Charlie don't surf

Diventare corpi umani

Qualcosa sta cambiando nella rappresentazione del corpo femminile – nelle pubblicità, nel cinema mainstream, in televisione, nei fumetti, e così via – verso una maggiore normalità. Uso questo termine approssimativo, che personalmente tollero malvolentieri, per indicare in maniera sintetica un concetto che possiamo assimilare a quello che vediamo tutti i giorni, il quotidiano nel suo ventaglio di diversità e devianze dalla norma, ma comunque rapportabile alla norma a vari livelli di prossimità.
Mi sono trovata a soppesare questo pensiero mentre facevo scorrere cataloghi online di marche di abbigliamento a costo medio-basso o economico, contrariata per quello che percepisco come un anacronismo: la prevalenza di scatti a modelle longilinee e sottili dalla pelle perfetta, meno asciutte di quelle che possiamo avere visto nei primi anni Duemila, ma comunque lontane dalla molteplicità di corpi femminili reali e quotidiani. Corpi che camminano di giorno per strada e che si fotografano su Facebook o Instagram, o si siedono ai caffè, o salgono le scale di qualche palazzo per arrivare al proprio ufficio. Per quanto l’orientamento alla normalità dei corpi permei svariati ambiti dell’industria culturale, in altri contesti è ancora difficile rapportarsi ai modelli proposti, se non si è naturalmente dotate di lunghissimi femori o sottilissimo girovita o sedere di forma armoniosa o seni grandi o naturale snellezza (e così via). Corpi la cui dignità e singolo valore non sono ovviamente in discussione, ma che, nell’inesorabile ripetitività del catalogo in cui compaiono, risultano, a colpo d’occhio, legati a un’idea molto vecchia – non antica, old-fashioned, ma antiquata, superata, vetusta, polverosa – di bellezza femminile. Una bellezza legata a un canone ormai tramontato e che dunque non può più servire da modello.

La parabola che ci ha condotti a un progressivo mutamento nella rappresentazione e nella messinscena del corpo femminile va messa in relazione a una serie di concause. Nel fumetto, per esempio, il corpo normale o imperfetto si connette allo stabilizzarsi della forma graphic novel, come reazione alla virata ipermuscolosa e fisicamente ineccepibile di certe serie supereroiche degli anni Novanta. Un caso tra tanti: la fondazione della Image comics, nel 1992, avviata essenzialmente dalla volontà dei disegnatori Marvel di esercitarsi nell’immagine tecnicamente inoppugnabile, che reca con sé una corporeità perfetta, ai limiti del caricaturale, a discapito della qualità della storia raccontata, che è spesso inconsistente. Fortunatamente la casa editrice ha, negli anni successivi, radicalmente invertito questa tendenza. Procedendo per generalizzazioni, va notato come, di contro, il graphic novel tenda a preferire l’approfondimento della vicenda e la rotondità dei personaggi, mentre il disegno si focalizza su una maggiore evocatività e funzionalità alla storia. Pioniera è stata, naturalmente, Alison Bechdel, ma i nomi si sprecano: dalla resa delle forme del corpo femminile dei fumetti di Rutu Modan, al ventaglio di diverse fisicità dei giovani protagonisti di Love and Rockets dei fratelli Hernandez. Per quanto riguarda il cinema hollywoodiano, è invece evidente come il travaso di attori e attrici nel sempre più solido sistema delle serie televisive, di per sé meno formalizzato dal punto di vista di una canonica bellezza fisica degli attori, abbia determinato una maggiore varietà, dunque aderenza al reale, nei corpi inscenati.

Recentemente, ho salutato con favore la leggera ritenzione idrica che si può intravedere tra i rombi disegnati delle calze a rete sulle chiappe di Myss Keta durante il suo ultimo live, mentre ammiravo non solo il talento e la presenza scenica con cui l’artista si esibisce tra vetro, cemento e acciaio, ma anche la densità di concetti diretti all’analisi della femminilità e al rapporto tra sessi che riesce, con ironia e disincanto, a veicolare nei suoi testi. In quella ritenzione idrica e quell’interno coscia non precisamente scolpito mi sono felicemente riconosciuta, come ideale critico e anche femminile, pensando che è anche ora che si insceni, del corpo, qualcosa di diverso dal solito, qualcosa di normale, di reale. Non è che di inestetismi della cellulite non se ne siano mai visti prima – allontano con fastidio il ricordo incagliato da qualche parte in testa del titolo di un’idiota testata scandalistica a caso e una foto di Scarlett Johansson. Ma qui è tutt’altra storia: è la ritenzione idrica di “una donna che conta”, ovvero una corporeità legata a una femminilità che si distingue per forza, autorevolezza, influenza, comando, preminenza e altre belle cose che vorremmo vedere più spesso associate a una donna, specie se giovane, nel sobbollente calderone dello spettacolo. Uno sfoggio di forme normali che mi ha ricordato, per associazione, più che per effettiva somiglianza, quella delle Tre grazie di Rubens o il rotolino di ciccetta addominale dell’Eva di Cranach. Così come la qualità archetipica del vestiario e della danza punk-tribale del videoclip di Giovanna Hardcore mi fa pensare alle perturbanti bambole storte di Hans Bellmer. Tutto molto bello, concettuale e intriso di arte.

Il corpo, specie quello di una celebrità, manda inevitabilmente dei messaggi e il messaggio del corpo di Myss Keta è che “una donna che conta” non deve essere fisicamente perfetta e non deve vergognarsi della sua ritenzione idrica. E in confronto a quello che vediamo, sullo stesso schermo, in molte altre circostanze, vale forse la pena di sottolinearlo. Non il tuo corpo imperfetto non è importante e non determina quello che veramente sei, ma l’opposto: il tuo corpo imperfetto è importante, proprio perché fa parte di quello che sei. Vediamo la stessa attitudine nella personalità della comica Michela Giraud, dotata di una fisicità naturalmente imponente e abbondante, energica e vitale nella sua lontananza dal canone. Un corpo che dovrebbe comparire anche in altri domini: la norma anche per le collezioni di abbigliamento di grandi magazzini, considerato l’impatto che possono esercitare sull’immagine di sé di una donna, dovrebbe avvicinarsi piuttosto a Myss Keta e Michela Giraud, che alle ancora troppo perfette modelle dei cataloghi. Mi sorge a questo punto un dubbio, che sfiora la paranoia: la logica forse è che gente normale deve avere ambizioni normali, dunque che le donne normali, che lavorano come commesse, impiegate, parrucchiere, estetiste, o stanno studiando per accedere a un livello di professionista, devono anche ambire a diventare perfette come quelle modelle, e non a piacersi “imperfette” come Myss Keta o Michela Giraud. L’opera di promozione di una corporeità reale pare, insomma, prerogativa di spazi ad alta consapevolezza culturale: ma è ora che questa prospettiva si estenda a tutti gli altri ambienti di produzione dell’immagine.

Qui è forse il caso di invocare la Treccani e il fatto che nel 2019 abbia inserito la voce “bellezza inclusiva” nel vocabolario: una scelta auspicabile, per quanto di questa definizione qualcosa non mi torni. Perché sotto la pretesa di una presunta “libertà di essere quello che siamo”, mentre sappiamo tutti che ogni nostra singola scelta è dettata da un contesto, e che l’unico atto di libero arbitrio può essere, se mai, scegliere di metterlo in discussione, sono in agguato alcuni bug del sistema: l’idea di “bellezza inclusiva” rappresenta anche la normalità o solo l’eccedenza dalla norma? Perché, se così fosse, la donna normale rischia a questo punto di rimanere tagliata fuori, tra rappresentazioni da una parte di bellezze canonicamente perfette e dall’altra (finalmente) di bellezze affette da sindrome di down, bellezze con la vitiligine, bellezze con i denti divaricati in uno spropositato diastema, bellezze con il burqa, bellezze transessuali. E le ordinarie, con le gambotte, o la pancetta, o le tettine, che pure iniziano ad avere qualche ruga, un po’ di occhiaie, qualche brufoletto, qualche asimmetria… Dove siamo noi normali in tutto questo? La bellezza inclusiva rappresenta anche la bellezza ordinaria? C’è spazio anche per noi?
La donna dal corpo bello perché ordinario, negli spazi della normalità come i cataloghi dei vestiti dei grandi magazzini, ancora non trova adeguata rappresentazione, anche se esistono ottime, e ancora troppo rare, eccezioni, come il catalogo di American Apparel.

Come dicevo, il progressivo complicarsi delle serie televisive degli ultimi venti anni, ha determinato un travaso di temi, registi, tecniche, tra il sistema seriale e quello del cinema mainstream, e finalmente è presentata una sequela di bellezze non canoniche, anche tra gli attori e attrici del secondo ambito. Esemplare in questo senso è il caso di Emilia Clarke, attrice dai lineamenti molto belli (canonicamente) e dall’espressività magnetica, indimenticabile in diverse scene in cui ha interpretato la Madre dei draghi nello show che l’ha resa celebre: nella sua fisicità, bella perché non canonica, rotonda e normolinea, non è troppo difficile, per molte donne, riconoscersi.

Dobbiamo chiederci cosa significa, quando in un organismo culturale la perfezione si frantuma, e viene meno l’aspirazione all’ideale, lasciando il posto a una ricerca di ordinario e di quotidiano. Il progressivo incremento di manifestazioni di diversità nella cultura di oggi, nonché il moltiplicarsi dei canoni cui fare riferimento, è in linea con il tramonto del pensiero unico iniziato a metà Novecento e dell’epicentro normativo, in favore del policentrismo e del sorgere di diversi codici e ambienti che producono concezioni e da cui si emanano idee. Sono, nella sostanza, un’osservatrice ottimista e continuo a pensare che l’esposizione alla diversità del reale, senza categorie, sia la direzione verso cui è giusto orientarsi, nonostante il resistere di alcune incrostazioni: corpi naturalmente perfetti nel senso tradizionale che compaiono insieme a quelli più ordinari, a quelli diversamente abili, a quelli con altre caratteristiche intrinseche (avete presente le vedute collettive di certe illustrazioni di Zerocalcare?). Corpi che mai andrebbero organizzati in un’arbitraria gerarchia, sia pure implicita.

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