
Quando venni a conoscenza della rivista (Quasi) era in corso il numero sul cyberpunk e, all’epoca, pensai «PORCA PALETTA! MI SAREBBE PIACIUTO SCRIVERE UN ARTICOLO SUL CYBERPUNK». Potrei non aver detto proprio proprio porca paletta, poi son successe cose, e altre cose e aperitivi bevuti e alla fine eccomi qui, faccio una rubrica mensile per quei galantuomini di Paolo e Boris ma la faccenda del cyberpunk mi è rimasta sul gozzo, io conosco il cyberpunk, ho delle cose da dire a proposito. E ora le dirò.
Nel lontano 1992 avevo 14 anni, leggevo un sacco di cose e, a un certo punto, vengo a conoscenza dell’esistenza di qualcosa chiamato “cyberpunk”, un genere letterario vecchio di una decina d’anni che raccontava una fantascienza diversa, la fantascienza vicina a Blade Runner, che all’epoca faceva parte del mio rituale quotidiano di sopravvivenza, il betamax partiva tutte le sere e tutte le sere io me ne stavo a ripetere a memoria le battute di tutti i personaggi, vicina a quell’esperimento andato malino di Tron, primo film, secondo la mitologia familiare di casa Panella, a cui ho assistito a 4 anni completamente avvinto.

Quindi, lancia in resta, faccio quello che farebbe ogni scriteriato quattordicenne privo della benché minima idea di case editrici, distributori o diritti sui libri, giro per tutte le librerie della mia pigra, sonnolenta, arida e paranoica cittadina con una sola e granitica certezza, voglio comprare Giù nel cyberspazio di William Gibson e i librai locali reagiranno tutti alla stessa maniera, con grandi alzate di spalle, e la totale inconsapevolezza nel profondo degli occhi.
Poi le scuole superiori, un’alta città, più cosmopolita forse, di sicuro con librerie più fornite, librerie che prendevo d’assalto ogni volta che facevo sega a scuola, un whisky al bar da Pippo e poi via, verso la libreria del teatro, all’epoca dovevo scegliere fra le sigarette o i fumetti o i libri, vista la mia predilezione per i cilindri di tabacco imparai presto l’arte del taccheggio. E allora ecco tutti i miei libri di formazione, Gibson, Sterling, Rucker e tutti gli altri. E più mi impadronivo di questo ben di dio narrativo e più mi sentivo in sintonia con gli “eroi” delle cui gesta mi nutrivano. Ero giovane, spregiudicato vivevo con l’ossessione della rete, quella magnifica e teatrale delle zaibatsu dei fantini della console, che riempiva i miei primi grezzissimi fumetti, ero Mozart sul motorino, ero Bobby Newmark, con gli occhi come due buchi di piscio sulla neve.

Gli anni Novanta diedero il meglio di loro, le tribù metropolitane facevano irruzione mediatica fino al buco di merda in cui ho sempre vissuto, finalmente era possibile, con un’economica gita in quel di Milano, accedere all’allora misconosciuto universo di estetiche dell’animazione giapponese, alcuni manga facevano capolino regolarmente in edicola, era finalmente accessibile un mondo stimolante proprio a misura della mia passione, del mio gusto, gli anni ‘90 sono stati il decennio del cyberpunk…almeno, così credevo.
Continuando a leggere, a informarmi, era facile entrare in contatto con realtà, e con realtà intendo proprio cose che esistevano sul serio seriamente: i phone freaker degli anni Settanta, i raduni di programmazione sperimentali e così tanto narrativamente pirateschi degli anni Ottanta e poi ancora tutta la pletora di gente che si riconosceva in una nuova sensazionale primavera di tecnoqualcosa… Il futuro era arrivato, il futuro era il cyberspazio e io, stupidamente, ho pensato che fosse la cosa più romantica del mondo.
Sono passati vent’anni, io rimango spregiudicato e romantico ma non posso fare a meno di pensare che se potessi viaggiare nel tempo, a un raduno sci fi del 1985, mettiamo, e ci fossero tutti gli esponenti della novelle vague romanziera fantascientifica ma anche Herbert, Dick e, perché no Adams, e gli raccontassi cosa è successo all’informatizzazione, se potessi narrargli di come, alla fine il cyberspazio è diventato veramente di dominio pubblico, solo che…ehm…no, niente allucinazione consensuale, niente fantini della consolle.

Il telefono, anzi un telefono che è diventato famoso solo perché era di moda, a un certo punto uno status symbol, ha cambiato le carte in tavola, la società si è ribaltata, la biblioteca di Alessandria digitale, in effetti esiste ma non se la incula nessuno.
Cosa succede nel vero cyberspazio? Potrebbero chiedermi tutti quegli scrittori riuniti, e come fare a fargli capire il grado di alienazione? Come riuscire a far capire a dei visionari analogici che è tornato di moda l’estremismo ideologico per interposta persona? Come si può’ condensare il concetto di social media, la sua profonda aberrante inutilità che però è anche la sua profonda aberrante importanza, un’importanza politica ormai fondamentale, le vette della possibilità del tempo reale nella ricerca, nella condivisione e nella crescita intellettuale quasi completamente sacrificata all’idolatria folle e pagana del culto di sé stessi?
Probabilmente non mi crederebbero, mi aspetterei commenti del tipo «Questa è veramente troppo una cazzata!»
E credo che avrebbero ragione a pensarlo, io stesso, che la sto vivendo, stento a crederci.
Polarizzazioni suicide tipo la brexit, movimenti anti conservativi come i nichilisti estremi, follie come la para socialità di onlyfans, la paura ha vinto, e ha vinto nella maniera più noiosa possibile, ha vinto con mediocrità, ha vinto sotto la spinta di un di una comodità anestetizzante.

Ma, soprattutto, di fronte alla più straordinaria rivoluzione tecnologica che come umanità abbiamo raggiunto, la nostra reazione è stata quella di tornare ai più biechi e miserandi periodi del nostro passato, dovevamo elevarci intellettualmente, come specie e, invece, abbiamo fatto tre passi indietro. «Hey! Guarda umanità, ecco qui il fantastico motore antigravità a emissioni zero che metterà fine ai problemi della vostra razza!» «Bene! Ci porterò più agilmente i tranci dei nemici che avremo brutalizzato.»
Alla fine, cosa ci rimane del cyberpunk? Vorrei poter dire un contributo alla narrazione collettiva, un aiuto a capire come raddrizzare la barra di questa noiosa merda che è la società, un incentivo a rivolgere lo sguardo dentro noi stessi, come fecero quei santi maledetti dei primi autori della mirrorshade generation (ora sapete anche perché indosso sempre gli occhiali scuri) e scoprire che il viaggio per il futuro passa dalle nostre coscienze. Invece, ci rimane solo un blando riferimento di genere, oramai i media si riferiscono al cyberpunk solo per indicare un certa estetica degli anni Novanta.

Poi avrei da dire sugli stupidi generatori di testo (guai chiamarla intelligenza artificiale) e ancora sullo stigma delle parole, che dovevano diventare nuove lingue e invece si sono trasformate in gabbie dogmatiche, in muri che uccidono la comprensione e il contesto, e ancora molto altro… ma credo di aver espresso a sufficienza il concetto:
Il cyberpunk è morto, perché è arrivato davvero e fa cagare.
