A volo di nottola (fanculo Minerva)

Boris Battaglia | Pantomime del Calisota |

Mercoledì 30 novembre 1994 a Champot, nell’Alta Loira, il sole tramonta alle 16.45.
Manca ormai poco più di una manciata di minuti alle 17.00, il pomeriggio sta entrando nella sua fase finale, mentre l’ultimo chiarore del giorno si spegne nel buio della notte.
In questo preciso momento, che se fossi – come vorrei – l’autore di romanzetti dozzinali chiamerei crepuscolo, Guy Debord è seduto al tavolo del soggiorno, in penombra. Tiene sulle gambe il suo winchester 1894. Abbassa la leva per alzare il cane e la rimette a posto, in modo che la cartuccia, calibro 7,85, entri nella camera a scoppio. Quando sente il clack dell’otturatore, appoggia l’arma sul tavolo. Poi lo fa scivolare in modo che la canna sporga dal bordo, si piega in avanti e se la appoggia contro il petto, all’altezza del cuore. Guarda l’orologio. Sono le cinque. È il crepuscolo, le nottole si alzano in volo. Allora tira il grilletto.

Il mese dopo avrebbe compiuto sessantatré anni. Era nato il 28 dicembre 1931, al crepuscolo.

Drammaturgo tanto mediocre quanto amato e rappresentato nella sua epoca, August von Kotzebue deve il fatto di non essere oggi completamente dimenticato a Beethoven, che gli musicò due drammi. In realtà c’è anche un altro motivo per cui viene ancora ricordato. Un fatto di cronaca criminale. A causa della sua fascinazione per la cultura slava (visse a lungo a Pietroburgo dove diresse il Teatro Drammatico) e della sua avversione al romanticismo tedesco e all’idea della Großdeutschland, von Kotzebue era odiato dai giovani nazionalisti tedeschi che in più di un’occasione lo minacciarono di morte e ne bruciarono in piazza i saggi letterari.
Il 23 marzo 1819 lo studente Karl Ludvig Sand, fervente nazionalista affetto – dopo aver partecipato volontario alla battaglia di Waterloo – da un grave disturbo paranoide, convinto che von Kotzebue fosse una spia dello Zar, lo uccise a pugnalate in casa sua, al grido di “traditore della patria!”.
Perché ti sto raccontando tutto questo? E soprattutto: cosa c’entra con Debord? Niente. Cioè, niente direttamente con lui. Ma c’entra con uno che, nel pensiero di Debord un certo peso lo ha avuto: Georg Wilhelm Friedrich Hegel.
Nominato l’anno prima alla cattedra di filosofia dell’Università di Berlino, Hegel non nascondeva la sua simpatia per lo stato Prussiano e la sua vicinanza ideologica alla Burschenschaft, associazione studentesca nazionalista della quale faceva parte proprio Sand. Molti professori di diritto e filosofi berlinesi erano vicini alle posizioni di Sand, e dopo la sua condanna a morte per l’omicidio di von Kotzebue, fecero sentire la loro voce di protesta con pubblicazioni, interventi e pamphlet.
Ovviamente la reazione governativa non tardò. I docenti più compromessi furono sospesi dall’insegnamento e la censura sulle pubblicazioni a stampa registrò un inasprimento senza eguali in tutta la Prussia.
Per timore di incorrere in spiacevoli conseguenze per la sua carriera accademica (puntava infatti a diventare – come accadrà nel 1829 – rettore) Hegel si dissociò pubblicamente dalle posizioni dei suoi colleghi più compromessi e degli studenti nazionalisti. Per farlo, pubblica (dopo averlo rimaneggiato in fretta e furia a seguito degli eventi recenti) il saggio Lineamenti di filosofia del diritto.
Ciò che dice in questo saggio te lo racconto in parole povere, quelle che so usare, e mi perdonerai se la taglio giù un po’ grossolana. Sostiene Hegel, in questo libro, che il diritto non c’entra niente con la morale, non gli interessa se la mia azione è buona o cattiva, ma solo se è conforme alla legge. Uccidere è vietato, e chi uccide, anche se lo fa con le migliori intenzioni, infrange la legge. Capisci dove Hegel vuole andare a parare. Cioè tenere insieme due cose: sostenere, senza affermarlo apertamente, che ci sono azioni giuste che vanno contro il diritto (in soldoni: se von Kotzebue era davvero una spia russa, Sand ha fatto bene a eliminarlo), ma al contempo tessere l’elogio del diritto che attraverso la sua azione normativa e punitiva impedisce il conflitto etico delle volontà che porterebbe al caos.
Nell’atto giudicante chi esercita il diritto non deve tenere conto delle intenzioni. Direi che in questo modo, Hegel si trae egregiamente d’impaccio, dando la sua adesione formale alla reazione governativa, ma concedendo al contempo una giustificazione morale alle azioni dei giovani studenti nazionalisti.
Al di là però, della mia personale ammirazione per questo capolavoro di ambiguità ideologica, che smonta l’imperativo categorico kantiano, buttando a cesso tutta l’etica illuminista, ciò su cui mi preme richiamare la tua attenzione è la lunga introduzione a questo saggio. Qui Hegel usa magistralmente una metafora che resterà nella storia delle formule retoriche (spesso usata a sproposito… ammettiamolo, capire Hegel mica è facile, anche perché spesso, al netto delle sue supercazzole, non c’è nulla da capire), quella della Nottola di Minerva. Ma non è la metafora in sé che ci interessa. Va bene, per Hegel la filosofia non può essere la descrizione di un mondo a venire, ma solo l’interpretazione di un mondo formato. Il punto è un altro, e riguarda proprio la nottola. Chi tradusse quella prefazione, quando dovette scegliere come rendere Nachtschwalbe optò per l’elegante nottola (c’era sta cazzo di notte da preservare) rispetto a civetta. Ma per noi questo è un problema. Perché ai tempi di Hegel per un italiano la nottola era la civetta, ma oggi questo senso è decaduto. Per chiunque la nottola non è che un pipistrello.

Se fossi – come vorrei – l’autore di romanzetti dozzinali, chiuderei questo capitolo descrivendoti l’esterno della casa rurale di Champot con i muri arrossati dalla luce del crepuscolo. Poi lo sparo, e i pipistrelli che si alzano in volo, pronti ad appropriarsi della notte.

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