Una pietra sopra

La carta e la mappa

disegno di Francesco Checco Frongia

Quelli che infittiscono di libri gli spazi in cui abitano sanno che vivere con la carta richiede strategia e disciplina.
Le librerie regolano la disposizione interna dei libri in modo da polarizzare i segmenti di interesse. Quando si entra in quei templi colmi di mercanti, schivando agende e quaderni, si scoprono quattro aree più o meno grandi: i romanzi, i saggi, i libri per ragazzi e gli illustrati. Ognuno di quei settori è segmentato ulteriormente, in modo che gli acquirenti e i commessi possano trovare con facilità una novità da classifica, un giallo, l’ultimo Strega, una raccolta di ricette, un graphic novel, … Lo scopo di quella disposizione è favorire la vendita: copertine visibili, pigne di libri che gareggiano in altezza, volumetti agili e accattivanti appoggiati accanto alla cassa.

Ben altro obiettivo ha una biblioteca. File di coste allineate su mensole disposte a diverse altezze. Nascondere un ago in un pagliaio è un gesto di assoluta mediocrità; molto più perfido è lasciarlo in mezzo ad altri aghi: un parallelepipedo di carta abbandonato tra migliaia di altri, tutti sottilmente diversi e tutti assurdamente simili. Per muoversi nelle stanze di una biblioteca abbiamo bisogno di una mappa e siccome, come insegna Tolomeo nella sua Geografia, le carte devono essere disegnate con ordine, da sinistra verso destra e dall’alto verso il basso, quella mappa deve essere cartesiana: enumerazioni e liste, verifiche e controlli. La migliore delle mappe inventate fino a oggi per scorrazzare nelle biblioteche è il sistema di classificazione decimale escogitato dal bibliotecario statunitense Melvil Dewey.
Quel metodo prevede l’uso di tre cifre per indicare la tassonomia del libro. Per esempio, 594 indica “Molluschi e molluscoidi”, area di studio che afferisce alla categoria 590, “Animali (zoologia)”, che è, a sua volta, raggruppata nella classe principale 500, “Scienze naturali”. Dopo le prime tre cifre, è possibile dettagliare ulteriormente la codifica, specificando altre cifre dopo un punto: in questo modo, 594.340941 indica “Gastropoda. Opisthobranchia. Isole Britanniche”. All’interno del medesima categoria, i libri sono poi disposti secondo l’ordine alfabetico dei loro autori.
La codifica Dewey fornisce coordinate precise per georeferenziare la presenza di un libro all’interno di una biblioteca e funziona perché è normata e condivisa: chiunque, con un opuscolo che indica la localizzazione delle aree di studio, può trovare quello che gli serve.

In casa è tutto diverso. Lì, la questione non è affatto semplice, perché mettere accanto i libri di due autori per una mera coincidenza geografica o alfabetica può sembrare davvero insensato. Quando pensiamo alle mensole su cui appoggiamo i nostri libri, esigiamo un ordine che ci racconti e ci rappresenti. Già, perché la disposizione fisica della nostra carta è, a sua volta, una mappa: quella dell’immaginario individuale.
Per esempio… rileggo periodicamente La banda dei sospiri di Gianni Celati. La mia edizione tascabile è stata pubblicata da Feltrinelli alla fine degli anni Novanta e ha una copertina disegnata da Antonio Faeti. Celati è un narratore italiano del ‘900, ma la sua appartenenza a quella categoria dice poco di lui e nulla di me. Voglio che quel libro sia nella mensola “Antoine Doinel”, accanto al Gian Burrasca di Vamba , a Calvin & Hobbes di Bill Watterson e a It di Stephen King. Per ragioni tutte e solo mie, quella mensola deve essere vicina a quelle dedicate a “Long John Silver”, “Doretta Doremi” e “Vladek Spiegelman”.

La mia biblioteca è la mappa della mia vita.

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