E comunque c’è sempre un seguito

Boris Battaglia | Una pietra sopra |

L’uomo che uccise Ernesto Che Guevara è un grande, grandissimo fumetto. Imprescindibile. Anche se non ci si capisce un cazzo.
Ritrovo dei vecchi appunti sparsi, già pubblicati altrove, dove cerco di spiegare perché.

Era morto lo Sconosciuto. Senza dubbio. Ma c’è un ma. E c’è comunque sempre un seguito.
Le sue prime sei avventure formano uno “strano anello” (del tipo di quelli di Douglas Hofstadter). E un anello non ha né inizio né fine. Dunque un fatto fisiologico come la morte, che per noi rappresenta la fine, almeno dell’universo fisico, all’interno di questo “strano anello” diviene, invece, il punto esatto dove inizio e fine si incontrano, combaciano, si penetrano. Dove la morte non è altro che un nuovo risveglio. La tavola 109 di Vacanze a Zahle è un luogo magico, una soglia dalla quale, in quel luogo, potremmo arrestarci, lasciando lo Sconosciuto alla sua prima notte di quiete, o che potremmo varcare, condannandoci insieme a lui a un improvviso, eterno risveglio.

Varchiamo la soglia

Nessuno “strano anello” è perfetto. Tutti hanno un punto possibile di fuga. Un punto in cui la struttura cede, e permette il passaggio a un altro anello. La morte dello Sconosciuto è considerabile come il punto che permette di reimmettersi nello stesso anello (i primi sei episodi), ripercorrendolo tutto senza soluzione di continuità, ma è anche il cedimento, la soglia, il ponte che permette il collegamento con un nuovo universo narrativo. Varcare la soglia non è sempre senza pericolo. È un’azione con la quale si turba l’ordinamento di un’architettura diegetica, rischiando di farla collassare. Ma Magnus è una guida perfetta, che conosce tutti i punti deboli del ponte che ci fa attraversare – per forza, l’ha costruito lui! – e ci porta senza pericolo al Cairo.

A proposito: non è per niente un caso che la clinica dove lo Sconosciuto viene riportato alla vita si trovi a Nazaret. Qui è nato un personaggio che ha spartito in due la Storia; almeno nel modo di considerarla di noi occidentali. Così è per l’ opera di Magnus. La fata dell’improvviso risveglio segna il preciso punto di discrimine con il quale Magnus ha abbandonato un certo modo di fare fumetti, la tavola a due vignette tipica dei personaggi serializzati che dai neri degli anni Sessanta, passando per Alan Ford e il primo Sconosciuto, sono arrivati fino a Necron, per approdare a un taglio della tavola molto più libero, e a moduli narrativi slegati da ogni necessità dettata da scadenze periodiche.

Hasta la Victoria Siempre

Il diario del “Che” in Bolivia, si apre sul 7 novembre 1966 con questa annotazione: «Oggi comincia una nuova fase». Anche per Magnus, con L’ uomo che uccise Ernesto “Che” Guevara, comincia un nuovo periodo. È chiaramente dichiarato – mi pare – nella citazione che apre l’ opera: nella quale il Comandante Guevara esprime la propria convinzione «che scrivere sia un modo per affrontare problemi concreti e una posizione che si assume di fronte alla vita per una questione di sensibilità». Questo è un segnale chiaro delle intenzioni di Magnus di avvicinarsi allo scrivere, abbandonando sempre più la formula classica del fumetto. Oltre alla quantità di testo che spesso straborda e violenta le immagini, imponendo il proprio dominio gerarchico, ci sono almeno due cose che avvalorano questa riflessione, e che mi sembra opportuno rilevare. Il primo passo verso l’abbandono del classico modo di realizzare fumetti, segnalato da Magnus con la messa da parte dello Sconosciuto. Egli, pur con tutta la sua peculiarità, può ben simboleggiare l’eroe tipico del fumetto seriale, e in questa avventura la sua presenza è poco più che marginale. Però, pur comunicandoci la sua intenzione di cambiare registro, Magnus non vuole rinnegare niente del proprio passato di fumettaro, ed è la partecipazione alla storia – in un ruolo non principale, ma comunque chiave – di quella ragazza che Unknow aveva conosciuto a Marrakech, a testimoniarlo. L’esperienza precedente è servita a Magnus per arrivare a questo punto, che è solo la base per costruire una nuova opera. Fateci caso, a poche tavole dalla conclusione lo Sconosciuto dice: «ho capito tutto… si ricomincia da zero».

Il secondo fatto che chiarisce inequivocabilmente le intenzioni di Magnus è legato al personaggio cui è dedicato il titolo dell’opera: el Lugubre. Costui è un uomo che vive di ricordi e di illusioni artificiali – cioè di immagini – , quasi un vigliacco che fugge la sua reale condizione con gli stupefacenti. Il suo riscatto, o catarsi se volete, avviene nell’ attimo preciso in cui prende consapevolezza della vacuità delle immagini. Esse cominciano a vacillargli davanti agli occhi, a sfocarsi, finché el Lugubre le rifiuta completamente, attraverso un gesto simbolico e liberatorio: quando strappa, per intenderci, il manifestino («Bolivia no serà otra Cuba») dal muro. Da questo momento egli diviene un altro personaggio, non è più el Lugubre, ma diventa il comandante Inti. Comincia ad agire nel momento in cui rifiuta le immagini.

Non è un caso che il “Che”, nel corso della guerriglia contro il governo di Barrientos, in Bolivia, abbia tenuto un diario. Magnus sembra convinto che la scrittura, nelle sue migliori manifestazioni, sia sincera compagna dell’azione. Io qualche dubbio sulla scrittura, invece, lo nutro. Non ho dubbi sulle immagini, come quelle di questo fumetto. Pura azione: fino alla vittoria, sempre.

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