« Je dois à la “mystique” d’Andrzej Zulawski de m’avoir révélé des choses que je ne voudrais jamais avoir découvertes… Possession, c’était un film infaisable, et ce que j’ai fait dans ce film était tout aussi infaisable. Pourtant, je l’ai fait et ce qui s’est passé sur ce film m’a coûté tellement cher… Malgré tous les prix, tous les honneurs qui me sont revenus, jamais plus un traumatisme comme celui-là, même pas… en cauchemar ! »
Isabelle Adjani
Che Horace si innamori di Agnès a prima vista è abbastanza plausibile e non dobbiamo ricorrere a nessuna sospensione dell’incredulità per accettare la cosa, dato che Agnès è interpretata da Isabelle Adjani. Chi non se ne sarebbe innamorato?
Quello di Agnès, giovane e ingenua protagonista del capolavoro di Molière, L’école des femmes, è il primo ruolo importante che la diciassettenne Adjani interpreta sulle assi della Comédie-Française nel 1973. Non avendo potuto, per motivi anagrafici (nel 1973 avevo 5 anni e non mi portavano a teatro a Milano, figurati a Parigi!), godermelo sulle scene del più glorioso teatro di Francia, ho però recuperato lo spettacolo nella sua versione televisiva: girata sempre nel 1973 da Raymond Rouleau e con Bernard Blier nella parte di Arnolphe.

Non mi ricordo chi ha detto che la bellezza è pura presenza, ma chiunque sia stato probabilmente aveva visto Adjani a teatro. Bravura e bellezza si fondono in un’entità che riempie di senso la scena solo con la sua presenza. E questo risulta più vero ancora quando l’anno dopo Adjani veste i panni di Ondine, l’essere sovrannaturale del dramma di Jean Giradoux, al cui sacrificio (Ondine perde l’amore e la possibilità del ricordo, per salvare l’amato) la sua interpretazione (proprio grazie alla forza scaturita dal mix tra bravura attoriale e bellezza) da un senso tutto nuovo. Già da queste prime prove è evidente come in Adjani bellezza e bravura si alimentino a vicenda: la sua naturalezza recitativa rende la bellezza più interessante, mentre la bellezza amplifica la forza visiva della sua recitazione. A differenza di un’attrice di indiscussa bellezza ma priva di talento che troppo spesso le viene accostata, come Monica Bellucci, Adjani non è semplicemente bella mentre recita: ma riesce a rendere visibile, attraverso la propria bellezza, la complessità emotiva che abita i suoi personaggi.

Mentre Isabelle si muove di successo in successo sui palchi parigini, François Truffaut è fermo da due anni: dall’uscita di Effetto notte, il film che – in qualche modo – è all’origine della sua definitiva rottura con Jean-luc Godard. Situazione inusuale per un autore iperproduttivo come lui, che in meno di 15 anni ha diretto 13 film e ne ha prodotti un’altra decina. A questo aggiungi che la filiale sussidiaria distributiva francese della United Artists, con cui la sua Les Films de la Carrosse, aveva stretto un sodalizio fruttuoso, sta cominciando a fare pressione e potrebbe chiudere la linea di credito se non si mette in cantiere un nuovo progetto. Ce n’è uno a cui Truffaut sta lavorando da almeno 6 anni, ma è un kolossal storico ambientato nell’Ottocento tra Europa e America e il costo stimato di 5 milioni di franchi non ha avuto il benestare della United Artists. Così Truffaut rimette velocemente mano alla sceneggiatura, la taglia di due terzi e trasforma un affresco epico storico in un dramma intimistico. L’8 gennaio 1975, sull’isola inglese di Guernsey, cominciano le riprese di L’histoire d’Adèle H.
All’inizio, per la parte di Adèle Hugo, sembra che Truffaut pensasse a Catherine Deneuve (che sarebbe stata perfetta, avendo nel 1975 la stessa età di Adele all’epoca dei fatti narrati) ma che poi, dopo aver visto in televisione Isabelle Adjani nella parte di Agnès, abbia deciso che Adèle doveva essere interpretata da lei. Di attrici Truffaut se ne intende e lo capisce subito che questa ragazzina ha lo stesso grandissimo unico talento di Jeanne Moreau (con la quale, non a caso, arriverà a misurarsi interpretando nel 1994 un remake della Regina Margot): crea senso solo con la propria presenza. Se ne invaghisce anche, ma la storia un po’ patetica (non per la differenza d’età, ma per il paradossale rapporto con la messa in scena del film) di un uomo di 43 anni innamorato di una ragazzina di 19 anni e del fermo rifiuto che lei oppose alle sue avances, te la racconto in un’altra occasione. Anzi, fai prima: vai a leggertela nella bellissima e monumentale biografia che Serge Toubiana e Antoine de Baecque nel 1996 hanno dedicato al regista (in italiano la trovi per i tipi di Lindau).
Comunque, Truffaut per avere Adjani nel film è disposto a tutto. A commettere un falso storico: la protagonista del film avrà 20 anni, invece dei 33 (dannatamente simbolici!) che aveva la figlia di Hugo nella realtà del 1863. A rendersi ridicolo con una lettera in cui traspare tutto il suo desiderio erotico:
«Cara Isabelle, non ho mai sentito un desiderio così imperioso di fissare un volto sulla pellicola, immediatamente, trascurando tutto il resto. Quel volto è il suo. Un volto che da solo racconta tutta la storia. Il suo sguardo crea situazioni drammatiche, al punto che lei potrebbe tranquillamente recitare in un film senza sceneggiatura, sarebbe un documentario su di lei e varrebbe più di qualsiasi storia raccontata.»
A mettere di mezzo i legali della sua casa di produzione, perché trovino un accordo con la Comédie-Française che ha sotto contratto un’attrice di tale talento e certo non vuole farsela scappare.
Adjani è indecisa. Ha già lavorato nel cinema. Qualche particina e un ruolo importante nella commedia La giffle, un filmetto di Claude Pinoteau (l’uomo che 5 anni dopo darà la fama a un’altra futura grande attrice: Sophie Marceau, segnando l’immaginario di noi adolescenti con La boum – genialmente tradotto in italiano come Il tempo delle mele). Ne è attratta, ma sa che accettare di recitare nel film di Truffaut significherà allontanarsi dal teatro, luogo a cui sente di appartenere più che a ogni altro. Per nostra fortuna, dopo vari tentennamenti, accetterà dando al cinema una delle attrici più grandi e più belle che abbia mai avuto, e dando il volto (di questo probabilmente non ne era conscia) ai suoi e ai nostri incubi più oscuri.

Tra il 1975 e il 1981 (in qualcosa come 6 anni) recita in 12 film. Piccolo inciso. I miei preferiti arrivano dopo, e sono: L’estate assassina del 1983, La Regina Margot del 1994 e Diabolique del 1996, ma non sono imprescindibili come i tre che in quella dozzina, a intervalli più o meno regolari, compongono quella che è, con tutta evidenza, una ineludibile trilogia dell’incubo.

Altro piccolo inciso. Probabilmente su L’estate assassina ci torno, fosse solo perché lo devo a Sébastien Japrisot mio scrittore feticcio (troppo poco tradotto in Italia, paese in cui gli editori assecondano solo le maestrine che amano Carrere e Ernaux!) dal cui scorticante romanzo è tratto. Adesso però torniamo ad Adèle Hugo.
Adèle H. è un documentario (era programmatico Truffaut in quella lettera!) girato attorno a un corpo prigioniero di un desiderio che non può trovare soddisfazione. Quella di Adèle H. non è una passione amorosa che lentamente scivola nell’ossessione, è ricerca di senso in una realtà che di senso non ne ha bisogno. Non dimentichiamoci che la vera Adèle si era inventata un codice (quindi una lingua) con cui scrivere i suoi diari e il linguaggio è strumento principale per la costruzione di senso. Adèle è terrorizzata dalla mancanza di senso della realtà, non cerca semplicemente Pinson: lo costruisce, e crea attorno a lui un mondo, una geografia ossessiva, una concatenazione di segni che sottragga ogni incontro mancato alla sua reale insensatezza. Quella che Adèle/Adjani costruisce è una sorta di macchina deleuziana, ma questa macchina costruttrice di senso, anziché aprirle possibilità di vita, si richiude su di lei in un unico circuito, fino all’abisso. Fino a diventare produttrice di incubi.

In Nosferatu, il principe della notte scritto e diretto da Werner Herzog nel 1979, Adjani interpreta Lucy Harker, creatura di purezza che sceglie la contaminazione. Il suo viso pallido, incorniciato da capelli scuri non ha nulla di diafano e di metafisico, come sostiene certa stolida critica, è profondamente realistico e tattile come i dipinti preraffaelliti. Di fianco a lei, il vampiro interpretato da Klaus Kinski incarna una fame d’amore assolutamente fisica: il desiderio della carne. Lucy intuisce ciò che gli altri non vedono, questo bisogno d’amore, e accetta di avvicinarsi al mostro, di calarsi nell’incubo. Fa della propria vulnerabilità una forma di conoscenza donando alla mostruosità la propria bellezza, in un amplesso che dura tutta la notte. Una delle più struggenti scene d’amore della storia del cinema.

Ma è con Possession (1981), di Andrzej Żuławski, che questa traiettoria, questa discesa nell’incubo, raggiunge il suo culmine. Anna non è una donna che impazzisce: è una donna il cui corpo smette di obbedire alle rappresentazioni che il mondo esterno ha di lei. Nella inquietante scena della metropolitana, Adjani trasforma i movimenti del corpo in convulsione, in spasmo, il suo volto diventa una maschera attraversata da forze incompatibili. Non c’è più una distanza rassicurante tra psiche e carne, tra umano e mostruoso. L’orrore non è il male, il mostro non siamo noi, come tanti epigoni hanno interpretato e non è neppure l’altro, l’ammasso tentacolare con cui Anna fa l’amore. Il mostro, e come in uno strano anello torniamo ad Adèle H., è un desiderio che non accetta più di essere addomesticato e che, nonostante i nostri sforzi, non può essere soddisfatto. Nessun rito apotropaico, nemmeno l’atto sessuale, riesce ad esorcizzarne la mostruosità.

Questi tre film compongono una sorta di trilogia dell’incubo. In tutti e tre, Adjani incrina il confine tra la bellezza e ciò che dovrebbe negarla: la follia, la morte, la deformità. La sua straordinaria qualità non consiste nel rendere seducente l’orrore, ma nel mostrare quanto nonostante i nostri sforzi di seduzione (fuor di metafora: il desiderio dell’altro) e nonostante l’orgasmo, si resti insoddisfatti. Questo è l’orrore. Ed è necessario perché la vita continui. Se non ricordo male lo sosteneva Jacques Lacan: il desiderio è per definizione insoddisfatto, è la condizione stessa della nostra umanità. È orribile, ma è così. Né la morte, né la follia, né la violenza. Null’altro che la soddisfazione del desiderio, cancellerebbe il nostro essere umani.
È forse questo il segreto che Adjani ci svela con la sua presenza. Lei non rappresenta i nostri incubi, li rende visibili. Ci costringe a guardarli mentre si manifestano nella forma che più ci rassicura e, proprio per questo, più ci spaventa: un volto bellissimo. E questa è una cosa che mai avremmo voluto scoprire.
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.