A che pensi? Archiviata sotto la voce sbagliata

Mariagrazia Minardi | Povere creature |

Mia madre mi guarda come si guarda un oggetto lasciato in una stanza sbagliata. Smarrimento, sì, ma non nel senso ordinario. Qualcosa di più sottile. Più freddo. Una discrepanza, forse. Una piccola incrinatura tra ciò che dovrebbe essere e ciò che appare. L’Alzheimer, prima di distruggere, corregge, riscrive male, sposta le cose di posto, le mantiene abbastanza simili da sembrare ancora riconoscibili sottraendole, però, alla loro collocazione giusta. È per questo che quando mia madre mi guarda non ho mai l’impressione di essere sparita davvero. Ho piuttosto quella, più perturbante, di essere stata archiviata sotto la voce sbagliata.

Io, per difendermi, ho sviluppato una forma di ironia minima. «Sono io», le dico. A volte aggiungo dettagli inutili, come si fa con i database corrotti: il mio nome o quello dei miei figli, un episodio condiviso, un luogo, una data. Le parlo come se bastasse inserire la parola chiave giusta per far risalire l’intero sistema. Lei ascolta, annuisce, ogni tanto ride. Ride davvero. E in quella risata, che non mi restituisce il mio nome ma nemmeno me lo nega, c’è qualcosa che continua a esistere senza aver bisogno del riconoscimento.

Per molto tempo ho pensato la sua malattia nei termini più ovvi: perdita, sottrazione, svuotamento. Poi, a forza di starle vicino, questa banale nomenclatura del deficit ha iniziato a sembrarmi insufficiente. C’è qualcosa che quella lingua non riesce a nominare.  Il problema, a forza di starci dentro, non è nemmeno che non ricorda. È che pensa secondo una logica che non mi deve più spiegazioni. È come se abitasse una sintassi che non so leggere.

Hai presente Oliver Sacks? Sì, proprio lui, il medico umanista ridotto a santino divulgativo che consola spiegando. In verità a me interessa il Sacks più inquieto, quello che guardando i suoi pazienti non vede semplicemente funzioni perdute, ma modi diversi di organizzare il reale. In uno dei suoi più celebri saggi l’idea generica di un cervello danneggiato lascia il posto alla sensazione molto più destabilizzante che il mondo, per certi soggetti, continui a esistere dentro una grammatica diversa. Il paziente non ha smesso di abitare il mondo: lo abita secondo relazioni che, per chi osserva da fuori, sembrano storture, ma una stortura è ancora una forma, è ancora un ordine, per quanto indecifrabile.

Con mia madre provo spesso questa sensazione. Non che sia entrata nel nulla, ma che stia vivendo in una forma dell’esperienza a cui io non ho più accesso. A volte le porgo un oggetto e lei lo prende con una concentrazione quasi infantile, come se dovesse ridargli un nome dall’inizio. Altre volte dice qualcosa di perfettamente assurdo con una serenità che mi disarma. Invece di correggere, resto lì a chiedermi se non sia io quella che continua a pretendere una stabilità che la mente non promette affatto.

Forse è anche per questo che continuo a voler leggere tutto.

Mia figlia mi chiede: «A che pensi?» Lo chiede con quella naturalezza crudele che hanno i bambini quando non hanno ancora imparato a sospettare del linguaggio. Per lei la domanda è semplice. Presuppone che il pensiero sia accessibile, che esista una soglia attraversabile tra interno ed esterno, che ciò che accade dentro possa essere detto senza perdere troppo di sé. Io provo a risponderle, ma ogni risposta è una riduzione. Traduco e nel tradurre perdo. Le dico qualcosa di ordinato, lineare, rassicurante, mentre dentro si muove una massa molto meno composta di immagini, timori, ritorni, ipotesi, piccoli allarmi, residui di memoria, frasi a metà. Lei mi guarda con una leggera insoddisfazione. Pensa che la risposta sia falsa? No. Semplicemente è troppo pulita, troppo giusta per essere vera.

Mio figlio, sedici anni, quella domanda non la farebbe mai. Il suo rapporto con il pensiero è meno ingenuo e più fisico, quasi più ostile. Non gli interessa sapere cosa pensa: gli interessa reggere la pressione di ciò che pensa. Lo vedo nei giorni in cui si chiude, nella durezza sproporzionata di certe reazioni, in quel modo di urtare il mondo come se avesse bisogno di sentirne il bordo. Poi, senza preavviso, diventa dolce, di una dolcezza che non si lascia catturare, non si lascia osservare mentre accade. C’è e basta, come un errore benefico nel sistema.

Forse è questo che mi inquieta del pensiero: è una pressione, qualcosa che accade e che, nel momento stesso in cui proviamo a dirlo, cambia stato.

Giacomo di cristallo. Ricordi? Mi torna in mente perché mette in scena l’ipotesi opposta alla nostra. Giacomo non ha opacità e tutto ciò che lo attraversa si vede. Se prova paura, si vede. Se prova vergogna, si vede. Se qualcosa lo ferisce, si vede. È una figura senza interno, o meglio con un interno talmente esposto da non poter più essere negoziato. Rodari racconta questa trasparenza come un paradosso fiabesco, ma anche come una condizione invivibile. Perché noi, al contrario, esistiamo proprio grazie a una zona non immediatamente accessibile. La nostra opacità non è un difetto da correggere: è il margine che rende possibile il pensiero, la distanza, perfino la relazione. Senza opacità non ci sarebbe profondità. Ci sarebbe solo esposizione.

Io stessa, se mi osservo con un minimo di onestà, mi accorgo che gran parte di ciò che chiamo pensiero è già una sua rappresentazione, già linguaggio, già montaggio, già forma addomesticata. Il pensiero vivo, quello che forse davvero ci attraversa, arriva prima o dopo la frase. A volte di lato. A volte resta nel corpo e non sale fino alla lingua. A volte si deposita in una smorfia, in una sospensione, in un gesto che nessuno saprà leggere con precisione.

Ed è a questo punto, quando il pensiero si mostra come qualcosa di insieme necessario e intraducibile, che A che pensi? di Laurent Moreau entra in scena con una calma quasi irritante.

Anziché complicare, il libro riduce. Lo fa con metodo, con una disciplina formale severa, quasi matematica. Ogni doppia pagina ripete lo stesso impianto. A sinistra una frase minima, asciutta, poco più di una soglia verbale: un nome, uno stato, una condizione. A destra un personaggio isolato, frontale o di profilo, fermo in una posa che non racconta nulla da sola. Fondi pieni, colori netti, campiture senza sfumature, vestiti costruiti con pattern semplici, volti sintetici, trattenuti, quasi emblematici. Il personaggio non sta davvero facendo qualcosa. Piuttosto trattiene. Custodisce, forse.

Poi interviene l’aletta e con essa il libro compie il suo gesto decisivo. Una parte del volto si apre, e dentro compare un’altra immagine. Non una didascalia del sentimento, non un simbolo isolato, ma una vera e propria scena interna in cui il pensiero non viene spiegato: viene allestito. Moreau non dice «la gelosia è come…, la tristezza assomiglia a….». Costruisce direttamente una forma visiva che funziona come quella emozione, come quel pensiero, come quella disposizione interiore.

È qui che il libro diventa molto più preciso di quanto sembri a una prima lettura. La felicità, per esempio, non viene resa con un volto sorridente o con un segno astratto, ma con un piccolo mondo dinamico, attraversato da movimento, aria, slancio. La tristezza non esplode, non teatralizza sé stessa: ristagna. Si organizza come una condizione atmosferica interna, una qualità del paesaggio. La gelosia prende una forma più inquieta e aggrovigliata, quasi animale, fatta di intrecci e minaccia. La musica, in una delle tavole più riuscite, non appare come semplice ornamento iconografico, ma come fenomeno spaziale: la si vede accadere senza passare dal capirla. Ogni immagine interna ha una sua logica compositiva, un suo ritmo, una sua temperatura. Non sono illustrazioni decorative: sono sintassi visive.

Anche la scelta grafica è più sottile di quanto sembri. I personaggi esterni sono quasi sempre compressi in una frontalità o in una fissità che li rende immediatamente leggibili, ma non ancora vivi. È come se il fuori fosse sempre più povero del dentro. La superficie sociale del volto è contenuta, trattenuta, quasi muta. L’interno invece si espande, si popola, prende aria. E tuttavia non esplode mai davvero. Questo è il punto più interessante del libro: anche quando mette in scena pensieri turbolenti, Moreau li costruisce in modo ordinato. Tutto resta contenuto entro il perimetro del personaggio, senza traboccare.

È per questo che il gesto delle alette conta così tanto. Non è solo un espediente ludico. È una piccola drammaturgia della conoscenza. Apri e vedi. Il libro ti educa fisicamente all’idea che l’interno possa essere rivelato. Ma la rivelazione che ti concede è già mediata, già composta, già resa abitabile. Quello che trovi sotto l’aletta non è il pensiero nella sua forma viva e instabile: è il pensiero dopo che è stato organizzato per essere visto. E tuttavia sarebbe ingeneroso rimproverare al libro questa scelta, perché è proprio lì che si gioca il suo equilibrio profondo. A che pensi? non vuole dimostrare l’impossibilità di conoscere l’altro. Vuole offrire una grammatica visiva minima per avvicinarsi a ciò che l’altro sente senza violarlo del tutto.

Anche la tavola finale lavora in questa direzione. Tutti i personaggi condividono finalmente lo stesso spazio. Si ritrovano in una piazza, dentro una scena corale che suggerisce relazioni, incontri, possibilità di incrocio. I corpi stanno insieme. I pensieri no. Restano impliciti, separati, non sovrapponibili. Il libro non li fonde in un’armonia collettiva. Li lascia alle spalle, o meglio li lascia dentro ciascuno, come condizioni che rendono possibile la convivenza ma non si esauriscono in essa. È una chiusura molto più intelligente di quanto sembri, perché non scioglie il problema: lo ridistribuisce nello spazio comune.

E allora la domanda ritorna, ma in una forma diversa.

«A che pensi?»

Da mia figlia arriva come una richiesta limpida. Dal libro arriva come un dispositivo. Da me, ormai, arriva quasi come un inciampo filosofico. Perché continuo a sospettare che il pensiero, nel momento in cui si lascia dire, si tradisca. Eppure, guardando mia madre capisco anche il contrario: che esiste una vita mentale che non coincide affatto con la sua traducibilità, una vita che continua perfino quando il linguaggio perde aderenza, perfino quando il riconoscimento si sfalda, perfino quando io divento, per lei, un oggetto nella stanza sbagliata.

Forse è per questo che A che pensi? mi colpisce e insieme mi disturba. Perché offre ciò che io non riesco più a ottenere dalla realtà: una forma visibile del dentro, un pensiero che si lascia guardare senza disfarsi, una tristezza che prende la forma di un paesaggio, una gelosia che si fa groviglio, una felicità che si lascia attraversare dal movimento. Il libro non dice il vero sul pensiero, non nel senso duro in cui me lo insegnano mia madre, i miei figli, il mio stesso vivere. Dice però qualcosa di necessario: che abbiamo bisogno di figure per avvicinarci a ciò che altrimenti resterebbe muto.

E allora torno a mia madre.

Torno al suo sguardo che non mi riconosce e tuttavia mi tocca. Torno a quella risata che non sa chi sono ma sa ancora accadere. Torno a quel modo di stare nel mondo senza più dover rispondere di sé secondo le mie coordinate. Se davvero il pensiero è una configurazione instabile, allora forse non consiste nel possedere contenuti chiari, ma nell’abitare forme provvisorie.

Alcune si dicono.

Altre si mostrano.

Altre ancora restano chiuse e continuano a vivere senza di noi.

Il libro di Moreau lavora esattamente su questa soglia. Non sul mistero assoluto dell’interiorità, ma sul nostro bisogno di dargli una figura. E forse è tutto qui il suo gesto più felice: non pretendere di aprire davvero la mente, ma offrirci immagini abbastanza nitide da ricordarci che qualcosa, dentro gli altri, c’è. Anche quando non sappiamo nominarlo. Anche quando non ci riconosce. Anche quando ride, e per un istante ci sembra che quel resto non indicizzabile sia l’unica forma di verità che ci è ancora concessa.

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