La memoria in Blade Runner e nel futuro

Tiziana Metitieri | Spaziami |

«Ricordare le cose che ci accadono – COME DIAMINE RIUSCIAMO A FARLO?!!»

Nel film Blade Runner del 1982 il tema dell’origine delle memorie è fondativo: «sono impianti. Quelli non sono i tuoi ricordi, sono quelli di qualcun altro» dice l’agente speciale Rick Deckard a Rachael, cercando subito dopo di sdrammatizzare, scherzava, aggiunge maldestramente. Ma Rachael è una replicante e rimane confusa da questa rivelazione: quali sono le sue reali esperienze, quali quelle altrui? Se suona il piano, chi è a suonare? Il mondo e l’identità dei replicanti è fondato su memorie innestate provenienti da altre vite umane vissute. Questo distingue i replicanti dagli esseri umani e mette in dubbio la stessa “umanità” di Deckard.

A dire il vero nel film i replicanti sono anche creature bianche, forti e intelligenti che si stagliano sui grigi e disastrati bassifondi orientaleggianti della metropoli e si muovono come gli altri protagonisti con maggiore agio negli strati architettonici più elevati. La segregazione razziale ed economica convalidata dai replicanti e dagli altri protagonisti è implicitamente assunta nel film e restituita al pubblico come salvezza per l’umanità.

Tornando al tema più esplicito delle memorie, lo spregiudicato finanziatore e creatore di androidi, Eldon Tyrell, rivela a Deckard che selezionare le memorie da innestare ai replicanti serve a munirli di confortevoli ricostruzioni affinché possano provare emozioni e allo stesso tempo essere controllati, schiavi. Tyrell rivela infatti: «Dopotutto sono emotivamente inesperti, con solo pochi anni per immagazzinare le esperienze che tu e io diamo per scontate. Se gli regaliamo un passato… creiamo un cuscino o un cuscino per le loro emozioni e, di conseguenza, possiamo controllarle meglio.»

L’ultimo replicante Roy Batty, però, sembra spiazzare tutti nel celebre monologo finale del film, dove rievoca la sua vita, le sue proprie esperienze, i suoi viaggi: il pensiero di perdere tutti questi suoi ricordi «come lacrime nella pioggia» lo turba. I suoi ricordi se ne andranno con lui.

Roy è il livello più evoluto di androide, così simile al modello stereotipico di essere umano dell’epoca.

Alcune delle sue memorie erano certamente state innestate nel momento del suo assemblaggio ma le altre come si erano formate? Come lo avevano portato a costruire un senso di sé nelle dimensioni passata, presente e futura?

“Remembering things that happen to us – HOW ON EARTH DO WE DO THIS?!!’
Disegnetto di Eleanor Maguire, anni 1990

«COME DIAMINE RIUSCIAMO A FARLO?!!»

Torna dunque la domanda che Eleanor Maguire, neuroscienziata cognitiva, tra le maggiori esperte nello studio delle memorie, si era appuntata, assieme a un disegnetto, agli inizi degli anni Novanta. Nell’occasione dei venticinque anni della rivista specialistica “Trends in Cognitive Sciences”, Maguire, nel rispondere alla domanda Come ricordiamo le nostre esperienze passate? ha fatto una breve sintesi dei metodi della ricerca passata, di quella presente e di come sarà quella futura. Probabilmente, le conoscenze ampie ma non ancora esaustive sulle memorie derivano dal fatto che la ricerca finora si è dovuta basare per lo più su situazioni costruite in laboratorio che hanno consentito di dimostrare sperimentalmente l’esistenza di diversi sistemi di memoria, l’apprendimento e la dimenticanza, i disturbi della memoria e la sua plasticità, le aree cerebrali e i circuiti neurali implicati nel suo funzionamento.

Apparato di magnetoencefalografia (MEG)
basato su sensori detti magnetometri a pompa ottica (OPM)

Le possibilità di studio ecologico in ambienti naturali è stata fortemente condizionata da aspetti tecnici che gli ultimi sviluppi sembrano poter superare. Difatti, proprio nel laboratorio di Maguire è iniziata una nuova era, quella degli apparati di neuroimmagine indossabili, come la magnetoencefalografia (MEG) con magnetometro pompato otticamente (OPM), che permette di registrare con precisione l’attività cerebrale in risposta a stimoli diversificati in uno spazio più ampio. L’apparato è costituito da sensori attaccati a un cappuccio posto sulla testa del/della partecipante. Attraverso questo apparato ogni partecipante potrà essere studiato in un’apposita stanza per diverse ore e si avrà una caratterizzazione neurale dettagliata dei processi di memoria su scale temporali realistiche. Secondo Maguire «la tecnologia sta finalmente iniziando a mettersi al passo con le ambizioni dei ricercatori che studiano la memoria». Nei prossimi venticinque anni, aggiunge Maguire, «saremo in grado di studiare come si formano per la prima volta nuove memorie autobiografiche di esperienze incarnate in contesti quotidiani, che attualmente sfuggono al controllo neuroscientifico diretto». Tale complesso di “dati intelligenti” permetterà anche di verificare se le conoscenze finora raggiunte, a livello di modelli teorici, di correlati neuroanatomici, di suddivisioni di processi, saranno «significative o riconoscibili durante il flusso incessante di stimoli che è la vita reale».

Le fotografie di famiglia di Deckard in Blade Runner, 1982

Sebbene nel Blade Runner di 40 anni fa i ricordi autobiografici fossero costituiti da fotografie, Deckard coglieva già che non sono i ricordi immagazzinati ma la loro ricostruzione attiva a far emergere il senso di identità di una persona. Quella ricostruzione che porta il replicante Roy Batty a recuperare dalla memoria autobiografica, almeno in prossimità della morte, soltanto le memorie delle sue esperienze, che racconta a Deckard, lasciando all’oblio quelle impiantate.

La memoria autobiografica, come pure i suoi frammenti nei casi di amnesia, è la chiave che rende umano il non umano nell’incessante flusso spazio-temporale su cui si concentrerà l’affascinante evolversi della ricerca futura.

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