Una notte e un giorno a Lucca Comics (e basta) tra fumetti, fucine vulcaniche e altri guai

Carlotta Vacchelli | Charlie don't surf |

Quest’anno a Lucca Comics & Games non ci sarei nemmeno dovuta andare. Anzi, a dirla tutta non avrei nemmeno dovuto trovarmi in Italia, ma di questa bislacca congiuntura, che attiene alle mie private traversie e a una serie di circostanze esistenziali sulle quali non intendo ammorbarvi in questa sede, parleremo eventualmente. Sta di fatto che invece sono qui e che, dopo tre anni passati a collaborare all’organizzazione di varie attività nell’ambito della manifestazione lucchese, avevo sostanzialmente rinunciato alla mia annuale immersione nel più pachidermico dispositivo di aggregazione fumettistico-ludica del Belpaese, quando arriva un invito da Comics & Science, che mi propone di partecipare a un panel. E io, che sono una donna dalla volontà che notoriamente si sfarina come arcipelaghi di psoriasi (!) non appena qualcuno mi propone di parlare di fumetti, accetto.

Una sola notte e un giorno solo, giovedì. Un’incursione chirurgica, una hit-and-run operation che avrebbe dovuto permettermi di assolvere ai miei impegni professionali, ficcare il naso in un paio di faccende interessanti e tornarmene a casa senza essere ridotta a un’ameba antropomorfa: una botta e via, una one-night-stand. Sarà il caso che cominci pure io. Ora, chiunque abbia frequentato Lucca Comics sa perfettamente che il concetto di fare un salto a Lucca è un ossimoro che resusciterebbe Eraclito con tanto di chitone ionico, considerato che la città, durante i cinque giorni della manifestazione, attraversa un processo di trasfigurazione urbanistica e antropologica che la converte in un organismo temporaneamente riconfigurato per ospitare una quantità spropositata di esseri umani, molti dei quali si aggirano per le strade brandendo armi di gommapiuma e impersonando personaggi che non saprei identificare nemmeno sotto tortura. Nulla di male, beninteso: se dobbiamo prendere sul serio l’idea che un festival sia uno spazio di sospensione delle convenzioni ordinarie, non possiamo poi lamentarci se qualcuno decide di approfittarne per andare a comprare il pane vestito da Sephiroth. Sempre che Sephiroth compri il pane. Non sono sufficientemente preparata in materia per pronunziarmi. Non so nemmeno come si pronunzia Sephiroth.

Ebbene, dopo questa mia estemporanea incursione nella città murata, con enorme sorpresa non soltanto non sono tornata a casa frattalizzata: bensì, purtroppo per voi che vi apprestate a leggere questo ASCIUGONE, vagamente ringalluzzita, desiderosa di raccontare quello che avevo visto. E mo’ so’ cazzi vostri.

Il trucco, forse, consiste proprio nel non pretendere di vedere tutto. Io, in effetti, non ho visto quasi un cazzo, se rapportiamo la quantità di iniziative visitate alla mole abnorme del programma, ma questa condizione di parzialità mi ha permesso di fare una cosa che, quando si lavora dentro un festival, diventa sorprendentemente difficile: visitarlo. Ho quindi seguito una traiettoria personale – in pratica mi sono basata su inviti diretti ricevuti da qualcuno – che mi ha portata da Comics & Science a un piccolo festival indipendente chiamato Efesto, fino a una mostra dedicata a Tillie Walden. Tre situazioni che, a ben guardare, c’entrano meno che un cazzo. E sia.

Comics & Science, ovvero marmotte preistoriche e altre meraviglie

Cominciamo dalla ragione per cui mi trovavo a Lucca, vale a dire Comics & Science, iniziativa che seguo ormai da qualche tempo e nei confronti della quale nutro una stima ragguardevole, accompagnata da una certa affezione personale, alimentata dalle numerose occasioni in cui le persone che la animano hanno avuto la gentilezza, e talvolta l’incoscienza, di coinvolgermi nelle proprie attività. Potrei essere accusata di scarsa imparzialità, e probabilmente a ragione, ma non mi pare che l’oggettività giornalistica sia mai stata una mia particolare aspirazione, e se non posso usare questo spazio per dire che un progetto culturale mi piace sinceramente, allora tanto vale chiudere bottega e dedicarsi all’allevamento dei bachi da seta. Ma tanto non posso né voglio allevare niente, mi professo vegana e antispecista, a parte il fatto che gli insetti mi fanno paura. 

Comics & Science, lo sapete, nasce nel 2012, per iniziativa di Roberto Natalini e Andrea Plazzi, sviluppandosi successivamente in una collana editoriale realizzata in collaborazione con CNR Edizioni e in un programma di incontri, laboratori e attività di divulgazione scientifica che coinvolgono fumettisti, ricercatori, matematici e una quantità di altre figure professionali, accomunate dalla convinzione, evidentemente non abbastanza diffusa, che la trasmissione del sapere non debba necessariamente comportare una sistematica mortificazione dell’intelligenza del pubblico. Perché, vedete, il rapporto fra ricerca scientifica e sua visualizzazione attraverso il fumetto pone una questione fondamentale: il fumetto è un linguaggio capace di elaborare autonomamente strutture di senso, oppure una simpatica confezione colorata dentro la quale infilare contenuti che il pubblico sarebbe troppo svogliato per comprendere altrimenti? Ecco, a Comics & Science mi pare che questa gerarchia venga felicemente scompaginata, perché il fumetto da cuginetto sudato e pedofilo della letteratura, chiamato a intrattenere i bambini mentre gli adulti discutono di cose importanti, si disvela come sofisticato strumento di elaborazione e rappresentazione del sapere dotato di proprie specificità narrative ed espressive.

Il Comics&Science PALACE propone anche quest’anno una programmazione abbastanza mindblowing, che spazia dalla matematica alla preistoria, dalla fotonica all’intelligenza artificiale, passando per laboratori, incontri, presentazioni e pubblicazioni come The Science for Peace Issue, con Leo Ortolani, e The Marmot Issue, realizzato da Giovanni Eccher e Gabriele Peddes intorno alle vicissitudini di una marmotta preistorica. Una marmotta di seimila anni, capite. Io trovo francamente meraviglioso che si possa andare a Lucca Comics e finire a interrogarsi sulle condizioni di esistenza di un roditore dell’Età del Rame.

Devo confessare che quest’anno ho seguito buona parte del programma con mezzo orecchio, avendo da preparare il mio incontro e una giornata piuttosto compressa, ma questo non mi impedisce di ribadire quanto io sia grata di queste occasioni di collaborazione e approfondimento. Insomma, Comics & Science costituisce una delle esperienze più intelligenti della manifestazione lucchese. Quindi, se passate da Lucca, fateci un salto. Potreste scoprire di nutrire una passione insospettata per la geometria delle dimensioni superiori o per le marmotte calcolitiche. Non poniamoci limiti.

Efesto: questo non è il Borda, ma diamogli tempo

Passiamo ora a Efesto, sottotitolo Margini indipendenti, nuovo microfestival dedicato al fumetto indipendente e alle autoproduzioni, organizzato da Magma Collective durante i giorni di Lucca Comics, in pieno centro storico. Praticamente in faccia a piazza San Michele, raga. Prima precisazione necessaria: Efesto non è il Borda Fest, sebbene ne condivida alcune istanze e, soprattutto, una certa propensione a organizzare situazioni culturali fuori dal perimetro ufficiale della grande manifestazione.

Del Borda, ahimè, posso parlare soltanto per interposta persona. Tra il 2015 e il 2021 ho vissuto negli Stati Uniti e, all’epoca, non frequentavo Lucca Comics, essenzialmente per ovvie ragioni geografiche e perché non sospettavo (o forse sì?) che il fumetto sarebbe diventato tutta ‘sta ossessione personale. Gli stessi organizzatori di Crack! mi hanno parlato del Borda come di un’operazione davvero underground, e naturalmente mi viene in mente AkaB, sulla cui opera ho lavorato nel 2023 (per Lucca Comics) curando una mostra, un documentario e un saggio critico, e la cui partecipazione al Borda costituisce un tassello significativo nella mia ricostruzione indiretta di quel mondo. Insomma, per me il Borda è una specie di Atlantide delle autoproduzioni, con la differenza che è esistito davvero e che un sacco di persone possono testimoniare di essersi divertite parecchio.

Ora, quando parliamo di festival indipendenti, il rischio di abbandonarsi alla solita retorica dell’alternatività è sempre dietro l’angolo: la fiera ufficiale sarebbe il regno del commercio e della mercificazione, mentre le manifestazioni parallele costituirebbero delle meravigliose isole di autenticità, spontaneità e libertà creativa. Una dicotomia abbastanza consolatoria, perché l’underground non è un’essenza metafisica né un certificato automatico di qualità, ma una configurazione storica, economica e relazionale, prodotta da condizioni materiali specifiche, da pratiche di distribuzione, circuiti di socialità e differenti modalità di rapportarsi alle istituzioni.

E qui, scusatemi, ma mi parte il demone dello spiegone antropologico. Abbiate pazienza.

Quando Victor Turner riflette sulla dimensione liminale dei rituali e delle celebrazioni collettive, individua nella sospensione temporanea delle strutture sociali ordinarie la possibilità di sperimentare forme differenti di relazione, ciò che definisce communitas. Michail Bachtin, dal canto suo, aveva ragionato sulla cultura carnevalesca come spazio di temporaneo rovesciamento delle gerarchie, di contaminazione fra alto e basso e di profanazione giocosa dell’ordine costituito. Il che, a ben guardare, sembrerebbe descrivere abbastanza con precisione una città medievale invasa da migliaia di persone travestite da personaggi dei videogiochi: il carnevale contemporaneo può tranquillamente convivere con le più sofisticate strategie di valorizzazione economica del territorio. Veramente, vi basterebbe abitare al Pigneto per rendervi conto che questa dinamica potrebbe pure trasformarsi in una condizione permanente (se non che poi ti ritrovi a 55 anni con quella tragica mancanza di freni inibitori tipica degli ex-tossici, stile Morgan).

Lucca Comics costituisce un caso interessante di questa ambivalenza, perché durante i giorni della manifestazione la città viene temporaneamente rifunzionalizzata attraverso un’infrastruttura di padiglioni, eventi, attività commerciali e flussi di visitatori che ne modifica radicalmente l’esperienza. E qui potremmo convocare, MA NON LO FAREMO, Henri Lefebvre e la sua riflessione sulla produzione sociale dello spazio, secondo la quale lo spazio non è un contenitore neutro delle attività umane, ma il risultato di pratiche e rapporti sociali che ne determinano le modalità di utilizzo. In altre parole, Lucca Comics non occupa semplicemente la città: per alcuni giorni, contribuisce a riprodurla come spazio festivaliero.

All’interno di questa geografia temporanea, l’esistenza di un festival autonomo, fisicamente vicino ma istituzionalmente distinto, rappresenta una situazione abbastanza interessante, una piccola zona di autonomia provvisoria che potrebbe persino farci venire in mente le Temporary Autonomous Zones di Hakim Bey, sebbene non mi sembri il caso di assimilare dieci banchetti di autoproduzioni a un’insurrezione anarchica. Non esageriamo. Ma la possibilità di sperimentare modalità differenti di aggregazione durante gli stessi giorni della grande fiera mi pare una questione degna di attenzione.

Una pasta al ragù bianco all’origine del mondo (n.d.r. sono vegana, mi dissocio dalla pratica del ragù, ma che ci vuoi fare, questi sono lucchesi, per loro la ciccia è una dottrina dell’esistenza)

Magma Collective è una realtà culturale lucchese nata da circa un anno e mezzo, animata da persone attive in diversi settori delle arti visive, che hanno deciso di costruire uno spazio permanente per mostre, laboratori e iniziative di sperimentazione. Dopo una prima esperienza fuori le mura, il collettivo si è trasferito in pieno centro, in una sede che continua a vivere durante tutto l’anno. L’origine del gruppo, mi raccontano, risale a un piatto di pasta al ragù bianco consumato da due persone piuttosto demoralizzate rispetto alle proprie prospettive nel mondo dell’arte, dal quale sarebbero scaturiti altri incontri, amicizie e conversazioni fino alla progressiva costituzione del collettivo. Mi pare un’origine assolutamente dignitosa, considerato che alcune fra le più importanti avanguardie artistiche del Novecento sono nate fra caffè, bistrot e locali di dubbia reputazione.

Il nome Efesto, poi, è particolarmente azzeccato: il dio fabbro (pare una bestemmia), relegato ai margini dell’Olimpo, lavora nella propria officina vulcanica, producendo oggetti straordinari lontano dalle più blasonate sedi del potere divino. Il riferimento al magma, alla fucina e all’attività creativa individua una collocazione simbolica efficace, quella di chi produce operando ai margini di un sistema. Alcuni membri di Magma hanno attraversato l’esperienza del Borda, ma gli organizzatori insistono sulla specificità di Efesto, realtà assai più piccola, radicata in uno spazio permanente e orientata alla collaborazione fra artisti emergenti e figure già consolidate nell’ambito indipendente. E poi, dai, E-Fest-O. Brillante calembour.

Una decina di postazioni, presentazioni, workshop, microfoni aperti, giochi, fanze e fumetti. Un programma mica male, considerando che siamo alla prima edizione. Ma soprattutto una caratteristica che mi interessa particolarmente: i banchetti sono GRATIS.

Ora, chiunque pascoli l’autoproduzione sa perfettamente che partecipare a una fiera comporta spese di viaggio, alloggio, produzione e affitto della postazione, che possono diventare proibitive per chi non dispone di risorse economiche sufficienti. Perché la libertà di autoprodursi è bellissima, ma non paga la tipografia, né l’affitto, né tantomeno il regionale per Lucca, i prezzi allucinanti per una camera. Durante l’intervista finiamo inevitabilmente a parlare della Self Area e dei costi che comporta la partecipazione, considerati dagli organizzatori di Magma difficilmente sostenibili per molte realtà emergenti. Salta fuori persino l’espressione luxury area, che mi fa abbastanza ridere, sebbene la questione sia tutt’altro che comica.

A Efesto, invece, gli espositori sono stati coinvolti nella realizzazione di una fanzine collettiva, venduta a quindici euro, che raccoglie opere di quindici autori, interviste, fotografie e perfino giochi da ritagliare, intorno al tema del magma come materia primaria e potenzialità creativa. Il banchetto non viene acquistato, ma messo a disposizione all’interno di un progetto condiviso. Naturalmente questo non significa che il festival sia sottratto alle leggi dell’economia: Magma si sostiene attraverso risorse proprie e bandi, e l’organizzazione comporta un investimento considerevole di lavoro e competenze. Ma la differenza non è fra economia e assenza di economia, bensì fra differenti modi di organizzarla. E se vogliamo parlare di dissidenza, forse dovremmo cominciare da queste cose, anziché dalla quantità di duci capovolti serigrafati sulle copertine delle fanzine. Per quanto faccia sempre piacere vederli.

Abitanti del sottosuolo

Fra gli espositori incontro Disparte, collettivo giovanissimo composto da persone conosciutesi all’Accademia di Belle Arti, accomunate dall’amicizia e dalla sensazione di trovarsi, appunto, in disparte rispetto alle istituzioni culturali. “Noi vogliamo continuare a fare arte, ci vogliamo far sentire e vogliamo creare qualcosa insieme”, mi raccontano. Hanno già partecipato ad alcuni mercatini, reinvestendo i ricavi nella stampa di nuovi materiali, e considerano Efesto un’occasione per inserirsi in un circuito che, altrimenti, sarebbe difficile frequentare. Mi spiegano anche di aver preparato un cartello da sistemare all’esterno dello spazio, perché molte persone passano senza rendersi conto che dentro si sta svolgendo un festival.

La cosa mi pare straordinariamente eloquente: siamo nel cuore della manifestazione fumettistica più frequentata d’Italia, circondati da esseri umani che hanno attraversato mezzo stivale per comprare fumetti, e questi ragazzi devono costruirsi un cartello per informare i passanti della propria esistenza. La centralità geografica, evidentemente, non coincide necessariamente con quella simbolica. Si può essere nel mezzo di una città e rimanere ai margini dei suoi circuiti di riconoscimento, così come si può essere relegati in periferia e diventare, per alcuni giorni, il centro nevralgico di una rete culturale internazionale, come accade a Crack! nel Forte Prenestino. Lo spazio, insomma, non è mai innocente, e la distribuzione fisica degli eventi contribuisce a costruire una sorta di grammatica festivaliera, un sistema di prossimità e distanze che orienta gli spostamenti e determina le occasioni d’incontro.

Poco più in là incontro Elisa di Lockzin e Gaia di Crude, che mi raccontano le proprie impressioni sulla prima edizione di Efesto. Elisa insiste sulla disponibilità degli organizzatori, con i quali la collaborazione è cominciata attraverso la partecipazione alla fanzine e la programmazione di un laboratorio di serigrafia. Gaia, invece, sottolinea una questione molto concreta: oltre a non chiedere soldi per il banchetto, Magma si è preoccupato di trovare agli ospiti una sistemazione per dormire. “Si recupera un po’ un senso umano che spesso nella grande fiera si disperde”, mi dice.

Ecco, forse la communitas turneriana può anche smettere per un momento di rappresentare una categoria antropologica piuttosto astratta e materializzarsi sotto forma di una stanza nella quale mettere a nanna una fumettista arrivata da un’altra città. Mi pare già un discreto risultato.

Durante l’intervista chiedo anche agli organizzatori se Lucca Crea sia a conoscenza dell’iniziativa. Mi spiegano di non aver ricevuto comunicazioni dirette, ma immaginano che la notizia sia arrivata attraverso i social. La cosa mi conforta, perché mi sembra un segno di civiltà che durante Lucca Comics possano prosperare anche queste propaggini sporche, autonome e underground, senza che la presenza dell’una debba necessariamente implicare l’esclusione delle altre. D’altra parte, sarebbe opportuno evitare di concepire l’esistenza di spazi culturali indipendenti come il risultato della magnanima concessione delle istituzioni maggiori, ma non vorrei nemmeno trasformare un microfestival lucchese in una trattazione sulla sovranità, se no va a finire che mi metto a discettare su Carl Schmitt e siamo tutti rovinati.

Per il momento Efesto esiste, ha inaugurato la propria attività con un programma niente male e propone un modello di partecipazione che mi sembra degno di attenzione. Se poi qualcuno volesse già incoronarlo erede ufficiale del Borda Fest, suggerirei di evitare investiture premature e magari manco auspicate dall* organizzator*. Del resto, siamo pur sempre nella fucina di Efesto: la materia incandesce.

Tillie Walden, cromofobie e altri accidenti dell’apprendistato artistico

Cambiamo completamente universo, dacché abbiamo scomodato un ammontare abbastanza tramontato di antropologi per dieci banchetti di fumetti e mi pare il caso di tornare a parlare di disegnini.

Fra le iniziative che sono riuscita a visitare figura anche Time Capsule, mostra dedicata a Tillie Walden e curata da Mara Famularo e Michele Foschini, durante la quale ho avuto occasione di partecipare a una visita guidata condotta dall’autrice stessa. Walden, che ha cominciato a pubblicare giovanissima e ha raggiunto in tempi relativamente brevi una notevole riconoscibilità autoriale, racconta la propria formazione come una successione di decisioni prese abbastanza alla cieca, difficoltà tecniche affrontate attraverso espedienti personali e occasioni editoriali sopraggiunte quando ancora non aveva sviluppato una particolare consapevolezza delle proprie prospettive professionali.

Durante il liceo frequenta una lezione di Scott McCloud e, folgorata dalle possibilità del linguaggio fumettistico, decide di abbandonare il pattinaggio artistico per concentrarsi sul disegno. Si iscrive al Center for Cartoon Studies, nel Vermont, pensando di trascorrervi un paio d’anni divertenti, imparare qualcosa e poi trovare un lavoro, continuando a produrre fumetti nel tempo libero. Il che, considerata la situazione occupazionale del settore, mi sembra un’aspettativa abbastanza ragionevole.

Il padre, programmatore informatico e precoce frequentatore delle nuove tecnologie digitali, insiste affinché condivida i propri disegni online.

“Devi metterli su Twitter”
“Cos’è Twitter?”
“E devi farti un sito”
“Non voglio un sito”
“Te l’ho già fatto”

Ora, questa storiella potrebbe sembrare una simpatica manifestazione della lungimiranza genitoriale, se non fosse che Walden racconta anche il profondo disagio provato nel vedere i propri lavori circolare pubblicamente prima di sentirsi pronta a mostrarli. E mi sembra una questione niente affatto banale, soprattutto oggi, quando l’ingiunzione alla visibilità costituisce una delle condizioni fondamentali del lavoro creativo: pubblica, condividi, mostrati, costruisci il tuo pubblico, diventa il social media manager di te stesso, produci contenuti ogni giorno, altrimenti l’algoritmo ti punisce e finisci nel dimenticatoio digitale insieme ai video di gattini del 2011.

È proprio grazie a quel sito, tuttavia, che un editore britannico di nome Ricky scopre i suoi disegni e le propone di realizzare un libro. Il problema è che Ricky non ha soldi. Ha fondato una casa editrice insieme a un amico, Dave, ma non può offrirle alcun anticipo. Walden, che nel frattempo lavora pulendo camere d’albergo, accetta comunque, incurante delle persone che le fanno notare come la situazione presenti tutti i requisiti di una potenziale fregatura. Lei trova simpatica l’email, pensa why not?, e realizza Alla fine dell’estate, il suo primo libro, con un accordo che prevede la divisione a metà dei diritti sulle vendite. Finito un libro, ne fa un altro. Poi un altro ancora. Sono proprio queste prime pubblicazioni ad aprirle la strada verso una carriera editoriale di ben altra portata.

Mi interessa però soprattutto il modo in cui Walden racconta la propria inesperienza, e la convinzione che sia possibile produrre e pubblicare opere anche prima di sentirsi pienamente competenti, accettando che una parte dell’apprendimento avvenga attraverso la produzione stessa. L’alternativa sarebbe stata aspettare di acquisire una sicurezza che, sospettava, probabilmente non sarebbe mai arrivata.

E qui arriviamo alla parte che ho trovato più interessante del suo racconto: il colore.

Walden spiega che molte persone le fanno i complimenti per la sensibilità cromatica, circostanza che continua a sorprenderla perché non si è mai sentita particolarmente a proprio agio come colorista. Durante gli anni trascorsi al Center for Cartoon Studies, osservando i compagni che utilizzavano con disinvoltura tavolozze articolate, si era sentita completamente sopraffatta dalla quantità di possibilità offerte dal colore e aveva deciso di affrontare il problema attraverso un metodo derivato dalla propria formazione atletica.

Un colore all’anno.

A diciotto anni si concede soltanto il giallo, oltre al bianco e nero. L’anno successivo il viola. Poi due colori per volta. E soltanto dopo diversi anni arriva a servirsi di una gamma cromatica completa, come accade in Su un raggio di sole.

Un’artista che, per imparare a usare il colore, decide sostanzialmente di vietarselo. Meraviglioso.

Mi vengono inevitabilmente in mente le esperienze dell’Oulipo, Raymond Queneau, François Le Lionnais e compagnia, nel quale l’imposizione deliberata di vincoli formali diventa uno strumento generativo. Pensiamo a Georges Perec, che scrive La disparition evitando sistematicamente la lettera e, la vocale più frequente della lingua francese, sottoponendo l’intero romanzo a una costrizione che avrebbe fatto venire un esaurimento nervoso a buona parte degli scrittori del pianeta (c’è un goblin ingobbito sulla mia spalla sinistra con la faccia della mia prof. di Metrica e Prosodia che mi sussurra in un’espressione maniacalmente estatica “il lipogramma”, fatemelo scrivere). Ora, non mi permetterei di sostenere che Walden abbia necessariamente elaborato il proprio programma di ascetismo cromatico sotto l’influenza delle sperimentazioni combinatorie francesi, ma la parentela concettuale è evidente: ridurre deliberatamente il ventaglio delle opzioni per esplorarne con maggiore attenzione le potenzialità. La libertà assoluta, insomma, non garantisce un’ostia, soprattutto quando non sappiamo bene che cosa farcene.

Questo metodo contribuisce forse a spiegare la particolare grammatica cromatica di Walden, nella quale il colore assume spesso funzioni atmosferiche, ritmiche ed emotive anziché strettamente mimetiche. Ma ciò che mi colpisce è soprattutto il fatto che l’autrice, nonostante la padronanza tecnica raggiunta, continui a descrivere il proprio rapporto con il colore come un processo di apprendimento.

A un certo punto dice: “It’s okay to be seeking beauty from something while not understanding it”. Si può cercare la bellezza anche in qualcosa che ancora non si comprende. Me lo scriverei sulla mug in cui mi ostino a bere decotti di zenzero raccontandomi che così contrasto le 15 sigarette con cui mi sono fatta l’aerosol durante la stesura di questo pezzo. 

Ora: vorrei specificare che la trovo interessante soprattutto perché descrive una relazione operativa fra conoscenza e produzione artistica, ovvero che la comprensione può emergere durante l’uso, attraverso l’interazione materiale fra gesto, strumento e risultato. Learn by doing mi dicevano all’Indiana University durante il dottorato lanciandomi nell’arena di fronte a ottanta studenti dopo manco una settimana di orientamento – e adesso voi ne dovete scontare il fio. L’apprendistato non termina necessariamente quando comincia la produzione, ma può svilupparsi in fieri, diventando una componente costitutiva dell’opera.

Il che, nel caso del fumetto, significa dover negoziare continuamente fra disegno, scrittura, montaggio, organizzazione spaziale, ritmo, colore e gestione della temporalità. Insomma, non basta saper disegnare bene. Bisogna pure capire che farsene, di tutti quei disegnini.

Epilogo, e poi tutt* a nanna

A questo punto, se fossi una persona seria, dovrei probabilmente individuare un principio unificante capace di tenere insieme le esperienze appena raccontate, magari attraverso qualche altisonante categoria interpretativa che restituisca all’intero articolo l’apparenza di un disegno critico organico.

E, invece, col cazzo!

Siccome non sono una persona seria, e soprattutto non ho alcuna intenzione di fingere che una giornata a Lucca costituisca una base empirica sufficiente per formulare giudizi complessivi sul fumetto contemporaneo, mi limiterò a osservare che Comics & Science, Efesto e Tillie Walden sono tre cose differenti, prodotte da condizioni differenti, e che non vedo perché dovremmo sforzarci di ricondurle a una medesima tendenza culturale.

Forse la fortuna di occuparsi di fumetto consiste proprio nella possibilità di attraversare ambienti profondamente eterogenei, passando da una pubblicazione scientifica a una fanzine serigrafata, da una mostra a un laboratorio improvvisato, senza dover scegliere una volta per tutte da quale parte della barricata collocarsi?

A voi l’hardua sentenza.

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(Quasi)