Come vive l’altra metà

Paolo Interdonato | Il fumetto di Babele |

«E là cominciai a pensare esser ben vero, come si dice, che la metà del mondo non sa come vive l’altra metà; poiché nessuno ancora aveva scritto nulla intorno a quel paese, che pur contiene più di venticinque reami abitati senza contare i deserti e un grosso braccio di mare.»

Partendo da questa frase di François Rabelais, Jacob Riis costruisce un attento fotoreportage attorno alle condizioni di chi vive nei tenement: un fulgido esempio di giornalismo investigativo delle origini, pubblicato nel gennaio del 1890, in forma di libro, con il titolo How the Other Half Lives: Studies among the Tenements of New York.

Riis è un danese arrivato a New York nel 1870. Sente sulla propria pelle i conflitti vissuti da una città in cui i vecchi immigrati, anglofoni e in larga parte protestanti, fronteggiano i nuovi, che non lo sono. La popolazione newyorchese è aumentata in pochi anni del 25% e gli abitanti sono ormai più di un milione. Per ospitare tutta questa gente, che parla, prega, cucina e vive con «accenti minacciosi», la città si deve attrezzare.

Il “Tenement House Act” del 1867 dà una chiara definizióne di quelle strutture:

«Abitazioni, edifici o parti di edifici, che sono affittati, ceduti o assegnati per essere occupati, come casa o residenza, da più di tre famiglie che vivono indipendentemente le une dalle altre e cucinano nei locali, oppure da più di due famiglie che abitano sullo stesso piano e lì vivono, cucinano e condividono gli androni, le scale, i cortili e i bagni.»

La definizione è assai precisa, eppure non riesce a dare indicazioni sulla disperazione e la povertà. Per quelle, dobbiamo avventurarci tra le parole di Riis:

«Se ho capito una cosa nella fase iniziale delle mie indagini è che la linea di confine con l’altra metà giace in mezzo ai tenement. Da oltre dieci anni quella linea separa la popolazione di New York nettamente. Oggi tre quarti delle persone vivono nei tenement e il flusso migratorio verso le città del diciannovesimo secolo sta inviando moltitudini sempre crescenti ad affollare sempre più quegli edifici. I quindicimila caseggiati che erano la disperazione della sanità delle generazioni passate sono esplosi diventando trentasettemila e più di un milione e duecento mila persone li chiamano “casa”.»

Riis, nel suo reportage, è spietato. Descrive condizioni di vita disumane e, siccome si rende conto della necessità di dare consistenza e quantità al dramma, conclude le sue analisi con una infilata di numeri gelidi. Un’appendice riporta le tabelle dei dati provenienti dal Dipartimento della Salute, dai censimenti governativi della popolazione, e da statistiche prodotte dalla polizia newyorchese tra il 1880 e il 1889. I numeri, riferiti all’esplosione demografica, all’aumento incontrollato dei tenement e delle persone che vi risiedono, alla povertà, all’affollamento delle prigioni e alle condizioni di salute in città, fanno emergere con chiarezza la gravità della situazione.

Lo sappiamo, la confusione delle lingue di Babele è stata probabilmente una benedizione. Da un lato, ha consentito il giusto grado di ambiguità e rimescolamento dei miti che sta alle origini delle narrazioni. Dall’altro, come fa osservare Andrea Moro nel già citato Le lingue impossibili:

«[l’effetto Babele] deve essere stato efficace nell’arginare la crescita urbana in epoche in cui la tecnologia non era in grado di corrispondere alle dimensioni di una megalopoli. Una lingua comune che avesse permesso a tutti di comprendersi a vicenda – una lingua senza regole, accenti o vocabolari diversi – avrebbe potuto generare un catastrofico assembramento di individui incapaci di controllare le risorse o qualsiasi altro aspetto essenziale della vita sociale.»

New York, alla fine del Diciannovesimo secolo, è già una megalopoli e lo smisurato afflusso di migranti rischia di trasformarsi in catastrofe. Per stabilire un controllo sulla vita sociale, è fondamentale una lingua comune. Per definire «regole, accenti o vocabolari» condivisi dalla «moltitudine variopinta e sfrenata», giunge in aiuto la stampa quotidiana.

Note

Per la citazione del Pantagruel di François Rabelais ho usato la traduzione di Gildo Passini presente nella versione digitale del progetto Manuzio (www.lberliber.it). Invece sono mie le traduzioni da Jacob Riis, How the Other Half Lives: Studies Among the Tenements of New York, (l’edizione originale è edita Charles Scribner’s Sons, New York, 1890, e da quella deriva la versione ipertestuale, reperibile sul sito della Yale University, che ho usato).

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