La Giehse – una vita per il teatro (1898 – 1975)

Nina Grenzwert | Aperture facilitate |

«Ero grassa, con i capelli rossi e avevo ucciso Gesù Cristo» è una delle poche dichiarazioni private che Barbara Yelin è riuscita, figurativamente, a estorcere a Therese Giehse.

Preziose e lapidarie, rare citazioni originali da lettere e interviste danno voce a un racconto dipinto principalmente sulle tinte acide dell’ocra e del verde. Una biografia a fumetti fatta di frammenti e interpolazioni. «Più volevo conoscerla, meno si mostrava», scrive la Yelin nell’introduzione a questo libro realizzato lo scorso anno per il cinquantesimo anniversario della morte della protagonista.

Alcune immagini del libro dal sito https://www.muenchner-kammerspiele.de/

Chi era Therese Giehse? In poche parole, una storia da far gola a cacciatrici di edificanti parabole identitarie: attrice e regista teatrale, lesbica, ebrea, probabilmente comunista – viene il dubbio che quest’ultimo dettaglio le abbia sbarrato l’empireo delle Good Night Stories for Rebel Girls… Che sia stata Angela Merkel a rubarle il posto?

Compagna, amante e collaboratrice di Erika Mann, attrice prediletta e amica di Brecht, Therese Giehse nel 1941 è la Madre Coraggio originale e reciterà quel ruolo innumerevoli volte. Due decenni dopo, Dürrenmatt riscrive I fisici trasformando lo psichiatra della versione preliminare in una donna: a Therese quella figura era piaciuta più dei tre scienziati internati e lui, l’autore, gliela scrive addosso. Il risultato è la delirante dottoressa Mathilde von Zahnd, emissario diretto del Re Salomone con fantasie apocalittiche, e, come personaggio, un concentrato delle caratteristiche in cui Therese Giehse brillava: «Fin dall’inizio, ho recitato sempre la parte della vecchia. Vecchia e matta». 

Versione televisiva de I Fisici (SDR, 1964)

Già ventenne, cosparsa o no di gesso in faccia e sui capelli, la Giehse impersonava donne anziane. Ma soprattutto è stata una folla di madri, lei che di figli non ne avrebbe avuti: la Mutter Wolffen, lavandaia e rispettabile ladra di Gerhart Hauptmann, la vecchia madre in Meier Helmbrecht, Frau Peachum nell’Opera da Tre soldi ­– di cui la Yelin sceglie la citazione «Il mondo è povero, l’uomo è cattivo», Mutter Fent in Cyankali, un’opera di denuncia contro la legge 128 che nel 1929 come oggi criminalizza l’aborto. E ancora, tra molte altre, per la storica inaugurazione della Schaubühne di Berlino nel 1970, con la musica di Hanns Eisler e la regia di un giovane Peter Stein, la Mutter di Gorki e Brecht: Pelagea Wlassowa, operaia, che entra nella lotta politica accanto a suo figlio.

Alcune immagini del libro dal sito https://www.muenchner-kammerspiele.de/

In questa biografia per immagini c’è tanta oscurità. L’oscurità che serve a teatro per far esaltare la scena, l’oscurità di notti senza elettricità durante la guerra, l’oscurità in una platea vuota, quando la Giehse e Brecht ne approfittano per farsi una bella dormita se le prove sono noiose. È un racconto scarso di luce e ricco di movimento, la Yelin si sofferma poco su lineamenti e dettagli di un viso che tante foto e riprese hanno ritratto, spesso in primissimi piani, e sceglie invece un’estetica espressionista, con atmosfere cariche di angoscia ma anche di vitalità e frenesia creatrice, tratti rapidi e nervosi, macchie di colore e ombra. Ogni scena è più suggerita che mostrata, eppure la precisione è grandiosa.

Il corpo della Giehse prende spazio: lo vediamo spesso in piedi, largo e solido, i fianchi ampi e le suole ben piantate sul palco o sulla strada, oppure seduto, da giovane insieme alle sorelle man mano che i fratelli inghiottiti dalla Grande Guerra lasciano sedie vuote, oppure più tardi, nel gennaio del 1933, col busto inclinato, i gomiti sul tavolo e un bicchiere di vino, mentre a un tavolo con Erika e Klaus Mann si decide di partire con il teatro politico di Die Pfeffermühle (Il macinapepe).

Sarà, questo, un esperimento teatrale sempre in fuga. Inizia con due mesi di rappresentazioni a Monaco, di cui la Giehse conserva «un ricordo grottesco: un certo Hitler inveisce nell’Hofbräuhaus e noi, a un paio di isolati di distanza, lo prendiamo in giro.» Poi l’esilio in Svizzera, la nuova sede in un hotel scalcagnato fuori Zurigo e oltre mille spettacoli in tutta Europa, fino alla perdita della cittadinanza tedesca. 

Therese Giehse in uno spettacolo della Pfeffermühle nel ruolo della profetessa (parodia di Hitler), Basilea, 1936 (fonte: Deutsches Kabarettarchiv Mainz, Atelier Eidenbenz Base)

Qui la Yelin, e noi con lei, è costretta e una sintesi impossibile: in due pagine la Giehse sposa un collega britannico per ottenere una nuova nazionalità, emigra a New York, prova e rinuncia a fare teatro in lingua inglese, la guerra scoppia, lei torna in Svizzera e già siamo alla première di Madre Coraggio su cui il racconto di botto rallenta. Indugia su una doppia pagina piena ancora una volta di buio e del carretto stracarico di quella madre che, tentando di fare della guerra un affare per la sopravvivenza propria e dei suoi figli, li perde tutti.

Una fotografia della doppia pagina sulla première di Madre Coraggio e i suoi figli

Barbara Yelin, nata due anni dopo la morte della Giehse, gioca col suo personaggio. Dopo averle posto tante domande, si immagina anche la riposta. È una vecchia Therese che, dandole quasi le spalle sullo sfondo di una galleria privata di ritratti del passato, le dice: “Ma di me non parlo. Cosa si aspettava? Una raccolta di sei decenni di lettere d’amore, scritte su carta di canapa, con un bel nastro rosa?”. Ci sembra di sentirla ridere.

Quello che aveva da mostrare, Therese l’ha mostrato in scena, e, se aveva qualcosa dire, era scabro e concreto, nel senso del teatro epico di cui è stata protagonista: «In un buon lavoro teatrale, faccio i più piccoli gesti. Devo sapere esattamente cosa faccio. Niente istinto o identificazione. Bisogna sapere cosa succede, in una situazione. Si deve essere capaci della situazione. Per prima cosa, bisogna stare con i piedi puliti sulla terra. Dalla parte della giustizia. Con sentimento schietto, senza sbavature e un senso non egoistico della realtà».

La copertina del libro di Barbara Yelin. Die Giehse – Ein Leben für das Theater 1898-1975, Münchner Kammerspielen


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