Io te lo dico da un pezzo, ma ora lo trovi in un libro vero

Beniamino Malacarne | Squared Circle |

Io le vedo, le rotelline che girano nella tua testolina. Le immagini proiettate sulle pareti interne del tuo cranio come il fascio luminoso che porta allo schermo attraversando il fumo di sigaretta. Sì, perché al cinema un tempo si poteva fumare e qui parliamo di roba ormai vecchia. Cioè, sembra di no, sembra roba da giovini, ma sono passati vent’anni e un pezzetto. Quasi venticinque. E non sono mica pochi. Quindi se per te è Storia ci siamo capiti, se è preistoria significa che forse sei ancora giovane, e qualcosa da invidiarti potrei averla pure io. Forse, perché io nei miei quarantadue poi malaccio non mi trovo. E tu forse non sei ancora abbastanza vecchio per apprezzare quando eri giovane. Fatto sta che per te le immagini di cui parlo sono sgranate, tipo istituto luce. Per me hanno l’odore del divano della mia nonna, della sala che all’epoca sembrava più grande. Della certezza di sapere di cosa si sarebbe parlato in classe l’indomani. Sì, perché io mi sono visto in diretta il debutto di The Undertaker. Il debutto italiano, tipo su Tele+ o qualcosa del genere, che magari rispetto agli USA era in differita ma sticazzi, per noi era un fulmine a ciel sereno. Dritto nei denti, tipo.

Non c’era Paul Bearer, al suo primo ingresso, un match a squadre a eliminazione in occasione di quella ricorrenza stupenda che si chiamava Survivor Series, un evento in diverse compagini di lottatori si scontravano e facevano dei promo di gruppo che ancora adesso mi fanno spaccare. Sta di fatto che l’Undertaker ci ha spaccato il cervello, al suo primo ingresso in un’arena. La marcia funebre, i movimenti lenti. Tutto in lui ti comunicava quel senso di minaccia inarrestabile, quello scalino troppo alto da colmare in termini di forza che trasformava i suoi avversari in vittime di uno slasher. Il rumore sfrigolante dell’inconscio che viene marchiato a fuoco. Perché, te l’avrò detto un milione di volte, il wrestling è quella roba lì. NON quello che succede SUL ring. Quel che succede INTORNO. I fuochi d’artificio. La musica. Le tirate al microfono. Le sediate a tradimento. I dieci pugni che prima di stamparti le nocche in testa faccio vedere per bene la mano al pubblico. Lo spettacolo. Poi il match lo fai con due suplex. Lo fai con un numero di cadute che si conta sulle dita di una mano. Perché se il pubblico sta scoppiando dalla voglia di vedere il buono prendere a calci nel culo quello stronzo del cattivo, e trattiene il fiato ogni volta che il cattivo molla un colpo gobbo e si riprende la dominanza, poi quando il cattivo sbatte le chiappe per terra il palazzetto viene giù.

Per tante volte che ve lo possa aver detto io, se non ci credevate ora lo potete leggere in Terror of the Ring: il wrestling attraverso The Undertaker, di Nico Parente e Fabio Cassano. Il volume, acquistabile in digitale sul sito di IVVI editore, racconta proprio del mito di Undertaker. Non tanto delle sue mosse o del passato di Mark Calaway, l’uomo dietro al becchino, negli anni che precedono il suo arrivo in WWE. Sì, di quello ne parla il giusto ma non è il punto. Il senso del libro, scritto da qualcuno che ha capito il senso del wrestling, è proprio la narrazione di come il mito è nato e s’è sviluppato, di come fra tanti personaggi larger than life, che qualcuno ricorda a spanne e qualcuno rievoca con precisione solo nel backstage degli show dove tutti siamo un po’ pipparoli degli anni d’oro di Hogan e soci, ce ne sia uno che tutti ricordano con chiarezza inequivocabile. C’è quello pitturato in faccia che parlava strano, c’è il poliziotto, c’è il nero con il pappagallo. E c’è The Undertaker. Lì non ti sbagli. Perché come lui ce ne sono pochi. Il baffone di Venice Beach, poi Machoman Randy Savage e un pugno di altri. Miti di livello superiori che si sono guadagnati la loro stella sulla walk of fame dell’immaginario collettivo.

Terror of the Ring: il wrestling attraverso The Undertaker racconta i primi anni, fondamentali per la nascita del mito di The Undertaker, sfumando progressivamente fino a menzionare appena l’American Badass, l’effimero cambio di personaggio da becchino a biker che Mark Calaway ha voluto per poi tornare a calcare il cappello a larghe tese pochi anni dopo, con sollievo e delizia di milioni di fan. In questo libro la magia del wrestling c’è tutta e con tutti i referenti giusti. Barthes, mica paglia, che ne aveva già capito la natura di teatro popolare ed è forse questa la forza di The Undertaker: un personaggio semplice ma archetipico, comprensibile avatar delle paure più profonde. L’uomo nero. Il libro di Parente e Cassano è trasversale, si rivolge chiaramente a una platea che va ben oltre agli appassionati, che nel libro troveranno per lo più informazioni notorie perché il punto non è quello. Il focus non è la narrazione della storia o la biografia dell’atleta ma la genesi del mito e l’analisi del suo impatto sull’immaginario. E da questo punto di vista ci siamo, funziona tutto, anche il non aver approfondito la figura di The Undertaker oltre un certo anno, anche non aver quasi parlato dell’American Badass. Perché il senso di The Undertaker sta lì, nei primi anni della sua carriera come becchino dall’oltretomba. Nei movimenti esasperatamente lenti. Nel manager, Paul Bearer, con i suoi sorrisi di gomma e l’urna cineraria sempre stretta fra le sue mani. Nella sensazione che l’apocalisse si fosse fatta crescere le gambe, e stesse camminando proprio verso quel bambino che fissava lo schermo con gli occhi sgranati mordendosi le labbra. Il senso del wrestling, il senso di The Undertaker, sta tutto fra le pagine del libro di Parente e Cassano.

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