Fammi passare dal via

Arabella Strange | Rorschach |

Odio i giochi a somma zero. Quelli in cui tutti si perde, e uno vince. Mi piace il gioco di ruolo perché si combatte insieme contro i mostri e si spartiscono i tesori, e ci si difende a vicenda, creando dei piccoli manipoli che negli anni acquisiscono vita propria, mentre i caratteri dei personaggi si strutturano e le origin stories si rivelano. Ma sedermi intorno a un tavolo per giocare a Monopoly, Risiko, carte, dama… mi sbriciola di noia.
È che non so perdere.
Non imparo le regole.
Me le dimentico.
Gli scopi mi sembrano incomprensibili.
Se proprio devo, gioco al Gioco dell’oca. Quest’estate ne abbiamo trovato uno a sette euro, un pezzo di cartone leggero e quattro pirulini colorati. Dopo due partite avevo già inventato un set di regole accessorie: torna indietro, vai avanti, fermati, aspetta un numero doppio dei dadi… Abbiamo riso molto. Non c’era casella che non comportasse un imprevisto. Una partita poteva durare un’ora. Era il caos dell’aleatorietà, ma complesso. Non c’era strategia possibile, solo sorprese brutte o belle.
Mi piace quando un dado cade sotto il tavolo e bisogna gattonare per recuperarlo.
Mi piace gridare “bilico!” quando un angolino del dado si appoggia sul bordo e resta un po’ storto. Le teste che si inclinano per valutare l’angolo. In Dungeons & Dragons, il Master decide se è bilico o no. I giocatori si lamentano all’unisono, perché sono tutti alleati.
Ma conquistare dei territori dai nomi affascinanti come Yacutia, Chita o Kamchatka con dei piccoli carri armati mi mette a disagio. Ho giocato due volte. Cercando di perdere.

Monopoly addirittura mi instilla inquietudine. Le regole sono quelle del mondo di merda in cui vivo: soldi, comprare, arricchirsi, far pagare gli altri. Curioso che il meccanismo di base del gioco sia stata immaginata nel 1903 da Elizabeth Magie – col nome di The Landlord’s Game, Il Gioco del proprietario (terriero)come strumento didattico per spiegare e diffondere la teoria dell’imposta patrimoniale unica dell’economista Henry George. George denunciava gli effetti negativi del monopolio fondiario, e pensava che ci dovesse essere un’unica imposta sulle terre padronali, corrispondente alla loro produttività e posizione geografica. La forte tassazione, i cui proventi sarebbero stati destinati ai bisogni sociali, avrebbe indotto i proprietari a rinunciare spontaneamente alle terre. Il Georgismo sosteneva, mi dice Wikipedia, che «ognuno ha il diritto di appropriarsi di ciò che realizza con il proprio lavoro, mentre tutto ciò che si trova in natura, principalmente la terra, appartiene all’intera umanità». E la casella d’angolo, il Via, nella versione di Magie si chiamava Mother Earth.

Quindi il gioco che per me è una versione fin troppo realistica di un mondo in cui occorre pagare, per lo più indiscriminatamente, qualunque cosa, nasce da un’idea di maggiore giustizia sociale. Provo simpatia per Elizabeth, che aveva inventato il gioco e ci giocava con gli amici a Brentwood nel Maryland. Il suo brevetto, del 5 gennaio 1904, è stato riscoperto solo negli anni Settanta del secolo scorso da un professore di economia, Ralph Anspach, nel corso della sua lunga battaglia legale contro la Parker Brothers per il suo gioco Anti-Monopoly (che è un po’ un metaprocesso, a pensarci).

Mother Earth. Il mio cervello rimbalza come una pallina di gomma tra tutte queste nuove informazioni, e immagino Elizabeth Magie seduta con i suoi amici intorno a un tavolo, la sera, con le lampade accese, i grilli fuori, la notte estiva che si riversa dalle finestre dentro alla stanza. Altro rimbalzo, e penso al Maryland che nel suo stemma ha questo motto, in italiano arcaico: Fatti maschili, parole femine. Non so se offendermi a sentirmi lusingata. Noto anche che è stato costituito il 28 aprile 1788, e conosco un sacco di gente che compie gli anni il 28 aprile.
Anche Yacutia, Chita o Kamchatka, che dovrei invadere o difendere con dei carriarmatini viola, sono Mother Earth? Chi ci abita? Vorrei una lente magica che ingrandisse quelle sagome colorate fino a farmi vedere fabbriche, fattorie, case, scuole, ospedali, e gli Yacutii che vanno in giro, ignari. O forse angosciati dalla guerra in corso. Chi c’è a bordo di quei carri armati di plastica? È figlio o figlia di qualcuno. Lente, ingrandisci fino a farmi vedere la sua casa, di cui immagino l’architettura un po’ orientale. C’è la sua foto in divisa su un pianoforte verticale, appoggiato a una parete con la carta da parati giallina, accanto a quella dei genitori il giorno del matrimonio.

Un momento: come sono arrivata qui?
Potrei andare avanti per ore, ma senza mai passare dal via.
E la ricarica, l’argent, lo becchi solo se passi dal via. È la circolarità del gioco. Funziona solo così.
Ma i miei cerchi sono spirali.
Odio giocare se si perde.
Odio giocare se si vince da soli.
Ma il mio cervello gioca di continuo, mi scaglia da un rimando a una citazione a una scoperta, e le associazioni germogliano e sbocciano come timeline di fiori in un documentario. I dadi. Le possibilità. Quel gatto-di-Schrödinger del dado da venti lanciato, ma non ancora atterrato, che ti dirà se hai colpito il Non Morto in Dungeons & Dragons, che ha i dadi più fighi del mondo. I miei sono viola e trasparenti, e mentre aspetti che rotoli e si fermi, e preghi «venti, venti!», il mostro è contemporaneamente colpito e non colpito. Le serate passate a giocare. Elizabeth Magie che gioca con i suoi amici, discutendo dell’ingiustizia dei latifondi. Ralph Anspach che rientra a casa, dopo una giornata in tribunale a difendere il suo Anti-Monopoly dalla volontà (monopolistica) di Parker Brothers, con una copia dei disegni del brevetto originale del 1904, pensando «Non mi fotterete, voi e Charles Darrows che sostiene di averlo inventato lui il Monopoly!». Tanto, fra qualche decina d’anni verrà tutto, tutto acquistato dalla Hasbro.
E ping, ping, boìng, il mio cervello rimbalza.
È una giornata buona.
Vagamente elettrica.
Dovrei, forse, preoccuparmi.

In due notti, con una pausa per tranquillizzarmi, ho letto Marbles di Ellen Forney. Il titolo completo del graphic è Marbles: Mania, depression, Michelangelo and me. E uscito nel 2012. La traduzione italiana del 2014 è reperibile solo in formato ebook. Lo sappiamo com’è: i libri emergono, galleggiano per un po’, poi sprofondano e spariscono.
Forney è nata l’8 marzo del 1968. Nel ’98, poco dopo il suo trentesimo compleanno, le è stata diagnosticata per la prima volta una sindrome bipolare. Il romanzo grafico racconta la sua odissea tra farmaci, crisi maniacali, depressioni profondissime, rifiuto e accettazione. E la domanda, quella centrale: se mi curano, sarò ancora creativa? Sarò ancora io?
Bianco e nero, a volte spigoloso, a volte un guazzabuglio. Parole che non sempre stanno nei balloon, a volte si spargono nella pagina, come un calamaio-cervello rovesciato. Pagine in cui tutto quel che succede è una forma indefinita, avvolta in una coperta, altre poche linee per il divano su cui si raggomitola, dorme, si muove appena, e di nuovo si seppellisce del sonno. Può anche darsi che pianga un po’. In altre tavole piange moltissimo. Ci sono capitoli interi sul rapporto tra creatività artistica e sindrome bipolare, e sull’altissimo tasso di suicidi e internamenti in strutture della popolazione bipolare, che include gente tipo Sylvia Plath e Michelangelo, Virginia Woolf e Edward Munch. Ma anche Ellen, e me.
Le autobiografie a fumetti mi piacciono tanto. Il tratto aggiunge qualcosa che fatico a esprimere a parole, forse diventa un contenimento per la pioggia di parole che servirebbero a raccontare una vita, o anni, come in questo caso, che mentre li vivi durano parecchio.
Amo Blankets di Craig Thompson, Il grande male di David B., Il cancro mi ha reso più frivola di Miriam Engelberg. Marbles però mi parla in faccia, di tutte le piccole cose che costellano l’esistenza di una persona con un disturbo dell’umore che a volte è invalidante, a volte ti fa sentire magnifica. L’odissea dei farmaci, cambiati e ricambiati mille volte per aggiustarli su di te. La paura di non essere più tu, ma uno zombie allineato. Il terrore di non uscire mai più dalla depressione. L’euforia di essere in up e poi, dopo anni d’esperienza, insieme all’euforia PAZZESCA la consapevolezza della discesa successiva, proporzionale, nell’oscurità e nella paralisi. I soldi! I soldi delle terapie. Quanti soldi. E gli effetti secondari dei farmaci. Le rinunce, le ribellioni.

Perché dal maledetto via bisogna passare, ogni tanto. Fermarsi, ricaricarsi, dormire, mangiare, ritirare i soldi.
Ma la sindrome bipolare ti impedisce di passare dal via. Schizzi da un buco profondissimo nel terreno alla volta celeste in un attimo, a volte 24 ore bastano per passare da sporca, infagottata in una tuta, immobile sul divano a vivace, sexy, ombretto azzurro iridescente, mille progetti, troppe parole, il mondo che splende dei suoi colori, quelli veri. Come sono vere le incisioni cupe della fase down. Impari che è tutto vero. Nella storia di Forney, impari a rinunciare. A tutto quasi, ma non al tuo lavoro. Al pensiero creativo. Che, pare, non viene ammazzato dai farmaci, anche se a volte ti viene il dubbio che sia una congiura per appiattirci tutti a un umano medio, innocuo, manipolabile.
Ed è vero, ma è anche falso.
Perché il disturbo bipolare, negli anni, peggiora. E, negli anni, se sei sopravvissuta, cominci a temere la morte, la disintegrazione, e cerchi un equilibrio.

Io amo giocare. Adoro giocare, se non è un gioco in cui per forza si perde. Ho riso della tavola in cui Forney spiega come prendere più pastiglie insieme, e usa esattamente lo stratagemma che uso io, che ho scelto guardando gli uccellini bere. Ho riso delle tavole in cui la sua mente esplodeva in progetti che proliferavano in altri progetti e poi diventavano eventi caotici e grandiosi. Delle sedute dal tatuatore, ore senza cedere al dolore, perché il dolore ti spara endorfine di cui il tuo cervello è affamato, e poi, andiamo, sulla tua schiena sta sbocciando una meraviglia a colori.
Come siamo ripetitivi.
Simili.
Prevedibili.
Come siamo diversi, e com’è confortante e assurdo fare paragoni.

Mother Earth, accoglimi nella tua casella, ogni tanto. Faccio tutto quel che devo. Ci provo. Fallisco moltissimo.

Fammi riposare, un attimo, ripensando a quello che è stato, preparandomi a quel che sarà.

Liberami dalla spirale. Dammi una base a cui tornare. Chimica, parole, umiltà, arroganza che si sbriciola in un attimo. Ascolto, strani effetti collaterali, memoria che va e viene. Felicità a tratti. Buio.
E sulla casella del Via si incontrano tante persone. Non in uno sfiorarsi, aggrapparsi, fondersi e scalciare per allontanarsi, come nello spazio dei film di fantascienza che guardo, ipnotizzata da quel vuoto incommensurabile, mentre il mio cervello è gremito di immagini suoni e parole. Ma stando lì, in piedi, un po’ come in una sala d’attesa. Guardandosi, scambiando qualche parola.
Riconoscendosi come umani.

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