Andando in spiaggia passiamo a comprare i giornalini

Stefano Tevini | Due calci al balloon |

C’è una parte consistente dei ricordi estivi di quando eravamo giovani che poco ha a che vedere con la location in cui si andava in vacanza. Amicizie con gli amichetti conosciuti in villeggiatura che ci si prometteva come eterne e che puntualmente duravano dalla mezz’ora alle due settimane dal momento in cui si saltava in auto per tornare a casa, i primi limoni & filarini assortiti per chi un po’ di più ci sapeva fare con l’altro sesso, le serate in cui si poteva star fuori un po’ di più e, per un appassionato di fumetti, i giornalini. Così li chiama mia madre, il che rende più semplice criticare la mia abitudine di leggere ancora i giornalini alla tenera età di quarantacinque anni, ma come del resto di buona parte della mia vita hanno fatto parte anche delle mie vacanze, con un twist tutto specifico. Ciò che infatti rendeva interessanti le edicole del mare e della montagna che frequentavo assiduamente forte del fatto che, dovendo passare lunghi pomeriggi in cui i miei desideravano essere lasciati in pace, erano più disposti del solito ad accontentarmi (anche se non è che del resto dell’anno mi potessi poi lamentare, a dirla tutta). Mi lasciavano in mano una banconota e io sparivo per una mezz’oretta almeno, in una ricerca che era essa stessa il piacere, prima ancora dei ritrovamenti interessanti che puntualmente mi capitavano.

Le edicole dei luoghi di villeggiatura, infatti, spesso avevano un angolo dei fumetti che si sviluppava in accumulo, non saprei dire se per deliberata scelta e accesso a magazzini preclusi ai giornalai urbani o per sedimentazione naturale, sta di fatto che nel corso degli anni, tra una confezione di soldatini fantascientifici stile Atlantic e pupazzetti dei ninja o dei wrestler (venduti in confezioni da due, design generico, di gomma morbida, cavi, gli infilavi letteralmente un pollice nel culo e ci giocavi) ci ho pescato diverse chicche che, per stranezza o per qualità, mi sarei ricordato per tutta la vita. E alcune vabbè, sono anche facili da apprezzare come i New Mutants di Chris Claremont e Bill Sienkiewicz, pubblicati mi pare da Play Press, una saga pazzesca da dare in mano a un raspino di una dozzina d’anni, o Wolverine & Havok: Meltdown, sempre Play Press, scritto dai coniugi Simonson e illustrato da un Jon J Muth che al tempo ero a malapena in grado di capire.

Ritrovamenti di pregio, innegabile, ma quel che rendeva affascinanti le edicole delle vacanze erano le bestie strane, fumetti che ad andar bene avresti trovato nelle fumetterie che ancora all’epoca stavano nascendo e non tutti frequentavano. Stranezze come “Braintrust”, un fumetto dei primi anni Novanta, se non vado errato 1994, che raccontava le gesta di due gruppi capitanati rispettivamente da un certo Cain, che sarà pure stato il villain ma a suo tempo lo trovai fighissimo con i capelli lunghi con la coda, il giacchetto di pelle e le spade che sfolgoravano energia, e il suo rivale, un militare di cui non ricordo il nome perché quanto a figaggine non gli passava nemmeno vicino. I due team avevano personaggi assurdi, una sorta di ninja glam rock con armature di design, pitture facciali e tanto cuoio. Si trattava di una miniserie di quattro numeri che faceva molto Image, che all’epoca andava di moda ed era pure un filo polarizzante fra i ragazzini che leggevano fumetti, io per inciso ero un marvelliano un po’ anche per un mio contorto senso dell’onore. Il fumetto era divertente, si percepiva che gli mancava qualcosa, forse esperienza e perizia da parte degli autori, ma a modo suo funzionava. Uno dei numeri, credo il quarto, aveva addirittura la copertina di Alan Davis. No, non sto scherzando. Forse “Braintrust” andò addirittura benino perché io ne acquistai una versione raccolta, per così dire, in volume, nel senso che i quattro spillati erano stati infilati con la colla in una copertina con la costa che doveva contenerli tutti e quattro ma non lo faceva benissimo perché si staccavano.

Tornando ulteriormente indietro nel tempo non posso non ricordare “Animal Comics”. Qui la memoria mi fa difetto perché il volume, anzi il giornalino, me lo fece a pezzi mia madre in quanto non mandò mai giù la presenza nutrita di illustrazioni oscene. Mi ricordo che si trattava di una testata antologica nata da una costola di “Hey, Rock!” del grande Massimo Cavezzali, gli sia lieve la terra, e che per l’appunto abbondava di strisce che facevano dell’umorismo greve a sfondo sessuale. Ricordo anche un amico del mare, sarà per quello che quei legami durano tanto poco, che mi fece sgamare dai miei indicando un’illustrazione e urlando «Ahahah! Guarda! Una nave piena di cazzi!» Da giovani, si sa, non si va per il sottile.

Quello delle edicole del mare è stato un connubio felice fra lo spirito dei tempi, fatto di una fede nell’abbondanza. E questa fede, oltre che in potere d’acquisto, si traduceva nel coraggio di sperimentare da parte di alcune realtà indipendenti che, in qualche modo, ci hanno , seppure per una breve, effimera stagione (nel campo dei giochi di ruolo mi viene in mente una bestia strana come Ammo, prodotto indipendentissimissimo che purtroppo non ebbe seguito). E poi c’erano le lunghe estati vissute come un periodo di sospensione dalla quotidianità, in cui si entrava in una modalità dedicata che influenzava anche l’intrattenimento (la televisione sorbita fin dal mattino con le serie TV anni Settante e Ottanta, ore di gioco sull’asfalto bollente, notte horror). E tutto questo rendeva unico, forse nella Storia tutta, quel limbo tra l’infanzia e l’età adulta di una generazione fra le prime di sempre ad averlo vissuto.

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