Babylon, finché Nelly balla

Federico Beghin | Affatto |

Amo guardare i film, anche se a causa del mio fisico malandato a volte l’esperienza può tramutarsi in un supplizio. “A volte” diventa “quasi sempre” quando le pellicole superano un certo minutaggio e ultimamente sembra che lo facciano apposta. Siccome non posso risolvere il problema, devo cercare di giocarlo a mio favore. Ecco che allora, quando guardo i film, la possibilità di resistere al dolore e addirittura di ignorarlo o dimenticarlo si aggiunge ai parametri che uso per valutarli durante la visione prima ancora che alla fine della stessa. Ebbene, Babylon di Damien Chazelle dura tre ore, ma non sono riuscito a staccarmene. Anzi, ne ero così preso che mi è sembrato persino di stare bene. È fin dall’inizio un bombardamento visivo e sonoro piacevolissimo e mai stancante: per fare un paragone, mi è venuto subito in mente Il grande Gatsby di Baz Luhrmann sia per la magnificenza delle feste a cui partecipano i protagonisti che per l’ambientazione storica di entrambe le storie (Babylon comincia nella seconda metà dei Ruggenti anni Venti). Però, mentre il lungometraggio di Luhrmann, che comunque ho apprezzato molto, con quel vorticare di cinepresa e quel caos estetico può affaticare, Chazelle padroneggia una certa sensibilità che gli consente di mantenere l’opera sul filo di un raffinato equilibrio.

Prima che compaia il titolo, che si rifà a Hollywood Babilonia di Kenneth Anger (ammetto di aver sfogliato e letto solo il primo dei due libri dell’edizione a mia disposizione), c’è una lunga sequenza capace di diventare manifesto e tara dell’intero film. Su uno sfondo di eccessi, si sviluppano le vicende di tre individui, due dei quali subito in evidenza. Sono personaggi tragici, sono enormi, titanici, e soccombono in una società che prima li vuole dominatori e poi li esclude, perché sono diventati paradigmi obsoleti, anacronistici. Non c’è spazio per il fallimento, neppure se segue successi grazie ai quali hanno campato un po’ tutti.

I due partecipanti alla festa iniziale sono Nelly LaRoy e Manny Torres, rispettivamente aspirante diva del cinema muto e uomo di fatica al servizio del padrone di casa. Dopo essersi imbucata al baccanale, Nelly/Margot Robbie sale in cattedra, menade danzante eccitata dalla cocaina. Sensuale e travolgente, strega i libertini e i responsabili della Kinoscope. Nell’atmosfera ambrata, il rosso del vestito che avvolge solo parzialmente la pelle chiara della futura star cattura lo sguardo e lo guida al centro di un palcoscenico umano. L’atto di sdraiarsi supina sul pavimento per concedersi un istante di riposo e godimento segna uno stacco profondo tra il “prima” e il “dopo”: la Nelly che si rimette in piedi, fa un tiro portando lentamente la sigaretta alle labbra e poi si scatena di nuovo nel ballo è diversa da quella che ha condiviso sogni, speranze e ambizioni con Manny nei momenti precedenti all’entrata in scena. È il vero battesimo dell’attrice, l’inizio di una corsa che non prevederà più la possibilità di fermarsi per assaporare l’attimo.

Il fascino naturale e sfacciato di LaRoy diventerà scomoda volgarità per gli affettati frequentatori dell’America bene, l’avvento del sonoro ne svelerà i limiti nella dizione e nella recitazione “vocale”, la ridefinizione dei ruoli la metterà all’angolo. Lei stessa si perderà, inghiottita dai vizi e dagli effetti collaterali del successo.

A differenza di Francesco Pelosi, che per (Quasi) ha parlato di Babylon insieme a tre opere cinematografiche invogliandomi a guardare Killers of the Flower Moon, altro film-fiume che mi ha fatto scordare i dolori, ho gradito anche l’ultima ora della pellicola di Chazelle. Come mi ha detto il mio amico Davide, Babylon è un atto d’amore per il cinema, per Hollywood e per la magia che quest’arte sapeva ricreare. Nel terzo atto, accompagnando alla fine delle loro epopee i suoi tre eroi, il cineasta congeda in un modo palesemente retorico e con tristezza ciò che è stato e che forse non sarà più, ma ricorda che conservare una scintilla di quell’antico spettacolo è ancora possibile. Più che nostalgia, a mio parere è speranza. Una speranza che si concretizza proprio nella sequenza iniziale: il ballo impetuoso e avvolgente di Margot Robbie è cinema moderno, è magia, è la prova che si riesce ancora a rapire la fantasia dello spettatore. Perfino a fargli dimenticare i dolori di un fisico malandato.

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(Quasi)