The Rythm Of The Hea(r)t

Alberto Bonanni | Affatto, Una pietra sopra |

Quel che segue è una versione apocrifa di un articolo che scrissi 25 anni fa per “Fumo di China” — perché l’originale sarebbe stato impubblicabile.

1. Fuochi

Fuochi che esplodono nella notte. Luce e colore squarciano il buio e parlano, urlano, raccontano. Si alternano silenzi e voci, canzoni e fiati sommessi, infine la grande esplosione e di nuovo la quiete.
Fuochi (1988) è forse il fumetto di Lorenzo Mattotti che più si avvicina all’esperienza musicale, essendo costruito interamente sul ritmo. Il ritmo è quello del cuore che tra sistole e diastole scandisce musicalmente la vita di ogni essere vivente. Il ritmo è elemento primigenio perché il ritmo nasce con la vita. «In principio — scrive Otto Karolyi nella sua Grammatica della musica — c’era il silenzio. Silenzio perché senza moto, senza vibrazioni non può esserci suono e tutto dovette giacere in un rigido, immobile silenzio. Poi uno scoppio, forse, un gigantesco battere iniziale e una eco in risposta, come un più tenue levare. E il mondo fu.»
Anselmo, il protagonista, è un soldato che si innamora di una terra straniera e a questa dialettica sacrificherà tutto quello che — fino a quel momento — aveva saputo di sé e del mondo. In Fuochi, la dialettica creativa supera la dicotomia tra intuizione e mediazione logica, la risolve con il sentimento, con il “colore” del ritmo. Mattotti si avvicina all’immediatezza della musica lasciandosi alle spalle il peso di simboli e corrispondenze. Con la deflagrazione della forma, l’assunzione del ritmo a elemento narrante, Mattotti modella suggestioni estatiche tra iperboli prospettiche e parossismi cromatici creando in un universo cromocentrico, splendidi scenari panici nei quali risulta impossibile non precipitare.
Sant’Agata vive di notte, di notte respira, danza, s’infiamma. È la notte dei confini incerti quando il tempo stesso si confonde e fluttua tra un passato remoto, sommerso da millenni di civiltà e un presente che non riesce a liberarsi mai del tutto dalla paura del buio. In questa notte, Assenzio percorre il suo cammino fino a precipitare verso il finale, che si risolve nella penultima pagina del libro — la fragorosa esplosione della corazzata Anselmo II. Dopo di che, silenzio. Assenzio ritorna, voltata pagina, ma sono passati anni. Anni raccontati con il silenzio. Ed è un altro uomo, un pittore. Non importa sapere cosa sia successo nel frattempo. È cambiato e, dopo aver conosciuto le ombre dell’isola, vuole solo la luce e dipinge solo finestre e cieli azzurri. Un uomo alla finestra.

2. Coordinate

Tutto era cominciato tre anni prima, con Il signor Spartaco (1985), quando in Mattotti il colore assurge a timone narrativo abbandonando la personale interpretazione di “realismo” che aveva contraddistinto la sua opera precedente, da Alice Brum Brum (1977) a Tram Tram Rock (1979), tesa tra il realismo dell’ambientazione — la periferia metropolitana, il contrasto tra città e campagna, l’emarginazione, la disoccupazione e le tensioni di un giovane proletariato “incazzato rosso” — e il rifiuto di un realismo grafico che, fin dall’inizio, lo porta verso uno stile underground ricco di segni sporchi e figure spesso grottesche — Mattotti nel 1974 incontra José Muñoz, che viveva a Brescia.
In Alice Brum Brum Mattotti racconta un viaggio nel corrusco mondo del consumismo e della pubblicità che crea mode e bisogni. Uno sguardo alla civiltà dei consumi, allibito ma preciso, dal basso verso l’alto, dal di fuori. È una realtà altra quella che Mattotti e Jerry Kramsky raccontano. I corpi sono deformati, le prospettive si sovrappongono e dissolvono all’orizzonte: nel primo episodio di Tram Tram Rock, la città sembra un incubo indefinito di ombre e luci malate popolato da simulacri di uomini.
Ma la tensione verso una dimensione più circoscritta è già lì. In Tram Tram Rock, l’obiettivo si avvicina alla “realtà” più prossima agli autori, tra i cortili delle case a ringhiera che sembrano usciti dalle canzoni di Ivan Della Mea. Il viaggio continuerà ritirandosi ulteriormente in una dimensione più privata dove si incaglierà nelle maglie della memoria e delle solitudini personali in bilico tra presente e passato.
La “realtà” comincia a perdersi nei meandri cromatici delle tavole dell’autore. La razionalità non ha offerto la soluzione a cui forse aspirava l’autore, e l’irrazionale irrompe. Il salto è brusco, improvviso. Il signor Spartaco (1985) fenomenologizza lo scontro tra una realtà “altra” — che il protagonista non comprende ed è ricambiato in questa sorta di fraintendimento ontologico — e la dimensione intima all’interno della quale Spartaco cerca un’accettazione di sé e della propria realtà senza doverla sacrificare soccombendo, a furia di compromessi, di fronte a quella altrui.
In questo grande, sognante, viaggio all’interno della propria coscienza, i due piani — sogno e realtà — ora si fondono ora rimangono separati, ma è sempre il colore a narrare, arbitro del ritmo.
Il viaggio verso Sant’Agata è iniziato.

3. Sant’Agata

È bastato conoscere Sant’Agata, mettere piede sul suo sacro suolo, perché Assenzio sprofondi nei suoi misteri. Lui, straniero e nemico, diventa parte dell’isola. Così come, a livello metalinguistico il lettore, altro rispetto all’opera, ne diventa immediatamente parte e vive con essa.
Non c’è in Fuochi separazione tra narratore e lettore, ma entrambi fluttuano sullo stesso piano, sentono insieme le stesse emozioni, il colore dell’infrangersi delle onde sulla costa. A ogni lettura l’opera di Mattotti rinnova l’identità tra l’artista e il suo lettore. Il fumetto è il mezzo e si costruisce a ogni lettura, pagina dopo pagina, senza sussistere in precedenza.
Ma Fuochi è anche la storia di un artista indomito, che costruisce la sua strada attraverso gli strati di olio dei suoi colori, segni di una passionalità intensa, sempre scalpitante e mai doma. Dice di sé: «Sono molto emotivo, molto passionale con il mio lavoro. A livello personale penso che le cose funzionino quando le affronto direttamente… la paura, l’amore, la felicità.»
Durante questa incessante ricerca, il ritmo del racconto si trasferirà presto dalla coscienza dell’autore direttamente nella sua opera e ne diventerà il motore. Vivo e pulsante più che mai, il fumetto di Mattotti si snoda verso sentieri sconosciuti anche a colui che li sta tracciando.
Fuochi è dunque il racconto di un coinvolgimento totale, di un viaggio che è rappresentazione dell’evoluzione dell’artista, evoluzione che è sperimentazione, sperimentazione che è scontro, perché l’incontro con l’ignoto — con il cuore dell’isola — non può che essere assordante.

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