destra e a sinistra. Eppure, i francesi essendo francesi un po’ come gli americani riescono a rendere eterne epiche di ciclismo che, a ben guardare, non sarebbe servita chissà che fantasia. Per esempio: se ai belgi basta il loro, una sagra di grigliate e fiumi di birra mentre scorrono i ciclisti sullo sfondo, i francesi si sono inventati Gli amici della Roubaix, gruppo del quale esiste anche l’account Twitter, che sono appassionati e ai quali è affidata la manutenzione del ciottolato della gara. Così come epico è l’arrivo, nel velodromo di Roubaix che di storie ne ha raccontate tantissime e ne ha incrociate altrettante.
Il Fiandre è comunque per noi italiani splendido, il trofeo è una scultura filiforme e stilizzata di un ciclista curvo sulla sua fatica e sulla sua bicicletta, eppure i francesi riescono a farlo meglio: una pietra, un sanpietrino appunto, molto grosso e molto pesante, appoggiato sulla base.

Pino Locchi nasce nel 1925. Il suo vero nome è Giuseppe, calca le scene teatrali fin da bambino. Da adulto è sua la voce di Sean Connery in Agente 007 Licenza di uccidere e Agente 007 Goldfinger, è sua la voce di Jean Paul Belmondo in Fino all’ultimo respiro, è sua la voce di Sydney Poitiers in indovina chi viene a cena? ed è sempre sua la voce di George Peppard in Colazione da Tiffany, tra gli altri. Ma è anche la voce che nel 1989 doppia il Re Tritone ne La Sirenetta Disney, il film che, per i bambini, di quella generazione è tra i tanti cartoni animati giapponesi e americani e, per Disney, segna il ritorno a una lunga serie di successi che continua ancora oggi. Ed è la voce narrante di uno dei cartoni animati di Hanna & Barbera che ho più amato: Wacky races, una corsa senza limiti.
Il Re Tritone ne La Sirenetta appare quasi subito, parla quasi subito, con quella voce suadente e calda. Il suo potere deriva dal magico tridente che stringe nella mano, che emette una luce splendente e che, quando accadrà, sconfiggerà Ursula, la sua acerrima nemica e strega del mare.
Lo stesso tridente più o meno magico che tiene in mano Aquaman, i cui unici pregi sono l’aver dato lustro a Jason Momoa e l’averci regalato una panoramica di Erice, in Sicilia. L’estate scorsa la vacanza di due amiche nell’isola comprendeva anche una visita a Erice: una delle due, guardando con la figlia Aquaman, si è decisa a comprenderla nelle mete perché quella piazzetta nel film era incantevole. Salvo che, arrivate lì, spoiler, hanno scoperto che non esiste, la piazzetta è frutto del digitale. La cartolina col finto paese non è stata spedita, quella con la scogliera classica che si vede nella panoramica del film, stropicciata e bagnata, sì.
L’ha vinta anche Michele Scarponi, l’aquila di Filottrano, nel 2009, la Tirreno – Adriatico, la corsa dei due mari, l’ultimo anno prima del restyling che conosciamo ancora oggi, dal cambio del logo a quello del trofeo. Un trofeo che appunto è un tridente.
È Stefano Garzelli il primo che alza il tridente, con Scarponi secondo. Da allora la corsa è cresciuta, fa parte delle gare riconosciute UCI e ogni anno, dal Lido di Camaiore a San Benedetto del Tronto, le uniche due tappe fisse di partenza e arrivo, attraversa la Toscana, l’Umbria e le Marche. E finisce sempre col tridente alzato verso il cielo.

Di premi e coppe belle ce ne sono a iosa.
Ricordo che quando capitava di essere invitata a casa di qualche amica nelle camere di fratelli o sorelle maggiori o minori, diverse mensole traboccavano di riconoscimenti, tra medaglie, coppe e coppette più o meno grandi, più o meno lucide. Quegli adolescenti praticavano ginnastica ritmica, ciclismo, pallavolo, calcio: giravano talmente tanti soldi che le società sportive potevano permettersi il lusso di medaglie e coppe anche per i secondi e terzi classificati.
Mathieu van der Poel, un ragazzone olandese nipote del ciclista Raymond Poulidor, eroe nazionale che non ha mai vinto il Tour de France arrivando sempre secondo (da qui il suo soprannome “L’eterno secondo”), alla fine del Fiandre vinto nel 2022, nell’attesa dello speciale della tv belga Sporza, si fa portare un hamburger. Che divora a favore di telecamere.
A Nizza, il nonno di un amico di mio nipote, è un anziano corridore della stessa squadra di Poulidor. Era il suo gregario e non mi sembrava che avesse molto piacere di raccontare quegli anni: io ero emozionata di ascoltare quelle vecchie e polverose storie in bianco e nero di un ciclismo che non ho mai conosciuto ma va aggiunto che era anche il maggio del 2020 e l’argomento principale di ogni conversazione del tempo era il Covid, per cui conservo quelle parole prive purtroppo di qualunque leggendarietà.
In una stories di instagram di un team, nel dopo gara di una corsa, un ciclista si fa fotografare con un cartone di margherita aperto sulle gambe con ancora addosso caschetto e occhiali.
Che sia il caso, in questa quinta sera che la pubblicità con Katy Perry passa in tv, di ordinare alla pizzeria di fronte casa una quattro formaggi?

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