Un circo dadaista contro la retorica delle città

Arabella Strange | Rorschach |

Ci sono pomeriggi in cui la biblioteca è quasi sempre deserta. Le ventole del riscaldamento mormorano monotone, dalle finestre entra una luce sonnolenta, invernale, in scale di grigio. Difficile non mettersi a vagare col pensiero fino quasi ad addormentarsi. Ogni tanto passa qualcuno, restituisce dei libri, ritira quelli che ha prenotato. Un papà mi chiede un libro di Anna Frank sulla Shoah, però basso. Il momento più interessante arriva quando una giovane mamma, insieme ai libri del suo bambino, a Giappone creativo e a Not all robots di Russel e Deodato mi restituisce un altro libro indescrivibile, che non riesco a riporre nella cesta delle restituzioni. Mi incanto a girarmelo tra le mani e lei mi dice: «Prima l’ho guardato tutto in una volta, poi l’ho riguardato leggendolo».
Effettivamente il libro è composto quasi interamente di immagini, ma spesso, sulla pagina di sinistra, compaiono dieci, venti righe di testo.
«Sono le cartoline brutte», aggiunge.

Sono ancora qui che lo guardo e lo leggo. Isbn nel 2014 ha pubblicato questo In un’altra parte della città: L’età d’oro delle cartoline di Paolo Caredda. Formato 17×23, colori che solo a quelli della mia età, che le cartoline le hanno viste circolare come oggetti reali, fanno trattenere il respiro.
Sono davvero le cartoline brutte, testimoni di quartieri popolari, cavalcavia, piazzette cementificate, pinete con le automobili parcheggiate sotto gli alberi. Caredda assembla con l’entusiasmo del collezionista ma seleziona con la poesia del critico, del testimone. Le cartoline raccontano un’Italia degli anni Sessante e Settanta in cui valeva la pena di ritrarre una stradina insulsa, un palazzone orribile per poi mettere a penna una freccina blu e spiegare dietro, nel quadrato del testo, che quello è l’appartamento dello zio Enzo. Le cartoline venivano commissionate dai Tabaccai. Se scrivevi cinque parole il francobollo costava una cifra, se le superavi dovevi incollarne uno più costoso. Le fotografie venivano ritoccate, colorate, i cieli grigi venivano colorati d’azzurro, o censurati con bianche nuvole finte. Eppure dal libro trabocca una specie di Città Vera, contrapposta alla città finta che censura il muro scrostato, la casa vecchia, il fallimento architettonico. Sono cartoline brutte e ribelli, svergognate, piene di vita fatta di persone, automobili, cani, sagome in movimento che vengono mosse sul passaggio pedonale.  E i bambini, che giocano, ai giardinetti, su un prato spelacchiato: adesso sarebbe impensabile, ma, a Casalbordino, «bambini catturati da un obbiettivo ricambiano lo sguardo senza capire il pericolo, la mantellina da cappuccetto rosso un tocco di classe per sottolineare la presenza del predatore».

Queste presenze umane mi incantano, ma è indubbio che sia il vuoto a fare da padrone. Anche Caredda cita le copertine di “Urania”, con i tondi di Karel Thole. E tra le sfilate di palazzi e cemento emergono le stranezze, come il campeggio tedesco a Cavallino, deserto e coperto di neve, oppure la casa di riposo di Bergamo, con i tavoli apparecchiati per i fantasmi e «le qualità tranquille di un art-house sudcoereano». Mi piace come scrive Caredda, lo leggo con la voluttà con cui guarderei una serie tv. Sullo sfondo, invisibili, ci sono i fotografi. In auto, a volte su un piper affittato coi soldi del tabaccaio per fare le riprese aeree. «Un’automobile solitaria ricorre spesso (…) se vedevi parcheggiata una giulietta grigio topo, allora la fotografia era opera di Romano Novelli». E i misteriosi Sigla Beta, un nome che sembra uscito da una puntata di UFO.

Che bel pomeriggio. Vengo interrotta tuttalpiù una decina di volte, consegno libri sulla Shoah per lo più – si avvicina la Giornata della Memoria – e un solitario Esci dagli inganni della mente: trova la strada per vivere una vita significativa di Lara Pelagotti. Passo da tre inquadrature, rosa pastello, di una casa a Zoppola («e invece località come Zoppola esistono veramente. Presenti nel paesaggio, ma non nella testa delle persone (…) almeno fino al prossimo brutale omicidio di una minorenne») ai giardini pubblici di Macerata, con una donna che più che leggere un giornale sembra che si sia accasciata tra le pagine per dormire, sfinita. Impossibile non vedere anche nelle inquadrature più vivaci, una distopia di qualche tipo. Mi piace tutto. E convengo con Paolo Caredda (un uomo che alla fine ha scovato i Sigla Beta) che «molte cartoline di questo libro sembrano preludere a una storia che aveva le carte in regola per aspirare a una carriera migliore, [potevano essere] la prima inquadratura di uno sceneggiato. E invece rimangono quello che sono: establishing shots per film che non sono mai stati girati, racconti che nessuno voleva sentire.»

Sono stata bene con questo libro. Ero qui, ero dappertutto, non ero da nessuna parte. Oggi «tutti possono fare immagini. Non hanno più bisogno di un intermediario», ovviamente. Le cartoline diventano davvero oggetti dadaisti che sbriciolano allegri la retorica delle città.

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