Zugzwang

Lorenzo Ceccherini | Il bassista non se lo incula nessuno |

In questa epoca di domiciliarizzazione forzata i temi monografici di Quasi sono stati un importante aiuto nell’evitare che la fantasia e lo spirito d’iniziativa avessero troppa voce in capitolo. Insomma, il «oggi (questa settimana) parliamo di» è stato un ottimo antidoto allo smarrimento da pagina bianca. Stavolta, però, un po’ di difficoltà la incontro. In primo luogo, un tot di ricerche in rete mi fanno risalire al fatto che questo amore e questa portinaia di cui si favella sono ricompresi nel titolo di un lavoro di due signori che si chiamano Dupuy e Berberian. Il titolo riporta anche, in posizione evidente, la dicitura Monsieur Jean. Chi sia questo signor Giovanni non è dato sapere perché le prime cinque, sei pagine di risultati di ricerca rinviano quasi esclusivamente a librerie e amazzonie online. Qua e là anche a tentativi maldestri di spoofing. Che il sito dei due autori non riporti eccessivi sdilinquimenti nel raccontare quanto sono bravi secondo la critica, gli fa onore, nondimeno non c’è il verso di sapere come sia fatta la storia e cosa abbia portato all’invenzione di questa portinaia-Eros dalle ali e corna di demone, armata di arco e dardi-ramazza.

E, niente, eccola qui, Eros parigino anni ’90

Quando sono le dodici e trenta e sei al liceo e ti sorbisci la storia del Simposio di Platone e ti fanno leggere di come Eros, nel racconto del commensale Socrate, fosse né bello né buono – anzi, essendo figlio di Penìa (la Povertà) e Poros (la personificazione dell’Espediente, quello ingegnoso e pieno di risorse), uno in grado di mettere insieme l’appetito per le cose di cui si è privi con la capacità, molto pragmatica, di arrivare a un risultato – quel giorno, dicevo, non gli dai troppa importanza, sbadigli e attendi la campanella, in preda ai morsi della fame e della noia. D’altro canto lo struggimento per qualcuno, quasi matematicamente ce l’hai addosso, ci stupiremmo del contrario.

Non so voi, ma negli innamoramenti adolescenziali (modalità che potrebbe non essere mai sostituita da altre), almeno per come li ricordo, è facile riconoscersi nel demone-satiro evocato da Nick Cave in Loverman and he’s lame and he’s dirty and he’s poor»). Non solo perché gli adolescenti non brillano per prassi di igiene personale ma perché quel motore primo costituito dal «sentimento della mancanza» non fa certo sentire sicuri o saldi nella propria posizione di carenti, nudi, esposti. Il bisogno spinge fuori dal momento presente, il quale, da parte sua, non fornisce alcun senso di protezione o comodità, essendo solo un luogo inospitale in mezzo alla terra di nessuno dove le mitragliatrici dello sconforto spazzano il teatro di guerra.

C’è un diavolo in attesa fuori dalla tua porta…

Poi, va bene, si può ragionare di Amor Sacro e Amor Profano, in borghese o in divisa, provare a staccarlo dal sesso, provare a riattaccarcelo, un po’ tutto, ma, alla fine, il minimo comun denominatore zoppo-sporco-povero gioca sempre la sua partita. In fin dei conti, pure il seduttore di kiergaardiana ma anche dapontiana e laclosiana memoria, è uno che non controlla veramente il gioco di cui vorrebbe dar a intendere di essere il demiurgo incontrastato e vincitore inevitabile. Intriga, smuove, complotta, usa e abusa, ma ci finisce dentro mani e piedi, dal disgusto di sé (e dell’altro, ovviamente) al bisogno lancinante del vero oggetto del desiderio. Che sfugge, è inaccessibile, vuoi perché esistente su un piano più alto di virtù, vuoi perché già ben consapevole del modus operandi del seduttore e quindi irrimediabilmente diffidente da qui alla fine dei tempi. Insomma, si tratta di invilupparsi nella giostra degli oggetti del desiderio, bistrattarli quasi tutti e idolatrarne pochi per ottenere sempre quel che non si voleva veramente.

Ma di cosa stiamo parlando, poi? Il bassista non se lo incula nessuno! Anche perché cara grazia se lo si riesce a sentire. E come si fa a essere affascinati da qualcuno che sta facendo qualcosa, se non si capta niente di quel che sta facendo? Comunque, son problemi da palco. Non è dato sapere come stia andando una volta divenuto bassista da salotto, son fatti suoi, ma prima di allora va detto che non si trattava esattamente dell’elemento eroticamente più cospicuo sulla ribalta. Chi canta e chi suona la chitarra viene prima e il batterista è quello che fa più casino di tutti (anche se spesso nascosto dai piatti – e magari è un bruttacchione), quindi per andarsi a cercare il bassista bisogna proprio mettersi d’impegno. A ogni modo, i percorsi sono imperscrutabili, quindi bonne chance a tutti, sia che si tratti di buttarsi che di rinunciare. Non si sa mai cosa si trova, specie se ci si spinge due o tre curve più avanti.

L’esperienza della vita in questa società occidentale è, tutto sommato, abbastanza solitaria. Non che ce ne accorgiamo, non abbiamo più molti esempi di vita comunitaria e non possiamo più fare affidamento su tempi e luoghi che in passato erano più certi: se vedi qualcuno che ti piace su un vagone della metropolitana hai pochissime possibilità di scommettere sul fatto di rivederlo/a ancora. Certo, magari è vero il contrario: noti qualcuno perché lo incroci più volte per caso e, a quel punto, rifletti su quanto, in effetti, ti piaccia. Certo, anche ai tempi del paesello, quando non c’era la metro ma la messa nell’unica chiesa possibile, attaccare discorso poteva essere più o meno complicato, inopportuno o socialmente inaccettabile, però vuoi mettere rispetto al calcolo probabilistico se sia meglio tentare un approccio ora, in mezzo alla calca dell’ora di punta, scendendo, magari, alla fermata sbagliata per farsi pedinatori (stalker?), o attendere un momento propizio, ché tanto non c’è una metropoli in cui perdersi è l’unica certezza? Certo, anche il mondo dei Peanuts sembra un paesino, ma Charlie Brown con la ragazzina dai capelli rossi non mi risulta che abbia mai fatto passi avanti. O no?

Il desiderio, oltre a sognare con grande costanza qualcuno di poco accessibile, si appunta anche, su temi più facilmente frequentabili. Perché un po’ di soddisfazione, a fronte di rischi che appaiano gestibili, possibilmente facilmente, ci deve pur essere. Vorrei dire che si rende meno erotico, questo desiderio ed è senz’altro vero, ma una sfumatura permane anche allorquando il bassista (il musicista da salotto, in generale) dirige la sua mira (amorosa) su oggetti e attività musicali. Ne ho già parlato in precedenza, in modo diretto e con allusioni più o meno pesanti, ma quello che accade è che tutti, nessuno escluso, si feticizzano i propri strumenti, mai paghi di desiderarne altri ancora. Con più corde, senza tasti, di liuteria, americani, coreani, giapponesi, di legni rari, col manico in grafite, fatti dal liutaio che glielo devi chiedere in sanscrito e, se ha voglia, ti spilla doverosi dodicimila euro. E lo stesso accade con i generi, o i pezzi. La cover band feticista esegue tutto alla nota. Il fanatico del tal genere ha un repertorio impeccabile. Poi però non sanno improvvisare qualcosa di diverso – perché non si divertono. Però hanno investito il loro «amore» nel loro prezioso campo di gioco, l’hanno sacralizzato, ci si sono chiusi dentro. Come scrivevo qualche paragrafo addietro, si affonda in una trincea ricolma di oggetti del desiderio ma è possibile che non se ne ami neppure uno. E quando sono strumenti, e sei tu che li devi suonare, ecco, viene in mente la barzelletta del carabiniere che va dal dottore perché quando si tocca varie parti del corpo sente dolore in ogni occasione. Si era fratturato il dito.

Bassista sacro e bassista profano. In mezzo, l’insegnante.

Nello slang scacchistico c’è un concetto, identificato da una parola tedesca da non pronunciare in tempi di pandemia, per quanto fa sputazzare: Zugzwang. Lo zugzwang arriva raramente prima del finale di partita, compare quando ci si è spesi e si son giocate le carte migliori per vincere la partita, si è strategizzato, fatto, speso, sacrificato. Però, a un certo punto, ci si ritrova in una situazione nella quale si è costretti a muovere – perché le regole lo impongono – ma non c’è una mossa, tra quelle possibili, che non ci causi un danno essenziale, condannandoci a perdere la partita.

Questo concetto lo riscopro di tanto in tanto, evidentemente perché tendo a dimenticarlo, nella sua teutonica imprescindibilità non è che metta tutta ‘sta allegria. Certo, se sei quello che costringe l’avversario in quella posizione, puoi congratularti, ma né l’innamorato né il bassista giocano mai da quella parte. Ecco, mi viene da chiedermi se non ci sia un tratto comune alle strategie dell’amante e all’organizzazione del bassista, entrambi troppo preoccupati di essere respinti, di non essere all’altezza e se non sia possibile che, in molti casi, tutto il rovistare e lo sbattezzarsi per cercare di non passare attraverso certi momenti di slancio irrevocabile, attimi di rischiosa resa, non si traducano in pesanti zugzwang. Mi chiedo cosa diventiamo quando finiamo per subirne uno dopo l’altro, considerando che, in larga parte, ne siamo stati noi stessi gli artefici.

Su un altro piano, quello di chi guarda o ascolta, in questo caso, tutti questi sforzi, queste prassi, questi rituali, tutta questa accademia da uccelli giardinieri, porta poi, fortunatamente, anche se solo talvolta, a esiti pienamente godibili per le terze parti, ben lontano dal tormento amoroso (reale o immaginato) dell’autore, o della sua voce, nell’opera. Un po’, qui, il fascino è quello di sperare di poter sconfiggere la tirannia delle parole nella musica «popolare» contemporanea (sole / cuore / amore, in italiano come in lingua straniera) per riassegnare la preminenza ai suoni. Che ne so, Big Love dei Fleetwood Mac andrebbe benissimo anche se parlasse della raccolta delle patate, però, ne sono praticamente certo, la raccolta delle patate non avrebbe ispirato una tale foga compositiva ed esecutiva.

Lindsey Buckingham che ti fa vedere come si tirano su le patate

Lo so, questo pezzo è pieno di stupidi innuendos sessuali. Sembrano essersi presentati spontaneamente, anche se sappiamo che non è mai così. La dimensione del discorso amoroso è inestricabilmente intessuta della stessa materia di cui sono fatte le paure: perdita, impoverimento, diminuzione, abbandono. Il satiretto interiore, per contrastare, invano, quel senso di vulnerabilità, spinge querulo le sue allusioni, in continuazione, ti suggerisce di far di più, di non suonare la parte com’è scritta e neppure di improvvisare facendo appello su quel che sai e chi sei. No, ti lancia quegli strali continui, avvelenati dall’idea che, visto che non hai what it takes, dovrai in qualche modo barare, rivestendo di panni stupidi e rutilanti qualcosa di impresentabile che devi in realtà nascondere. Non manca mai di trovare qualcosa di tal fatta.

Se se ne accorgono, chi potrebbe mai volerci?

Giusto, quindi dacci dentro e usa quella tecnica in cui sei notoriamente scadente. Suona quelle decine di note sovrabbondanti e fastidiose. Esagera nel solo, perditi.

‘O bassista innamorato è, al pari degli altri musicanti innamorati, una vittima (non opima, benché tendente al sovrappeso) offerta in sacrificio puntualmente non richiesto. Quasi sempre, al pari degli altri, fa casino ma, per virtù naturali, non lo si sente e quindi non se ne dà pena nessuno. Vox clamans in live music pub.

Ulteriori disclaimer

  • Nella scrittura di queste riflessioni abborracciate e di dubbia morale non sono stati maltrattati carabinieri, con i quali i rapporti sono altresì di grande familiarità da decenni.
  • Qualcosa in più su Monsieur Jean si trova, ma tocca faticare non poco. Per essere un caposaldo per gli amici quasisti, sembra avere in comune col bassista il fatto che il pubblico (la rete, piuttosto) non se lo fila tantissimo.
  • L’autore, così come una quantità esorbitante di altre cose, non è uno scacchista. Si limita a tentare di risolvere, talvolta con successo, i puzzle di chess.com.
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(Quasi)