Ce ne sarà per tutti

La dottrina Mitterand

La mattina dell’11 gennaio 1996 piove a dirotto su tutta la Francia occidentale. Sul sagrato dell’Eglise Saint-Pierre di Jarnac, piccolo centro urbano della Charente, un uomo e un cane attendono, indifferenti alla pioggia, che la funzione che vi si sta svolgendo giunga al termine. L’uomo non è particolarmente alto, porta un cappotto nero di ottimo taglio, che non riesce a dissimulare una corporatura rotonda, tendente alla pinguedine, gli occhiali dalla montatura pesante gli danno un’aria da comico in disarmo. Sta fumando un havana. Tiene al guinzaglio il cane. Un labrador femmina di colore nero, che risponde al nome di Baltique.

Il cane è in rassegnata attesa. Se non fosse un insopportabile atto di retorica letteraria e di stolida umanizzazione dei comportamenti animali, si potrebbe dire che sembra consapevole del fatto che quell’attesa non avrà più fine. Certo è che su tutti e due, più impalpabile del fumo del sigaro, pesa un’assenza. Quella del padrone di Baltique. L’uomo che, nei precedenti quattordici anni ha governato, quasi come un monarca, la Francia. François Mitterand.

È il suo funerale. Se ne è andato tre giorni prima, le cronache diranno ucciso dal cancro alla prostata con cui lottava da anni. Ma la verità la sapremo solo sedici anni dopo, quando in un libro inchiesta, due giornalisti sveleranno che Mitterand era ricorso all’eutanasia, perché non voleva perdere lucidità a causa del dolore e dei farmaci.

Scusami… come sempre, sto divagando. Questo aneddoto, per quanto affascinante e rivelatore della natura di un grande uomo di potere, non è essenziale per la storia che ti sto raccontando. Torniamo alla mattina del funerale. Se vai a guardarti i telegiornali dell’epoca, li riconoscerai tutti, tra i banchi di quella chiesa, i padroni del mondo di allora, venuti a rendere omaggio a uno di loro.

Escluso da quel consesso è solo l’unico essere che dal 1986 ha sempre accompagnato il Presidente come un’ombra, Baltique (questo non è completamente vero: nel 1993 Baltique scappò dall’Eliseo, e vagabondò per mesi per Parigi prima di essere ritrovata, precipitando il suo padrone nella disperazione… ecco, sto divagando di nuovo, anche questa – pur essendo una bellissima storia* – non ha particolare attinenza con quella che ti sto raccontando). I cani (beati loro che non devono inventarsi scuse per non andare ai matrimoni) non sono ammessi in chiesa. A offrirsi di tenerla durante lo svolgimento del funerale è stato Michel Charasse, quel tipo che fuma e che sembra un comico, ma che è stato uno degli amici più intimi di Mitterand, suo fidato consigliere, ministro del bilancio, ateo dichiarato e fervente anticlericale che si vantava di non aver mai messo piede in una chiesa.

Nel 1996, chiusa la tournée dedicata a Brassens, per Renaud si apre un periodo assolutamente nero. Depressione, alcolismo, crisi professionale e sentimentale, solitudine. Un inferno che durerà sei anni e dal quale uscirà a fatica. A mio personale avviso, la sua vittoria sui propri demoni, gli costerà la banalizzazione della sua vena creativa, testimoniata da un album come Boucan d’Enfer, da lui considerato il momento della rinascita, per me la pietra tombale della sua creatività. Con un’eccezione. Una toccante canzone dedicata a Baltique.

Ora. Perché Renaud abbia sentito la necessità di dedicare una canzone al labrador di un ex-presidente morto sei anni prima, posso solo supporlo, in virtù di quel sentimento che accomuna tutti noi cinofili e della fascinazione che il vecchio socialista esercitava sugli artisti di sinistra. Invece, perché nel 1988 pubblicò la bellissima Putain de camion, nell’album omonimo, lo so per certo.

L’uomo sul sagrato, che a dispetto di ogni climax letterario, ti ho già rivelato essere Michel Charasse, se lo osservi da qui, dalla nostra lontananza, con quell’aspetto da clown elegante e i capelli ricci, per quanto ormai ingrigiti, avresti potuto scambiarlo per Coluche. E raccontano che con il tempo Charasse tendesse sempre di più a somigliargli, culturalmente e ideologicamente (avessero attinenza, ti racconterei un bel po’ di aneddoti, tipo quello di quando presiedette la commissione parlamentare che stava scrivendo la legge antitabagismo, con un cohiba acceso in bocca e avvolto in una nube tossica di fumo, sbuffando in faccia a tutti). Comunque il funerale di Mitterand era pieno di celebrità il funerale. Ma una cosa è certa. Anche avesse voluto parteciparvi, per Coluche sarebbe stato impossibile. Era morto dieci anni prima, nel giugno del 1986, a soli 41 anni, travolto con la sua motocicletta da un cazzo di camion di merda sulla Petit Route che da Cannes porta a Opio.

Sconvolto dalla morte improvvisa e violenta del suo carissimo amico Michel (il vero nome di Coluche era Michel Colucci), Renaud scrive di getto una canzone che, due anni dopo averla suonata in apertura di ogni concerto, diventerà la title track dell’album omonimo. Appunto: Putain de camion.

Aspetta però. Non vorrei che adesso tu, mia carissima lettrice e mio carissimo lettore, pensassi che ti sto raccontando tutto questo seguendo soltanto il sottile filo rosso delle canzoni di Renaud. Amo tutta la produzione del vecchio Séchan che va dal 1975 al 1991, e con rari sprazzi anche quella successiva, ma fino a qui ho usato le sue canzoni solo come pretesto per presentarti, più che il ventunesimo presidente dei francesi, il suo ministro del bilancio: quel Michel Charasse che, oltre a chiamarsi uguale, somiglia così tanto a Coluche.

Cosa c’entra con questa storia? Ci arrivo.

*Se me lo permetti (e se mastichi il francese) a proposito di questa storia vorrei consigliarti di leggere Aboitim I, divertente libello in 4 tomi (presa per il culo del Verbatim nel quale Jacques Attali racconta le sue memorie di consigliere mitterandiano) in cui un collettivo che si firma Baltique, racconta, dal punto di vista canino i nove anni di vita comune tra la “labrador presidentiel” e il suo umano. E poi di vederti il cortometraggio di Alberto Segre, che nel 2017 si è immaginato il periplo di Baltique per Parigi durante quella fuga dall’Eliseo.

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