La grolla: fumo

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[A cosa serve una redazione molto unita e giocosa se poi si rinuncia a giocare? Non lo possiamo sapere, perché facendo QUASI giochiamo un sacco, tutto il tempo. Questa volta, ci siamo dati una regola semplice – raccontare il tema del mese in poche righe o disegni, proseguendo il discorso iniziato dagli altri. Siccome siamo più conviviali che surrealisti, il nostro cadavere squisito si chiama “La grolla”, come una tazza multibecco e una pratica di consumo comune che, in questo periodo, sono più illegali del crack.]

La parola usate nelle diverse lingue per dire il fumetto indicano intenzioni distinte. Gli americani ne enfatizzano le origini comiche e poi costruiscono distinzioni sui formati (“comic strip” e “comic book”). I francesi pongono l’accento sulla sequenzialità dei disegni (“bande dessinée”). Gli argentini e i giapponesi ne sottolineano, in modo diverso, la leggerezza (“historietas” e “manga”). I portoghesi scelgono di indicarne un elemento costitutivo, la vignetta (“quadrinhos”). Anche in Italia, ci si concentrano su uno degli strumenti più evidenti della forma narrativa: il balloon, la cui forma richiama, evidentemente, la nuvola di fumo. Proprio come i suoni congelati sul campo di battaglia nel quarto libro di Gargantua e Pantagruele (di cui ci ha ricordato qualche giorno fa il nostro tradrittore), quelle parole ferme sulla testa dei parlanti tornano in vita solo se riscaldate dalla lettura. Questa evidenza mi mette però di fronte a un paradosso. Ho amato e amo fumetti verbosi con balloon giganteschi che sovrastano la testa dei personaggi e quasi li cacciano fuori dal quadretto. Sono firmati anche da autori dai quali accetterei tutto: Pratt, Moebius, Crumb, Pazienza… Eppure oggi mi piace quando, nelle pagine dei fumetti che leggo, le nuvolette sono poche e piccole. Mi chiedo allora se devo imputare questo cambio di rotta alla presbiopia che si mangia, giorno dopo giorno, la mia capacità di mettere a fuoco, oppure al clima di salutismo diffuso che ha fatto scomparire le nuvole di fumo dal ristorante, dall’osteria, dall’ufficio. [PI]

Smettere di fumare è un must in questi anni nuovi, anni giovani nati vecchi. Io, per esempio, ho smesso di botto. E fumavo un pacchetto al giorno minimo, se stavo sveglia la sera ne iniziavo un altro. E adoravo fumare, mi piace ancora, continuo a sognare che fumo in bar e locali dove si respira quel misto di tabacco e aria consumata e anche le mie canzoni sono piene di gente che fuma. E quando mi trovo accanto a persone che fumano spesso mi piace e respiro a pieni polmoni per ritrovare il gusto, per ricercare quella sensazione. E quando dico fumare, non intendo il tabacco, quando dico fumare intendo le sigarette. Le sigarette, che bella invenzione. [AF]

O anche: «i poeti, che brutte creature». Tutti con la loro paglia penzolante all’angolo della bocca. Per noi non fumatori hanno sempre rappresentato un mistero insondabile, ricolmo di fascino. I poeti, i pirati e gli intellettuali: quell’alone di fumo che a ondate mette in luce o nasconde il volto, dà un effetto conturbante alla loro essenza. Come se nascondessero un segreto. Per noi non fumatori convinti, quel segreto è sempre stato un qualcosa di più che ci mancava. La cifra occulta di una massoneria del tabagismo. Anche perché, oltre alle categorie sopracitate, fumano anche i fumetti. E, come dice Paolo, fumano pure se non gli piace. Voglio dire, se l’archetipo fondatore della tua mitologia personale è Corto Maltese che si accende un cigarillo «recitando per un pubblico invisibile», come puoi misurarti poi con la tua totale avversione alle sigarette? [FP]

Hah!, avversione! Te la spiego io come si può superare una (eventuale) avversione al fumo. Che io MAI avrei pensato di fumare, non fosse che…
Allora, io di quel locale a Cremona ho già parlato in quella storia dove parlavo del Cardenal Mendoza e di rapine in banca e di velleità autoriali di 4 amici al bar (cercala, quella storia). Nello stesso locale, a 17 anni, la mia prima paglia. Mossa NON da voglia di provare o da chissà quale desiderio trasgressivo, ma dal voler far colpo su una ragazza.
Marlboro rossa da inspirare. Ma, soprattutto, da impugnare. “Soprattutto” perché sono parecchio imbranato a livello manuale, quindi mi basai su quanto avevo visto e appreso. Anche per togliere la cenere: fra le varie tecniche scelsi il “colpetto dato col pollice – stack – sotto al filtro”.
Dopo un paio di tentativi falliti, provai con maggiore decisione. “Lei”, per fortuna, non stava guardando.
“Stack”, appunto.
Il filtro decollò. Decollò proprio. Credo sia tuttora in orbita a rompere il cazzo a qualche missione spaziale (“Houston, OGGETTO NON IDENTIFICATO SUL RADAR… SEMBRA…. SEMBRA UN FILTRO DI SIGARETTA, MY GOD!!!”).
E fu così che la prima sigaretta fu una marlboro rossa senza filtro. “Sai, a me piacciono così”, dissi a lei. Alla tipa, dico. Non la convinsi.
Finì che giravo nel locale con un cappello da cowboy macchiato di brandy e caffè dicendo che scrivevo meglio di Kafka. La storia d’amore non decollò. Neanche quella di sesso, a dire il vero. Però imparai a fumare. E mi sono sempre affezionato ai personaggi che, nei fumetti, hanno una sigaretta che penzola dal labbro. A me cade sempre, cazzo… [FB]

Io invece ho sempre odiato i fumatori: sono nata negli anni Sessanta del 1900 e fumavano tutti, ma proprio tutti, incluse le mamme nelle camere da letto dei figli e anche nelle automobili mentre si viaggiava verso le vacanze a Jesolo o a Milano Marittima, con i finestrini rigorosamente chiusi per non diminuire la aerodinamicità del veicolo. Il punto di svolta è stato quando in età piuttosto avanzata ho scoperto le canne! L’erba, l’hashish, Insomma tutte quelle cose che mi fanno sentire più allegra, più leggera e soprattutto aprono un portone gigantesco alla mia parte più scatenata. Non solo quando fumo parlo, a volte tantissimo, ma altre godo del beneficio portentoso di stare zitta e ascoltare le altre persone, mentre dentro il mio cervello sì affollano i balloon dei pensieri (i fumetti, altra scoperta tardiva di una boomer sfigata). Penso penso penso penso tantissime cose e mi sembrano tutte grandiose e la mia testa comincia ad assomigliare alle vignette di cui si è parlato, con i balloon che quasi scaraventano il personaggio fuori dalla vignetta. Naturalmente non sono pensieri così grandiosi. Però sono talmente piacevoli nel loro fluire gorgogliante come un torrente di montagna, e altrettanto cristallini nella mia percezione. A volte devo scrivere delle cose, tanto sono presa bene. Poi rileggo e qualcosa, a volte, non è da buttare.
Una cosa con cui, purtroppo, fumare non va d’accordo è suonare in una band: ci si crea un tempo proprio che tende a mandare fuori asse tutti gli altri; per esempio ti sembra di suonare velocissimo e invece stai andando come una lumaca, ritardando di una frazione di secondo tutti gli ingressi e facendoti odiare (specie dai bassisti, ho notato). C’è un’altra situazione apparentemente ideale, cioè quella in cui hanno fumato tutti, ci si esalta insieme e poi si ascolta la registrazione guardandosi negli occhi. E in un balloon collettivo puoi leggere:  «Cosa cazzo stavamo pensando?» [AS]

La fa facile lui, a dire “fumo”. Quando arriva il momento della Grolla di QUASI mi sale l’ansia. Paolo lancia un elenco, ti vedi in una posizione, ma poi nella mail le posizioni cambiano, in un attimo potresti trovarti da un momento all’altro che è il tuo turno. Eccomi. Quando è il tuo turno sembra, e cavolo – tutti gli altri che vedete in questa pagina pare lo facciano! – che tu abbia pochi minuti per fare il tuo pezzo, Paolo ti avvisa e ti chiede se accetti o rinunci, quando hai accettato comincia un rintocco a distanza di poche ore l’uno dall’altro con le domande «Hai fatto? Passi? Passiamo a un altro?». Pensate addirittura che questa volta i messaggi di questo tipo ha cominciato a scrivermeli Boris, per cui Paolo è probabilmente già arrabbiato con me. Credo non siano passate 48 ore da quando mi son ritrovato con la grolla in mano. «Ma perché non lasci?», si potrebbe chiedere qualcuno. Perché io una cosa per la grolla dedicata al fumo l’avevo pensata, accidenti. Come spesso accade su queste pagine, avevo pensato il riciclo supremo, che sarebbe stata pure una piccola rivalsa, col sapore di quelle rivalse che possono scaturire effetti a doppio taglio. Insomma, cerco di spiegarvela in breve: siamo nel 2006. Un fumettiere interessante si ritrova a fare da direttore artistico per un numero di una rivista – non di fumetti – molto popolare (oggi incommensurabilmente più di allora). Il tema di quel numero sarebbe stato “Il mondo del vizio”, e ha chiesto a un po’ di fumettieri amici, tra cui il sottoscritto, di partecipare. Oltre a noi, partecipavano anche 4/5 studenti di un suo corso di fumetti. Insomma, erano storie di una tavola, io penso al mio vizio più ricorrente, piazzo un portacenere con delle cicche a metà, accese in primo piano nella parte bassa del foglio, e incomincio a costruirci sopra. Dalle cicche vengono fuori delle nuvole di fumo, e queste disegnano i contorni delle vignette. Nelle vignette vediamo sprazzi più o meno autobiografici di una relazione che finisce, testimone solo il vizio che accomuna i due, con questo posacenere in primo piano con due sigarette che si consumano. Ero (più) giovane, mi piaceva giocare con queste cose, mentre oggi penso che il lettore non vada distratto in alcun modo dal racconto, ma non c’entra. Mando la tavola al fumettiere capo e, sia per la storia che per l’impaginazione azzardata, sembra piacere molto. Spedisco alla rivista. Mi risponde il direttore anglofono con questa frase:
«La battuta, e/o il nocciolo, e/o la trama intera, legata al tema del mese, cioè MONDO DEL VIZIO (che può essere interpretato in qualsiasi modo, dalla droga, al gioco, alle donne, all’alcol, al mangiarsi le unghie, alle abitudini non salutari) era una facile battuta sul fatto che in Italia non si può fumare?»
Oibò. Cosa c’entra con quello che ho fatto io!? Scrivo al fumettiere capo, mi risponde che il direttore deve essersi sbagliato, deve avere confuso il mio nome con quello di uno dei suoi studenti, cerca di risolvere lui. Insomma, la cosa si risolve, a quanto ho capito, che quel numero non uscì mai. Mi disse pure di farmi pagare lo stesso il pattuito, ma figuratevi se mi ci mettevo. Ecco, questa grolla poteva essere quella rivalsa, quel «guardate mondo quant’era bella la tavola per **** che non mi hanno mai pubblicato» ma… non la trovo più. Poi magari vi faceva schifo. Forse quel file è in un hard disk che ho prestato a un amico per andare in Iraq, forse, ma insomma, sono in una grolla dedicata al fumo, ossessionato dai miei ritardi, e quello che volevo riciclare per occupare questo spazio è un file che vedo aleggiare là, nel paradiso dei file digitali appoggiati da qualche parte nel web. Letteralmente in fumo. [CC]

Evocare il concetto del fumo inevitabilmente riporta a quello delle sigarette e va bene così perché se il barbecue fa fumo no buono, se il fumo è quello di un incendio (e mi ci sono trovato) ancora meno buono. Prendi un pacchetto, e forse più di un pacchetto: di sigarette veramente buone ce n’era una, massimo due, non di più. Uso il passato perché per fortuna ho chiuso con quella robaccia. È stata veramente una cazzata fumare così tanto, anche se non così a lungo, alla fine, con le dita che si ingiallivano, l’insistenza ad accendersene un’altra come fosse qualcosa che potesse dare un senso al momento che andasse oltre la festosa peristalsi di un mix caffè-tabacco e la tanfa insistente sugli abiti, quella che fino al 2005 ti ritrovavi addosso comunque, anche a colpi di fumo passivo. Fumare poco l’ho visto fare a quasi nessuno, quando ci ho provato io l’equilibrio sulla corda è durato poco e sono tornato a sifonare via idrocarburi malcombusti e nicotina da quei cilindretti cancerogeni. Bill Hicks ebbe modo di dire che sembravano tutte buone («made by God, rolled by Jesus and moistened shut with Claudia Schiffers’ pussy») e la convinzione con cui le cerchi e le svampi è esattamente quella. Ricordo una sessione di registrazione durata tutto un giorno e tutta una notte – alla fine, quando riemergemmo, alle otto del mattino, coniammo, per descrivere l’aria che si respirava dentro la sala rispetto a quella che c’era fuori, l’espressione incendio in tabaccheria. Bill se n’è andato giovane, se l’è preso il cancro al pancreas, a me è andata meglio, anche se non ho mai detto niente di altrettanto brillante e intelligente. A lui in qualche modo sono servite, io potevo farne tranquillamente a meno. [LC]

La prima è stata una Marlboro rossa a 13 anni nel quartiere Caló. È successo dopo il trasferimento e fu un modo per non sentirmi a disagio. Ho smesso un anno fa. Ne fumavo troppe. Ho smesso, dicevo, un anno fa, per non sentirmi a disagio. Lo stesso motivo per cui ho cominciato. [LL]

Marlboro rosse ne ho fumate… ma non per molto tempo. Non ho mai avuto una marca preferita e cambiavo periodicamente. Credo di avere iniziato con le More, dei sigarini forse da donna ma che il mio amico Paolo, mio iniziatore quando andavamo al bar della stazione a buttare qualche moneta nei videogiochi, credo fumasse all’epoca. E, come già citato in precedenza, ami Corto Maltese alla follia e non vuoi iniziare a fumare qualcosa che gli si avvicini, per quanto lontanamente? La logica, per un quindicenne sfigato, non poteva non fare una grinza. Sicuramente non ho mai brillato per gran gusto, in questo ambito, perché ho provato per un po’ anche la versione al mentolo e, sempre al mentolo, per avere questa punta di “freschezza” sono passato anche per le Pall Mall. Poi le Marlboro perché erano un “must” in quegli anni, a cui seguirono però per lungo tempo, le Chesterfield, grazie a John Belushi e ai Blues Brothers. Forse ho fatto qualche esperimento di breve durata con le John Player Special (perché avevano il pacchetto nero figo e (ma non ne sono sicuro) con le Philip Morris. Non devo invece mai avere provato le Camel: quelle erano appannaggio di mia madre. Quando andavo in vacanza, continuavo la mia promiscuità nelle marche – così come il numero: passavo indifferentemente dalle 4-5 al pacchetto completo al giorno – a volte provando anche le sigarette locali. Credo che le più cattive siano state le spagnole Ducados fumate ogni giorno in una vacanza di due settimane: le prime mi avevano fatto veramente schifo, poi ci feci l’abitudine (un po’ come la Irn Bru qui in Scozia). Ho provato anche qualche sigaro, ma non mi hanno mai entusiasmato particolarmente. Il ricordo che collego a quei rari tentativi sono le cene fumettistiche a casa di Piero Ruggeri (alla fine, lo tirava sempre fuori per chi lo voleva provare) ma, soprattutto, quello che mi accadde una sera. Dopo aver guardato Intervista col vampiro, decido di farmi una giocata a Star Wars – Dark Forces fumandomi, invece della solita sigaretta, un sigaro. Il livello che dovevo affrontare implicava salire e scendere in continuazione da una scala a chiocciola. Sarà stato l’alcol che devo aver bevuto vedendo il film, sarà stato il sigaro, non particolarmente leggero, sarà stata la nausea derivante da quei continui giri su e giù per il livello di gioco, ma tutta questa combinazione ebbe effetto sul mio stomaco e improvvisamente dovetti mollare tutto e andare in bagno a vomitare anche l’anima. Fortunatamente, la mia esperienza in queste cose mi aiutò a non sporcare nulla. Dalle Chesterfield, oltre agli immancabili brevi periodi in cui smettevo (ma che non duravano mai molto: il gesto di fumare continuava ad avere una grossa fascinazione su di me), sono passato per lungo tempo alle MS, anche per cercare di contenere l’esborso economico. Di quel periodo, ricordo che preferivo le MS morbide perché mi sembravano più “belle” rispetto alla versione col pacchetto rigido… vai tu a capire che cosa pensava il mio cervello in quegli anni e che differenza grafica e di stile percepissi. Poi il “declino”… il passaggio al tabacco che mi accompagnò per una manciata di anni… fino a quando presi la decisione di smettere definitivamente. Non perché non mi piacesse più, stessi male o incominciasse ad avere effetti sul mio fisico. Semplicemente perché alla ragazza con cui vivevo dava particolarmente fastidio. Continuo a non fumare ma non è detto che in futuro, quando a un certo punto non me ne fregherà più di niente e ricadrò in un infantilismo adolescenziale senile, non possa riprendere. Dopotutto, è vero che il fumo fa male, ma vuoi mettere quanto siano fighi i movimenti e le pose che puoi tenere? [OM]

disegno di alpraz

«Ero un fumatore pacifico. Mi hanno fatto diventare un fumatore rabbioso. Quando prendo un taxi, mi assale la voglia di spegnere la sigaretta sul colletto del tassista, sperando che prenda fuoco, così per spegnerlo posso pisciarci sopra. E mi viene pure voglia di calarmi i pantaloni e cagargli sul sedile. Per vedere poi se si lamenta ancora dell’ottimo odore del biondo tabacco della Virginia. Tartassiamo i tassisti! Sono sicuro che ci vietano di fumare nei loro catorci solo per risparmiarsi la fatica di svuotargli i posaceneri. Sfaticati! Ve la farei venire io la voglia di lavorare! E poi, una volta, in tempi civili, gli unici posti in cui non si poteva fumare erano le chiese. Non me ne fregava un cazzo. Sono un miscredente, mica le frequentavo. Adesso invece, che hanno esteso questo divieto a tutti i luoghi pubblici, ecco, questa è una provocazione! Scoppierà una rivolta… scorrerà del sangue misto ai moralismi dei puritani proibizionisti…
La sigaretta è sempre stata un elemento di convivialità. Mica è un caso se veniva offerta ai condannati a morte. Era per lasciargli il ricordo di una delle cose migliori di questa vita effimera. Certo, c’era sempre il condannato scemo che la rifiutava perché se no gli veniva la tosse. Una cosa importante: i non fumatori sono molto più aggressivi dei fumatori, è risaputo, il tabacco ha effetto calmante. Pensaci: sotto i loro cazzo di elmetti, quando ti scassano la testa a manganellate, i celerini mica stanno fumando. So per certo che i peggiori sadici, assassini, torturatori, sono tutti non fumatori. Landru il fumo lo faceva uscire dalla stufa bruciando le mogli, mica sbuffava sigarette dal naso!» [BB che, per chiudere la grolla, ha tradotto per voi un brevissimo brano del monologo scritto da Georges Bernier nel 1992 , Je bois, je fume et je vous emmerde, e riproposto da Wombat nel 2016]

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