Ragazze Mondiali non ci stancheremo mai di voi

Mabel Morri | Play du jour |

Firenze, venerdì 8 giugno 2018, ore 20,45

Lo Stadio.

Piove.
Piove copiosamente.
Il viaggio si risolve bene dopo che il primo treno ha accumulato ritardo e ha fatto perdere a me e I. la coincidenza per Firenze. Alla fine il FrecciaArgento rimediato ci ha permesso di incontrare Michele, uno dei primissimi collaboratori del sito top in Italia di informazione fumettistica “Lo Spazio Bianco”, con il quale chiacchieriamo e facciamo aperitivo nella carrozza bar del treno: i nostri posti non li vediamo nemmeno per sbaglio. Con Ettore, sempre dello “Spazio Bianco”, feci un viaggio simile di ritorno da Napoli, nel 2004: io, il Premio Micheluzzi tra noi, e Denis Medri a bere caffè e chiacchierare di fumetti.
A Firenze, a Campo di Marte, scendiamo che piove ancora. Nonostante il ritardo riusciamo a passare dal B&B e a indossare le maglie della Nazionale.
Il meccanismo è sempre quello: battezzate bene non cambiamo sicuro. Per scaramanzia credo: a Nizza, giorno di Italia – Spagna (2 a 0) a Euro 2016 guardammo la partita nella fanzone, prima di prendere l’autobus tra inglesi e islandesi per Inghilterra – Islanda, e l’Italia di Antonio Conte vinse. C’era anche l’hashtag lanciato dalla “Gazzetta dello Sport”, #mettiamolatutti, con il quale, sollecitati dal C.T. che chiedeva stadi azzurri, indossammo quelle magliette: L. la sua del rugby, I. la mia da calcio del Mondiale di Francia 1998, io con quella da basket femminile epoca Ballardini.
Nella gallery della Rosa ci siamo: se si scorrono le immagini, ci sono ancora le nostre tre facce sorridenti vestiti d’azzurro.
Lo rifacciamo. I. quella da calcio 1998, io basket 2009.
Smette di piovere.
Non ero mai stata all’Artemio Franchi. Non avevo mai visto, se non nelle immagini in televisione e in internet, il cancello verde stipato di immagini, maglie, ricordi, striscioni per Davide Astori. Non pensavo ci fossero ancora.
L’Artemio Franchi è il classico stadio all’italiana costruito in città; Chiavari, Rimini, Bergamo, persino a Trento è simile. Ha la scalinata principale in cemento armato: è la prima opera tale in Italia e infatti è sotto il patrimonio dei Beni Culturali, motivo per cui c’è il progetto dello stadio fuori città anche a Firenze. Ma va da sé, è il calcio moderno, anche se c’è sempre la storia dietro l’angolo. Lo stadio è intitolato ad Artemio Franchi, uomo di sport e cultura, un politico del calcio di fatto. Divenne Segretario del club Fiorentina fino al 1952 ponendo le basi a quella Fiorentina che vincerà il suo primo scudetto nel ’55/56 e poi Presidente e Vice Presidente tra FIGC , UEFA e soprattutto FIFA, in quel particolare decennio che furono gli anni ’70 – tumultuosi e intrecciati alla politica e alla società -; fu un dirigente stimato e molto bravo, raccontano, ma come molti che vissero quegli anni non immune, consapevole o meno che fosse, da trame che oggi gettano più ombre che luci. Come per esempio, si narra, la scelta dell’arbitro italiano Sergio Gonella per la finale del Mondiale della vergogna di Argentina ’78 – Mondiale fortemente voluto dal dittatore Videla, Mondiale nel quale appare tra le figure chiave Licio Gelli, “Gran Maestro” della Loggia P2, tra i cui membri con il suo numero di matricola, proprio Artemio Franchi, guarda caso Presidente UEFA e dunque (come si usava all’epoca) direttamente Vice Presidente della FIFA in quel 1978 -, che non fu esattamente cristallino nell’arbitraggio (ma l’Argentina seppure squadra davvero forte fu molto, molto aiutata da arbitri e faccende economiche, vedi alla voce forniture di grano e mais nell’ottobre di quell’anno al povero Perù che riuscì a perdere 6 – 0). Più ombre che luci, ma non questa sera, un Franchi già illuminato sotto un cielo plumbeo.
Quando arriviamo e passiamo davanti a quel cancello così lungo e pieno di testimonianze è il tramonto. Piove ancora. Ma il cielo si apre e la partita la guardiamo sotto il cielo stellato, quasi a omaggiare le ragazze che lottano su ogni pallone e ci portano ai Mondiali.
È la mattina della partenza, ancora senza pioggia, che osservo bene quelle sciarpe, di tantissime squadre, Inter, Milan, Cagliari, tantissime, anche delle serie minori, gli striscioni, i disegni, le figurine, le foto stampate di tifosi dietro quello stesso cancello con Astori, le maglie originali di qualunque squadra: sono metri e metri di cancello che vengono percorsi e il ricordo di Astori è presentissimo. È stata la morte del capitano di qualunque squadra, da un lato molto metafisico, così come la Roma che vince col Barcellona; sono quelle cose che non importa più il colore, c’è altro, e fa bene o male a tutti, tocca tutti.
Lo stadio è bello: le tribune sono allo scoperto e riconosco la curva nella quale in Fiorentina – Benevento – la partita più bella della Serie A 2017- 18, se non nel gioco quantomeno per il suo significato simbolico -, i tifosi hanno colorato di viola e rosso gli spalti ricordando Astori, uno spettacolo bellissimo sotto (ancora) la pioggia di Firenze.
Nel passaggio dai tornelli, prima di passare il biglietto sul display e noi dalla griglia circolare, alcuni ragazzi in fila davanti a noi dicevano proprio questo: c’erano a quel Fiorentina – Benevento e come raccontavano “quel” Fiorentina – Benevento, con quanta tristezza e profondità; si sono guardati e i loro sorrisi erano rassegnati, spenti nel ricordare quella domenica di pioggia.
Ero dietro di loro e la partita me la ricordo anche io. Ha segnato Vitor Hugo su un calcio da fermo, non ricordo se angolo o punizione: si è elevato in cielo, proprio lui che era il sostituto di ruolo di Astori. La corsa commossa verso la panchina, la maglietta di un massaggiatore esposta con la foto stampata del Capitano e lui a rendergli omaggio con il saluto del generale. Poi l’abbraccio commosso con Stefano Pioli, l’allenatore.
Al tredicesimo del primo tempo, sotto la pioggia, il silenzio, i giocatori fermi mentre il pallone rotolava non importava dove, al numero 13, la 13, come la maglia di Astori, gli applausi scroscianti come la pioggia a coprire le lacrime di tutti.
Mi sono commossa persino io da casa da quanto fosse potente quel momento. Immagino per loro, per chi era allo stadio e chi a Firenze respira l’aria viola, come ogni vero tifoso.
Dietro quei ragazzi sorridevo piano anche io, nonostante l’emozione della mia prima volta al Franchi per l’evento storico.
Sfoggio la mia maglia azzurra e nell’urlare per qualunque cosa, dai cori, agli incitamenti vari, ai gol, quasi mi va via la voce.
Le amiche, da casa, guardano la partita su RaiSport57 sperando di vederci inquadrate dalla tv.

Il fumetto

Nell’angolo a sinistra della foto che scatto sopra la linea del fumetto, Barbara Bonansea corre calzando le sue Nike arancio fluo. È facilmente riconoscibile perché il colore acceso stacca totalmente sull’azzurro dei calzettoni azzurri. In una Instagram Stories ce le mostra con la stessa felicità con cui Carrie Bradshaw acquistava un paio di Jimmy Cho.
Bonansea corre come una matta, è che ha anche una buonissima tecnica per cui le sue corse sono sempre finalizzate o alla conclusione o al passaggio smarcante per una compagna o a un dribbling geniale. Ci prende anche una traversa in contropiede che ci fa soffocare l’urlo GOOOOL in gola per un NOOOO tuonante e su un tiro in area prende in pieno il portiere del Portogallo, sicché quando segna la rete al novantesimo del 3 – 0 definitivo esulta liberatoria (e noi con lei).
Quando le entra un difensore poco prima di scattare per un’incursione sulla fascia, cade per mezzo secondo massaggiandosi la caviglia e si rialza subito a muso duro quando il difensore lusitano le dice qualcosa: faccia a faccia sobrio, magari non femminilissimo alla Grace Kelly ma un diversamente femminile bello.
I modelli dei decenni passati hanno sempre imposto una grazia che non è parte di chiunque e da sempre esistono ragazze al contrario sgraziate e impacciate; il calcio aiuta a non sentirsi sole, almeno in questo. Bonansea ha eleganza anche quando sta a muso duro con un’avversaria, per dire.
Nelle nuove Mele, “Le Mele Magazine” numero 5, alle pagine dedicate allo sport ho scritto e disegnato della partita precedente a questa, Italia – Belgio che era ugualmente importante ma che sanciva l’ufficiosità del passaggio del turno; Italia – Portogallo invece è quella definitiva.
Un 3 – 0 tondo, ricco di emozioni e di storia, quella che poi è continuata in Francia durante il Mondiale del 2019.
Al fischio finale è solo festa.
Rosucci e Linari non si tirano indietro e con Girelli e Gama si avvicinano alle bambine e ragazzine che chiedono un selfie, un autografo, una stretta di mano, a quelle che sono le loro eroine, quelle dalle quali prenderanno esempio nel loro sogno di diventare altrettanto calciatrici. Le giocatrici non lesinano sorrisi e l’emozione è palpabile, nelle lacrime, negli occhi lucidi, nella semplice felicità di aver conquistato qualcosa di importante.
Io c’ero vent’anni prima per quella che era la “mia” nazionale femminile, quella di Morace, Bertolini, Bavagnoli quando erano giocatrici e io sognavo di giocare a pallone come loro, quella che mi era più vicina come età.
E c’ero nel 2018 per ragazze che potrebbero essere persino figlie o nipoti.

Senigallia, mercoledì 24 febbraio 2021,ore 17,30

Casa

Non ci sono fisicamente nel 2021, non sono a Firenze nello stesso stadio ma sono presente davanti alla televisione.
Presumibile pensare che sarei stata al Franchi anche in questa occasione.
Ma il 2021 è l’anno dei vaccini, si spera, è il secondo anno del coronacene e abbracciare le Ragazze Mondiali che diventano Europee è permesso solo virtualmente e da lontano.
La partita Italia – Israele in realtà non avrebbe dovuto giocarsi in febbraio ma nell’ottobre del 2020 insieme alle altre partite di qualificazione. Verrebbe da pensare che sia stato meglio così, in ottobre il campionato femminile era ripreso da poco e il rodaggio ancora evidente nelle gambe delle giocatrici ma la pandemia ha insegnato che prendere appuntamenti è un’opzione imprevedibile: due giorni prima della gara, Israele entrava in lockdown totale a causa degli alti contagi. Troppo pericoloso per le israeliane venire qui, troppo pericoloso per tutti e tutte, assistenti di volo, avversarie, albergatori, camerieri e la catena essenziale di cui questo maledetto virus si nutre.
Mesi dopo invece le italiane acquistano forma e quella ritrovata chimica che garantisce l’essere squadra che si conosce nei movimenti e nella fiducia. Inoltre altre partite giocate hanno permesso un ventaglio di risultati tra i quali, il più fondamentale, lo scarto di due reti segnate per ottenere il pass Euro 2022 diretto senza passare da spareggi insidiosi. A quel punto per altro Israele arrivava al contrario di opzioni: nemmeno una, già eliminata e senza aspettative, tanto che la squadra che viene messa in campo è zeppa di giovani lanciate alla ribalta per far assaggiare loro un po’ di palcoscenico internazionale.
Le ragazze di Milena Bertolini scendono in campo concentratissime (in una formazione che più si avvicina a quella dei Mondiali e con innesti di giovani che prenderanno il posto delle “storiche”) e infatti al quinto minuto già segnano. Al secondo gol, quello decisivo per il pass diretto, realizzato qualche minuto dopo i volti si rilassano leggermente, o meglio, i cuori, e le italiane continuano a macinare gol e gioco, fino a un 12 – 0 imperativo e molto, molto europeo.
In studio per i commenti, quelli che ho sempre perso perché uscivo dallo stadio, c’era Simona Rolandi che sedeva con Katia Serra, prendendo il posto di Franco Lauro, giornalista scomparso nell’aprile 2020 e che conduceva i pre e post partita di Coppa Italia e di calcio femminile sulla RAI. Anche in questo, in una semplice “squadra” di lavoro c’è il gusto della tradizione. Una su tutte: quella che le nostre ragazze si stanno qualificando direttamente a Mondiali ed Europei ininterrottamente dal 2015, in quella serata fredda e piovosa al Bentegodi di Verona nello spareggio per i Mondiali di Canada 2015 contro l’Olanda, la stessa Olanda che in crescita come le azzurre, due anni dopo nell’Euro 2017, avrebbero vinto la competizione.

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