Quasi come John Lennon

Paolo Interdonato | QUASI |

Ci portiamo dentro un bel po’ di convinzioni che ci rendono impossibile l’esercizio dell’immaginazione. Questi pensieri non possono essere messi in discussione e, in definitiva,  costruiscono un sistema molto complicato di verità. Alcune di queste convinzioni ci aiutano a rimanere vivi. Ci dicono, per esempio, che, senza una superficie su cui appoggiare il nostro peso, cadiamo e quindi è meglio non spiccare il volo dalla finestra, che non siamo in grado di passare attraverso un’automobile in corsa, che, se afferriamo un oggetto rovente, ci scottiamo…
La potenza salvifica di queste convinzioni ci confonde e, a volte, ci porta ad attribuire analoghi poteri ad altre idee decisamente più balzane. Idee che ci si insinuano tra l’aorta e l’intenzione e ci toccano nel centro del senso di colpa.

Facci caso. Le idee più perverse e colpevolizzanti del mondo e sul mondo – quelle che ci illudono di salvarci la vita – hanno una cosa in comune. Si basano sull’assurda convinzione dell’importanza indiscutibile della partecipazione. Per essere cittadini attivi e democratici, solidali e rispettosi, attenti ai valori, eccetera eccetera, bisogna partecipare. Perché… la libertà non è star sopra un albero!
Quelle idee hanno un’altra caratteristica comune: metterle in crisi è veramente facile. Ci vuole poco. Anzi niente. Basta non andare.

Immagina che scoppia una guerra e nessuno ci va.
Eeeeeh… questa è facile. E chi ci vuole andare? Difendere i confini, la patria, il nucleo pulsante della nostra stanzialità territoriale. Mica serve la guerra. L’importante è che a proteggere la nostra roba e il nostro lavoro ci sia almeno un mar Mediterraneo di mezzo. Un mostro vorace, capace di inghiottire i corpi di almeno ventiseimila potenziali invasori negli ultimi dieci anni. In particolar modo se la guardia costiera, aderendo irresponsabilmente ai dettami di uno stato schifoso, resta a fare i Sudoku.
Già, lo stato schifoso. Proviamone una più difficile.

Immagina che ci sono le elezioni e non vota nessuno.
Ah! Siamo seri! La libera espressione di voto è il cuore stesso della democrazia! Chi non vota sta rinunciando al suo dritto fondamentale di indicare come gestire la cosa pubblica. Se non si vota si è responsabili dei fascismi al governo.

Deh! Scherzavo. Questa è anche più facile della precedente. Ci stiamo avvicinando a questo obiettivo un giorno dopo l’altro. Il bipolarismo aiuta. Bisogna continuamente scegliere tra sfumature della medesima fangaglia. Fascismi al governo e fascismi all’opposizione. Espressioni perfette dei nostri desideri, delle nostre potenzialità e dei nostri doveri. Ha tutto a che fare con l’immaginario, ne sono certo. Quello che ci costruiamo sulle storie. Ecco. La prossima esagerazione la faccio partire da lì.

Immagina che fanno i libri e non li compra nessuno.
Il veicolo principale del sapere, il libro, rimane appoggiato sugli scaffali. Nessuno lo porta via con sé per farlo vivere tra le proprie mani. Pensaci: Netflix e gli eredi decidono di riscrivere Roald Dahl e le vendite dei libri dell’autore esplodono: leggiamolo prima che ci impediscano di farlo. E allora Penguin ha un’ideona: manteniamo in catalogo entrambe le versioni. Wow! Viva la democrazia? Ma va’! Viva la scelta più redditizia e profittevole. Se nessuno li comprasse, quei libri, non dovremmo vivere questo teatrino aberrante di commercianti ridicoli. Ma, diciamocelo, i libri già non li compra nessuno. Neanche questa idea assurda riesce veramente a provocarci un fremito. Proviamo a estenderla. Magari fa più paura.

Immagina che nessuno compri prodotti dell’immaginario.
Già. Architettura, musica, pittura, scultura, poesia, danza, teatro, cinema, fumetto, radio, televisione, e poi videogiochi, piattaforme, app, tecnologie, programmi, dispositivi, servizi, … Allunga l’elenco con tutto quello che ti viene in mente. Guarda quella distesa di oggetti divertenti e pensa di non comprare nulla. Non ti far fregare dall’apparente gratuità: non devi pagare neanche con i tuoi dati e con gli indicatori del tuo comportamento o con il tuo sguardo dato in pasto ai pubblicitari. Anche se non c’è una transazione economica, quello non è mica un baratto.
Va bene. Così è già abbastanza paradossale. Ma lasciami provare a spingere ancora un po’ sull’acceleratore della fantasia.

Immagina che nessuno compri niente.
Non pensare a una società di gente per bene che riesce a trovare meccanismi di scambio vantaggiosi o svantaggiosi per tutti. Immagina che la distribuzione delle ricchezze, quella reale, quella sempre più iniqua, prosegua il suo corso attuale. Immagina un numero di poveri che cresce. Una percentuale della popolazione sempre più ampia il cui problema non è più vivere bene, ma sopravvivere. Una massa indistinta di persone i cui desideri devono essere ridotti al minimo, per non entrare in conflitto con i bisogni e le possibilità.
Stai leggendo QUASI. Sospetto (ma magari sbaglio) che tu non sia uno dei ricchi al sicuro da ogni imprevisto o sbandamento. Sospetto che anche tu di notte, qualche volta, ti svegli e pensi ai tuoi problemi economici. Esattamente come tutti noi. Ecco. Immagina che il baratro della povertà si allarghi così tanto e così rapidamente da farti cadere dentro.
L’unica possibilità, in quel caso, è vivere di espedienti. Non comprare niente.

Vivo di contraddizioni. E, con questi pensieri che mi ruggiscono dentro, vado al supermercato. Mentre mi aggiro, come uno zombie di George Romero, per i corridoi, vedo la Regina. È una signora anziana, vive nel campo rom là dietro. È invecchiata male, come chi non ha mai avuto una casa, come chi non ha mai potuto avere sicurezze, come chi vive a una velocità diversa da quella del resto del mondo. Cammina curva e lentissima, è sporca, puzza. Fa la spesa sempre in quel supermercato. Non prende né carrello né cestello e si riempie le mani di merci finché ci riesce. Poi va alla cassa e paga.
Sono in fila e il tipo dietro di me bofonchia cose incomprensibili guardando la vecchia che paga e si riempie nuovamente, con grande lentezza, le mani. Mentre la donna si allontana, il tipo fa un passo avanti, mi arriva accanto, aspetta che lo guardi e, con gli occhi a fessura, sibila: «Zingari di merda!»
Ho un pessimo carattere e poco autocontrollo. Lo redarguisco con una frase così cattiva da farlo allontanare rapidamente con il sospetto che io sia folle. Ecco.

Immagina che la Regina sia il tuo futuro.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Quasi