Bordelli e trattorie

Boris Battaglia | Crocevia di libertà |

Dice Max Brod, nella biografia che dedicò al suo amico Franz Kafka, che lo scrittore praghese era tormentato da un’incessante pulsione sessuale. Cosa che Reiner Stach, ci conferma nel suo interessantissimo Kafkas eotischer Mythos, aggiungendo però che il desiderio kafkiano era condizionato da una paralizzante paura del “fallimento” durante la pratica sessuale.
Kafka viveva la propria sessualità in modo sublimato e incompleto, soddisfacendola con la pornografia e la frequentazione dei bordelli.
Non era un viaggiatore appassionato, anzi si spostava da Praga proprio malvolentieri, stranamente però quando passa da Milano, nell’estate del 1911, lo fa proprio per curiosità, impuntandosi contro il desiderio dell’amico Max Brod di tornare a Praga. Brod è un ipocondriaco e in Italia c’è un’epidemia di colera, preferirebbe non scendere dalle rive del lago di Lugano, dove si stavano godendo una vacanza, nella metropoli lombarda. È Kafka a volerci andare, a tutti i costi. Probabilmente solo per fare dispetto all’amico. Perché poi quando arrivano a Milano, mostra disinteresse per tutto, ci si trattengono un solo giorno e l’unica cosa che lo colpisce è l’albergo dove alloggiano. Cioè, non solo.
Lussuosissimo, il Grand Hotel Metropole, occupava tutto lo spazio che da Piazza Duomo andava verso il popolarissimo e malfamato quartiere del Bottonuto. Oggi dove c’era l’albergo, c’è l’Arengario, voluto da Mussolini, quando, negli anni Trenta, per la necessità di cambiare il sistema viario milanese, tutto il quartiere fu sventrato e al suo posto venne aperta piazza Diaz. Il Metropole lasciò talmente il segno su Kafka, che ne userà il ricordo quando descriverà l’Hotel Occidental in America.

Ma, come ti dicevo, c’è un’altra cosa che restò a Kafka del suo soggiorno milanese: un bordello, il più famoso della città, in cui lui e Brod si rifugiarono dopo essere scappati a metà di una commedia dal Teatro Fossati (oggi Teatro Studio Melato). Quello del bordello, di cui ci racconta Brod nei suoi diari, è però – a differenza dell’albergo – un ricordo doloroso. Quando ci entrano i due, abituati a quelli di Praga e di Parigi, restano stupiti per il suo aspetto asettico. Pagare, consumare, andare via. Niente balli, niente messinscena. Un milanesissimo spirito commerciale, che Brod così riassume: «solo un fissare nudo e crudo». Questa crudezza, che in qualche modo buttava in faccia, con disinvoltura meneghina, ai frequentatori della casa chiusa, la reale natura dello sfruttamento capitalistico della prostituzione, inibì Kafka al punto da convincerlo ad andarsene senza concludere alcun commercio con le ragazze che gli si offrivano. Il mattino dopo, lui e Brod lasceranno di volata la città.

Ti starai chiedendo perché ti stia raccontando di Kafka e di questo suo passaggio furtivo nel capoluogo lombardo, all’interno di un discorso sulla Milano degli anarchici. Per due motivi.
Il primo, di cui io non sono assolutamente convinto ma che trovo affascinante, è l’idea – sostenuta soprattutto da Michael Lowry (nel suo Kafka sognatore ribelle, Eleuthera, 2014) – che tutta l’opera dello scrittore praghese sia percorsa da una passione antiautoritaria che, seppur mantenendosi sempre su un piano sentimentale e non raggiungendo mai una consapevolezza teorica – tipo quella, per dire, di Camus – lo avvicinò comunque agli ambienti dell’anarchismo cecoslovacco. Quindi, insomma, qualcosa con l’anarchia, almeno secondo alcuni anarchici, il buon Franz c’entra. E da Milano è passato, il che ne giustifica la sua presenza in questo racconto.
Ma, quello che mi preme di più è l’altro motivo. Vieni, che adesso te lo mostro addirittura.

Riprendiamo il nostro cammino e scendiamo San Pietro all’Orto, passiamo Corso Matteotti e continuiamo verso Corso Vittorio Emanuele. Guarda. Là, al numero 3, dove adesso vedi che c’è quella trattoria, A Santa Lucia, un posto storico, famoso per il dopo teatro (ma che io ti consiglio di evitare come tutti i ristoranti qui intorno – salvo solo la trattoria da Pino, in via Cerva, lì devi andarci assolutamente) che sta lì dagli anni Sessanta del secolo scorso, ecco: lì, prima della Santa Lucia, e prima della legge Merlin, c’era un bordello. Quello in cui, quella sera del 1911, si infilarono Kafka e Brod. Si chiamava “Al vero Eden” ed era tra i più famosi di Milano.

Di fronte a quell’eden fittizio che deluse profondamente un esperto come Kafka, al numero 4 di via S. Pietro all’Orto, dove adesso c’è questa specie di galleria che ti fa sbucare in piazza San Carlo, c’era una trattoria con pensione. Si chiamava “Ramella” ed era uno di quei posti sinceri dove veramente con poco (mica i 15 euro una margherita della finta trattoria là davanti) potevi avere un pasto e, salendo al piano di sopra, una stanza dove dormire. Undici anni prima del transito kafkiano per Milano, ed esattamente dal 24 al 27 luglio 1900 qui, alloggia una giovane coppia di passaggio.

Umberto Notari, scrittore futurista, giornalista e fascista della prima ora, nonché fondatore, nel 1929 di “La Cucina italiana”, nel 1905 pubblica una raccolta di racconti un po’ scabrosi che avrà un gran successo. Quelle Signore, vende in poco tempo 580.000 copie. Nel racconto La vigilia, narra di un giovane anarchico che trascorre la notte del 28 luglio 1900 nel bordello “Al vero Eden”, dove pianifica – perso tra i vizi e le grazie di “quelle signore” – un efferatissimo crimine. Uccidere il re.
In realtà, Gaetano Bresci non mise mai piede in quel bordello. Aveva alloggiato giorni prima, con una compagna che si era spacciata per sua moglie, ma di cui non sappiamo nient’altro, alla pensione Ramella. Ma dal 27 luglio si era trasferito a Monza, dove aveva affittato una stanza, nella quale alloggiava da solo, dalla signora Angela Cambiaghi.
Bresci era pratese, emigrato negli Stati uniti, era tornato in Italia per uccidere Umberto I. Come vedi, e come ti dicevo, continuiamo a incontrare per le vie di Milano anarchici che arrivano da altrove. Eppure è a Milano che il loro essere anarchici assume un senso particolare. Nel caso di Bresci, addirittura, quella domenica sera del 29 luglio 1900, segnare, in modo indelebile, la fine del diciannovesimo secolo.

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