La vida que vendrá

Paolo Interdonato | post-it |
Palestinians inspect the damage following an Israeli airstrike on the El-Remal aera in Gaza City on October 9, 2023. Israel continued to battle Hamas fighters on October 10 and massed tens of thousands of troops and heavy armour around the Gaza Strip after vowing a massive blow over the Palestinian militants’ surprise attack. Photo by Naaman Omar\ apaimages

Il problema della guerra è il numero di morti. Man mano che quella quantità cresce, aumenta il livello di astrazione. Un morto è una persona. Passi accanto all’annuncio funebre, leggi il necrologio, guardi la foto del defunto, leggi il suo nome e le due date che tutto lo racchiudono. Se era giovane senti una fitta al cuore; ti chiedi cosa sia successo: una malattia, un incidente. Se era vecchio, ti crucci e pensi che nessuno è così vecchio da non poter vivere un altro giorno.

I femminicidi censiti dal ministero degli interni nel 2023 sono 120: uno ogni tre giorni. E fanno un male bestiale.
Il bollettino costante e quotidiano dei morti sul lavoro ci parla di 1.041 vittime nel 2023, quasi 3 al giorno. Certo, è lancinante. Mentre senti quei nomi snocciolati in radio e le dinamiche che hanno interrotto le vite stai male, almeno fino al semaforo e alle previsioni del tempo.

Poi c’è la guerra, una parola così spaventosa da richiedere l’aiuto del dizionario Treccani:

«s.f. [dal germ. werra]. Conflitto aperto e dichiarato fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi; nel diritto internazionale è definita come una situazione giuridica in cui ciascuno degli stati belligeranti può, nei limiti fissati dal diritto internazionale, esercitare la violenza contro il territorio, le persone e i beni dell’altro stato, e pretendere inoltre che gli stati rimasti fuori del conflitto, cioè neutrali, assumano un comportamento imparziale.»

La guerra è una situazione giuridica normata addirittura dal diritto internazionale. Dal diritto. E mica ho voglia di cercare quel lemma sul vocabolario, che lo so che mi farebbe male.
Ho guardato il report annuale ACLED, Armed Conflict Location & Event Data Project, pubblicato qualche settimana fa. I numeri sono spaventosi: nel 2023, in 168 stati, si sono verificati 147.000 eventi di conflitto che hanno prodotto almeno 167.800 vittime. Tu, di quanti stati in guerra sai? Quanti morti hai contato? Ripeti con me. Centosessantasettemilaottocento.

È un numero mostruoso. Se fossero secondi, sarebbero quasi 47 ore. Invece sono morti. Di fronte a cifre minori, nel recente passato, abbiamo scatenato lockdown, confinamenti, cure estemporanee sperimentali, vaccinazioni di massa… Qualsiasi cosa pur di debellare il male.
Per far sparire la guerra, tanto noi quanto i governi che eleggiamo, non facciamo niente.

La cosa peggiore è che centosessantasettemilaottocento morti non hanno nome, non hanno storia, non hanno nemmeno vissuto. Un numero disumano e, allora, neanche noi sentiamo il dovere di mettere in scena la nostra umanità: tutti quei morti, dopo un po’, non li sentiamo neanche più. Sono colpa di un male lontano, che ci possiamo fare? In fondo, sono in gioco forze così grandi, poteri così assurdi, globali, transnazionali, che noi, così piccoli inermi e lontani, possiamo farci ben poco. Il nostro agire – ma come poi? – sarebbe completamente inutile. Avremmo solo da perderci. Allora non facciamo niente e perdiamo solo la nostra umanità. A quel punto diventa faticoso ricordare dove l’abbiamo messa.

Palestinians inspect the damage following an Israeli airstrike on the El-Remal aera in Gaza City on October 9, 2023. Israel continued to battle Hamas fighters on October 10 and massed tens of thousands of troops and heavy armour around the Gaza Strip after vowing a massive blow over the Palestinian militants’ surprise attack. Photo by Naaman Omar\ apaimages

Sono distratto, spaventato, autoindulgente, propenso ad assolvermi, in altre parole, disumano.  Mi sono informato e ho capito che questa colpa che mi brucia nella coscienza è considerata un peccato veniale: non c’è religione che la annoveri tra i peccati capitali. Le si preferiscono cose che hanno a che fare con l’appetito, il desiderio, la rabbia o, nei casi più estremi, l’indolenza.
Sono un maschio bianco alle soglie della terza età. Come la gran parte di quelli della mia generazione (gli X) ho imparato a dare in outsourcing quasi tutto. Acquisto servizi per ogni cosa. Un processo di terziarizzazione che mi consente di delegare e, così facendo, mi svuota di responsabilità. Per esempio, la mia umanità è stata assegnata alle storie in cui abito. Romanzi, fumetti, saggi, canzoni, film e giochi in cui mi immergo per sentirmi vivo. Storie raccontate da persone che reputo migliori di me. E dovresti vederle quelle storie. Funzionano benissimo. Assolvono meravigliosamente al servizio che ho attribuito loro. Quante risate. Quante lacrime.

Cessate il fuoco!
Un grido facile. Lo lancio da lontano e posso pure permettermi il lusso del Disertore di Boris Vian. Nella prima stesura, quella canzone meravigliosa, volta in italiano da Giorgio Calabrese, si chiudeva con un atto di rivolta, armata e pericolosa. Ma non era vero pacifismo. Si disertava una guerra per combatterne un’altra.

«Si vous me poursuivez
prévenez vos gendarmes:
que je serai en armes
et que je sais tirer.»

Allora Vian aveva deciso di inneggiare a quel pacifismo che, da lontano e in uno stato nel cui territorio non è in corso alcuna azione di guerra, sento mio. Il finale della canzone era diventato quello disarmato che conosciamo bene:

«Si vous me poursuivez,
Prévenez vos gendarmes
Que je n’aurai pas d’armes
Et qu’ils pourront tirer.»

«E dica pure ai suoi
se vengono a cercarmi
che possono spararmi
Io armi non ne ho»

Cessate il fuoco!
Non ho idee illuminanti su come farlo. Non ho voce stentorea per intonare un canto di pace. Non ho neanche idee chiare su modelli che permettano l’interruzione, immediata o progressiva, dei conflitti.

Ho solo schifo per tutti i presidenti, i ministri della difesa, i generali, gli ufficiali, gli eserciti, le armi e gli armaioli. Uno schifo così profondo che mi sta diventando difficile leggere un giornale, ascoltare un radiogiornale, guardare una timeline di notizie dal mondo, senza sentirmi male.

Cessate il fuoco!
Per tutto il mese, in assenza di soluzioni, proposte o idee, e spaventato dal mio schifo, ti racconterò, in forma di post-it, le storie cui ho delegato la mia coscienza, nell’illusione di essere ancora vivo.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)