«Noi la fortuna degli ombrellai»
Pasquale Panella/Lucio Battisti – Il Diluvio, dall’album Don Giovanni del 1986
La notizia che Federico II di Prussia, il 5 novembre 1757, aveva sbaragliato le truppe franco-austriache a Roßbach, in Sassonia arrivò a Luigi XV, in trepida attesa a Versailles, nel tardo pomeriggio. Nel giro di poche ore, nonostante una importante inferiorità numerica, Federico aveva ottenuto una grande vittoria che obbligherà la Francia al disimpegno militare sul fronte orientale per occuparsi solo dello scontro coloniale con l’Inghilterra. Non ci sono cronache attendibili di come Luigi XV trascorse le ore successive all’arrivo di quella notizia.
Quello che sappiamo per certo è che si precipitò negli appartamenti di Jeanne-Antoinette Poisson, meglio conosciuta come Madame de Pompadour, sua amante e fidata consigliera. Madame de Pompadour stava posando per il pittore Maurice Quentin de La Tour. Alcuni sostengono che vedendo il re così abbattuto cercò di consolarlo subito con quella frase che resterà nella storia; altri dicono che lo consolò dopo, nel tepore dell’intimità. Nessuno di questi cronisti era presente ai fatti, di certo (e neanche troppo) abbiamo solo la frase che la favorita pronunciò per sollevare l’amante rabbuiato: «Haut les coeurs, Majesté. D’ailleurs, apres vous, le diluge!»

A Luigi XV la frase piacque così tanto da farla sua e da declinarla in pubblico al plurale maiestatis. Una frase pronunciata per alleggerire un momento teso e doloroso diventò il condensato morale di un’intera epoca, arrivando ad assumere una denotazione che originariamente non aveva, quando Karl Marx scriverà (nel Primo libro del Capitale, Parte III, Capitolo 8, Sezione 5) che «Apres Nous, le diluge! è la parola d’ordine di ogni capitalista e di ogni nazione capitalista», intendendo che, in nome del profitto, i capitalisti se ne sbattono della vita e della salute dei lavoratori. E di qualsiasi conseguenza, possiamo aggiungere noi, sull’ambiente.
La tronfiaggine porta spesso re, ma anche imprenditori e finanzieri e capetti di ogni risma, a pensare che dopo di sé non ci sarà più niente. Invece il mondo va avanti. Andrà avanti persino quando non solo non ci saranno più re, capi, imprenditori, ma nemmeno un’umanità da sfruttare e su cui comandare. Su una cosa però Madame de Pompadour (avrai capito che ci sta molto simpatica) aveva ragione: ogni tanto una tempesta arriva. Infatti, dopo la morte del Quindicesimo, il diluvio se lo prenderà tutto quell’inetto di suo nipote Sedicesimo, quando la Rivoluzione spazzerà davvero via l’Ancien Régime mettendo la parola fine a un vecchio concetto di Storia e aprendo nuovi, inediti (per chi li stava vivendo, che noi invece, sappiamo come è andata) scenari.

Nel 1921 Walter Benjamin compra, in una galleria di Monaco di Baviera, un acquerello di Paul Klee intitolato Angelus Novus. Ne è talmente affascinato e ispirato che lo usa per esemplificare con una metafora la nona delle sue Tesi di filosofia della storia. L’angelo di Klee diventa lo spirito della storia che guarda le rovine del passato mentre una tempesta lo spinge in avanti. Con questa immagine di rara potenza Benjamin afferma che il tempo storico non è una successione neutrale di eventi, né il progresso una marcia inevitabile verso il meglio. La catastrofe coincide, semmai, con la continuità stessa della Storia: ciò che per i vincitori appare come avanzamento della civiltà, per i vinti è una sequenza ininterrotta di rovine. L’angelo della storia cerca di opporre resistenza, di arrestare la violenza della tempesta, di ricomporre ciò che è stato infranto, ma quella violenza lo sospinge in avanti, senza sosta.
Alla luce delle tesi benjaminiane, allora, il diluvio dell’ironica battuta di Madame de Pompadour assume un altro aspetto: potremmo leggerlo, allo stesso modo in cui Benjamin ha letto l’Angelus Novus di Klee, come l’immagine di questa tempesta quando diventa finalmente esperibile dagli uomini: non un incidente nella storia, ma la rivelazione della violenza che ne sostiene il corso.
Potremmo, ma commetteremmo una semplificazione. Perché il diluvio è una figura ambivalente. Può essere la catastrofe che travolge ogni cosa lasciando intatti i rapporti di dominio (come l’alluvione di Firenze di cui ricorrono, questo 4 novembre, con tutta la retorica reazionaria delle ricorrenze, i sessant’anni) oppure la rottura attraverso cui quei rapporti perdono la loro apparente necessità (come quanto sta succedendo nelle piazze d’Europa dallo scorso mese).

Guardando i movimenti giovanili che stanno squassando l’Occidente siamo convinti che quella rottura stia avvenendo. Sui muri delle piazze parigine il 17 ottobre abbiamo letto questa scritta: FIN DE L’ÉPOQUE CONTEMPORAINE. Sospettiamo di essere davanti a una nuova fine della Storia (a scanso di equivoci: non stiamo facendo paragoni con nessuna rivoluzione passata, ma constatiamo l’esaurirsi dei paradigmi novecenteschi) e ci interroghiamo, un po’ deleuzianamente, su queste nuove forze, liberatesi dalle strutture interpretative dei vecchi (e tra i vecchi ci includiamo): vorremmo capire quali composizioni saranno capaci di nascere, quali forme di collettività potranno emergere senza ricostituire immediatamente le vecchie gerarchie, quali desideri si sottrarranno alla riproduzione del potere riempiendo l’immaginario di nuovo senso.
Siamo molto curiosi, di vedere come finirà questo nuovo diluvio e di farne la cronaca e la critica (per tutto il mese in cui ci ammorberà la celebrazione di angeli poco benjaminiani come quelli del fango del diluvio del 1966) sulle colonne di questa rivista che non legge nessunə. Staremo sotto l’acqua a osservare, almeno – come canta Lucio Battisti in quella bellissima canzone intitolata proprio Il Diluvio – «finché terrà l’imbrello».