Il bassista non se lo incula nessuno

Essere a tempo

L’hic et nunc parrebbe indiscutibile quando si parla di musica: a patto che ci sia qualcuno che la sta suonando davvero, avviene proprio ora, proprio qui. E accade come dialogo a più voci, organizzate con gerarchie variabili a seconda del genere che stiamo affrontando – non immaginiamoci però un mondo di libertà e arbitrio, quello tipico del pensiero e dell’azione dell’individuo. Individuo che, in generale, o non sa cosa fare o pensa di saperlo ma si sbaglia di grosso. Nella musica ci sono parti scritte, puoi essere anche il solista più protagonista ma la voce con cui ti misuri è quella dell’autore e del formicaio nero che ha sparso sui pentagrammi. E magari ti tocca pesare e soppesare temi di esecuzione filologica e di edizione critica della partitura e aspetti che al musicante da salotto, fortunatamente, non arrivano mai. Però il compito di andare a tempo, specie quando sei il bassista, quello ce l’hai, insieme a quello di suonare la parte com’è scritta, o come l’hai tirata giù a orecchio, e non come ti sfagiola stasera. Per quello c’è il jazz. Sono un ignorante e un noob quando si tratta di jazz, ma quello è l’aspetto che mi piace. L’improvvisazione. Anche a patto di accettare di non ricordarmi cosa ho fatto quando il pezzo finisce.

Un modo diverso di vedere il tempo, quello di starci dentro/sopra e non di usarlo

Mettiamo ora mano all’abusato «Se non ora, quando?» talmudico (voi conoscete qualche altra citazione del Talmud? Io no. Anche perché se poi cerchiamo di fare un ordine mentale sui testi sacri dell’ebraismo ci si perde veramente rapidamente. È una giungla, quindi vanno benissimo le frasi a spizzichi & bocconi). La risposta, musicalmente parlando, è nota ed è: «a tempo», che vuol dire «al momento giusto». In musica, c’è questo grosso vantaggio, di poter rispondere a quesiti esistenziali con risposte puntuali. C’è il giusto, c’è lo sbagliato, e il modo di riconoscerli. Per andare su un terreno più sfumato c’è il jazz, però non è il caso di scadere in cazzonerie eccessivamente decostruttiviste. Piuttosto, come ha detto Miles Davis:

If you hit a wrong note, it’s the next note you play that determines if it’s good or bad

Se stai suonando pop o rock, invece, non ci sono cazzi. Se sbagli si sente, la trama armonica è spesso molto poco ambigua e tutti gli elementi alieni stridono con grande facilità. Certo, il bassista, visto che tendenzialmente non si sente, ha talvolta alcuni margini di manovra nel modificare un po’ la propria parte ma non è un orizzonte gratificante. Anzi, sai che non la stai suonando come dovresti e quindi sei in difetto.

Quello che ci dice Miles Davis, invece, attiene a una fase più matura dell’esperienza musicale, su un ramo evolutivo diverso da quello della classica: l’errore è riconosciuto come un’evenienza possibile, probabile, praticamente certa, ma non è mai qualcosa di assoluto – è emendabile e forse anche integralmente superabile, ribaltabile, se sai interloquire con il te stesso che si è incamminato su un percorso potenzialmente sbagliato e con i tuoi compagni di band. È un equilibrio complesso, qualcosa di simile, se lo si può immaginare, a una acrobazia aerea improvvisata. Serve tutto, coordinazione, velocità, sangue freddo, sangue caldo, orecchio, convinzione. Qui e ora diventa anche troppo poco, devi andare anche più veloce di così.

Ma fermiamoci, perché un po’ è che non suono con qualcuno da un anno e mezzo, un po’ non è che ho questo livello di competenza musicale, e quindi non saprei dire se mi sia mai capitata una versione entry level di quella esperienza, la nota che potrebbe essere sbagliata ma che diventa giusta per come modifichi il tuo discorso.

Nella vita non musicale di tutti i giorni invece, quella dominata dal tempo del lavoro, l’ora e il qui sembrano essere materiale di valore indicato da tutti ma l’incentivo maggiore è quello a rinviare, soprattutto a deflettere e scaricarsi, dall’affanno odierno, per renderlo futuro e, preferibilmente, altrui. Ma tutti fanno finta di esserci – è un’evidenza, ancora prima che una conclusione – proprio perché non si ha voglia di fare tutto quello che le circostanze, i capi, i clienti, i colleghi, ci tirano addosso ma non ci si può smarcare, alla fine si fa passare il tempo cercando di fare la figura migliore possibile. Un po’ come darsi delle arie su una zattera della Medusa, o su un Titanic ormai paurosamente inclinato (come dicevo spesso un tempo: sistemare i centrini mentre la nave affonda). Ma non ci si può fare niente, in tutti – e dico proprio tutti – opera un analogo deviato di un motore orientato alla sopravvivenza che ci dice che dobbiamo dire una cazzata più meglio [sic] di quella degli altri in modo da segnare un punto, qui e ora, e per il resto si vedrà. Quel «resto» invece, quasi sempre, è il cuore pulsante, un cuore multiplo, come fosse quello di un cefalopode evoluto, di una questione che meriterebbe di essere affrontata, anche solo parzialmente, anche solo in via provvisoria, in modo esplicito, perché prevenire… Ai tempi prima della Storia, se nell’erba alta della savana un’increspatura strana faceva presagire la tigre dai denti a sciabola un segno ce lo scambiavamo. Oggi, visto che non rischia di morire nessuno, si gioca una partita diversa. Soprattutto si passa la gran parte del tempo a marcarsi a vicenda, o a farsi vedere presenti, come se fosse un valore tout court. La percezione di presenza come valore. Il post-industriale è nettamente pre-compimento, del tutto presenzialista. Tra l’intenzione e il risultato vive un teatro tutto a sé, legato a scambi e equilibri che sono più di tipo politico che di altra natura. E per politico intendo l’accezione machiavellica deteriore del termine.

Tra poco arriva la pausa estiva, quindi mi concederò una rodomontata intellettuale. Io vi direi che il lavoro è diventato la continuazione della politica con altri mezzi. Foucault ha ribaltato von Clausewitz, io prendo la versione ribaltata di Foucault, la redirigo un po’ e in virtù di tanta transitività ecco, ordine geometrico demonstrata, la genealogia che lega il conflitto tra gli umani al lavoro.

A complicare il tutto arriva il fatto che, dopo l’ultimo pezzo sulla rubrica parallela del bassista, mi sono veramente procurato una copia di Minima Moralia di Adorno. E vabbe’, potevo risparmiarmelo, adesso non c’è altro percorso che in avanti. Ho appena iniziato la lettura integrale quindi sono ancora scevro da troppi condizionamenti…

Nella musica, per fortuna, la tigre in agguato nell’erba alta, c’è eccome e se non stai attento ti sbrana.

In sala prove quindi, se si può, è bene andarci e accettare il contesto. Su altri fronti, invece, una qualche misura di rifiuto della presenza e della localizzazione potrebbero avere un valore affermativo non banale, per quanto socialmente deprecato. Solo ad alcune celebrità sono accordati parziali diritti di rifiuto e non è neppure detto che non gli si ritorcano contro…

Oggi andrà un po’ a predica, in cinque movimenti più epilogo.

1. Ingrediente di base: il valore della rinuncia

[Il mio computer ha sette anni. È la terza volta che lo riavvio in pochi minuti, questo paragrafo è andato quindi perduto in due stesure precedenti. Forse erano migliori, non me le ricordo neppure, sappiate però che è il caso a decidere quella che vi beccherete, con la corrispondente fisionomia di quel che resta del pezzo]

Non va di moda, non gode di buona reputazione, visto che sa di autoprivazione e i penitenti non piacciono a nessuno se non a gruppi e soggetti un po’ disturbati, però saper piazzare un «no» di fronte a lusinghe che ci vengono poste, da noi, da altri, ma alle quali non ci sentiamo di accondiscendere, ecco, quella è una esperienza che può valere la pena fare di tanto in tanto. La sola possibilità del dialogo interiore sta forse svanendo – non so cosa succeda nelle zucche degli altri ma ho come la sensazione che tutto sia divenuto consequenzialità perfetta e che un flusso ininterrotto di volontà e proiezione (anche in senso mediatico) di sé sia tutto ciò su cui contano gli individui di questa società del benessere – proprio per questo non c’è niente di meglio di una consapevole rinuncia per testimoniare un atto di libertà. L’esercizio della volontà, come ricorda il maestro disatteso Tsunetomo Yamamoto, è sempre una buona cosa, è importante non farsene mancare l’occasione ma non è neppure del tutto insignificante il tema dell’oggetto del volere. Oggi come oggi mi viene da rispettare più facilmente il no, lo guardo con meno sospetto e richiede comunque una certa dose di volontà.

2. L’aroma naturale della temperanza

Non ora, non qui mette in un tiro a due tempo e luogo, ci dice che non vanno bene né l’uno, né l’altro, ma soprattutto non vanno bene insieme. Affrontare quel «no» è come rinunciare al contratto telefonico con il Customer Care («dica sì») che sta tentando di infilarti nel sedere un prodotto/servizio che non ti serve o peggiore di quelli che già hai. Apre un mondo di possibilità ulteriori, dettate e vissute con un ritmo più tuo, più personale. È vero, si rischia di restare da soli, con luci spente e musica azzittita però modo per intrattenerci da noi medesimi ne abbiamo, no? Se non ne avete lasciate stare e incollate del nastro adesivo telato forte sul pulsante con l’etichetta «sì», sperando che qualche lusinga vi arrivi. Insomma, una qualche moderazione non fa di nessuno un coglione o un moralista, non è il caso di vergognarsene e nasconderla per tenere alta la propria bandiera di duri e puri di non so bene cosa. Non chiamiamo in causa neppure la tassonomia giudaico-cristiana delle virtù, se del caso conviene rifarsi al simbolismo dei Tarocchi e ad assonanze buddiste: se la temperanza è la capacità di moderarsi e di attenersi a un autodisciplina è anche, de facto, la capacità di riconciliarsi con sé stessi e di volersi un po’ bene prendendosi anche del tempo per ritirarsi a soppesare, a far scorrere i pensieri. La figura sull’arcano numero quattordici ha ali angeliche e mesce acqua da un’anfora all’altra. Insomma, sta per cazzi propri a non creare utilità per nessun altro tranne sé, in pace e in armonia. È la voce del diritto a dire no che l’individuo tende a dimenticare o pervertire.

3. Una stagionatura all’inferno: saper rinviare (è più difficile quando sei veramente interessato, impossibile se non vuoi essere un sacrilego)

La procrastinazione andrebbe depenalizzata. Però anche qui i margini di manovra sono delicati, perché c’è tanta gente che non ha voglia di fare nulla – proviamo a immaginarci se gli dicessimo che va bene se rinviano ancora un po’. Per tante ragioni però, non è sempre facile distinguere il procrastinatore dall’annegante nelle incombenze e una troppo ingombrante morale comune non ha mai smesso di dirci che conta l’azione tempestiva e la produzione dei risultati nei tempi proposti. Vi dico subito che in tanti., semplicemente, se ne sbattono, cogliendo a piene mani la possibilità di vivere una contemporaneità liquida, aggettivo ormai usato ad cazzum per dire che tutto è permesso, alla faccia tua. Ci aveva già pensato Dostoevskij con tutte le sue ulcerazioni fisiche, intellettuali e spirituali a rendersi conto che se Dio non esiste tutto è permesso.

Tenete presente però che il rinvio esplicito è visto di pessimo occhio, come un vero sacrilegio nella società dei miscredenti devoti. Devi sempre dare la colpa a qualcun altro, a qualcos’altro. Nella nostra società non devi perdere un colpo, non devi prenderti tempi sabbatici, ma non si capisce per fare cosa – siamo una delle economie meno produttive tra i paesi OCSE anche se sgobbiamo un sacco: rinviare un po’ qualcosa potrebbe non essere male, no? Anche solo per mettere in fila priorità, invece di far finta di potere fare questo e quello nello stesso tempo, nello stesso luogo. Alcuni però vivono drogati di questa convinzione, non c’è modo di fargli cambiare idea. Il tempo per sé lo prendevano solo i figli di papà ma ormai va di moda far finta di lavorare quindi non ci sono neppure più tutti i perdigiorno fricchettoni di una volta ma coorti di indaffarati che possono però permettersi di staccare quando vogliono.

4. Lo straniamento dell’assenza

Il qui presuppone una geografia del vivere fatta, d’ufficio, di appartenenza. Se tu sei qui sei uno di «noi», anche se questa prima persona plurale non si è capito chi dovrebbe includere. È un po’ come una piazzola di sosta per appuntare sensazioni di appartenenza, in uno scambio di tipo economico che vediamo spesso evidenziato in modo grottesco nella politica («uno di noi» è, in fin dei conti, sempre frutto della fascinazione tribale per Blut und Boden). Se vi dico di no due volte, non adesso, non in questo luogo, vi sto anche facendo scacazzare piccioni su una potenziale adunata di Norimberga e questo a molti proprio non piace, manco gli si fosse offesa la mamma o la patria. Anche senza rivolgerci alle radici violente della costruzione dell’identità, possiamo guardare alla pars construens e dire senz’altro che l’empatia è un bel fenomeno ma non è detto che per forza dobbiamo farci qualcosa. Ho trovato in Tzvetan Todorov il detto di Ugo da San Vittore:

L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero

però non sono incline a fidarmi così tanto di un teologo. Troppo roboanti le affermazioni. Diciamo però che ho una mia comprensione del come si possa giungere al sentimento dell’estraneità permanente e a una certa superiorità del sentire da sradicato. Se rinuncio al qui e all’adesso lascio, almeno apparentemente, aperti quei varchi in cui la fa da padrona l’evidenza della diversità. Basta accoglierla, quella percezione, senza cercare di aggiungervi niente. La questione materialmente geografica poi non si pone veramente, quei varchi potrebbero essere troppo numerosi e troppo ampi anche senza essersi mossi di un millimetro dal luogo natio. Ho, difatti, il sospetto che molti si muovano più nel tentativo di preservarsi un sancta sanctorum interiore (o esteriore, perché no?) che vederselo sfidato in patria.

5. Lo sfinimento del desiderare

Desiderare sfianca. Nelle età più giovani solo la capacità di andare in fuorigiri rende tollerabile questo esercizio continuo e prepotente del desiderio. Qualcuno ci diventa astronauta, scienziato, artista di grido, fenomeno mediatico – ma sono eccezioni, per la maggior parte, se non iniziano a giocare ai giovani vecchi già nella terza decade, finiscono per andare in giro di notte a consumarsi nel fuoco, più o meno metaforicamente. La mattina dopo ci si sveglia, ammesso di aver anche solo dormito, con l’hangover e si va a lavorare, o a discutere una tesi rimandata per troppo tempo. Un po’ di danni, nel tempo, si cumulano, tutto sta nel vedere come si rimetteranno insieme i frammenti.

Per cui, se poni attenzione, come quando continui a sbagliare un passaggio per la millesima volta, una certa consapevolezza di un «mai più» altamente probabile riesce a essere confortante prima che sconfiggente. In ultima analisi lo zelo nell’esercizio delle ambizioni dei soggetti è, forse, anche un titanismo ipocrita che cerca di trovare una misura impossibile in un contesto naturale che di misura umana proprio non ne ha.

I più diventano Fëdor Karamazov e non è un bello spettacolo.

Epilogo

A livello personale è tutto molto difficile. A livello collettivo, praticamente impossibile. Mossi da imperativi non verbalizzati e pieni di presunzione, formulati come epitome, minimo comune denominatore di troppe conversazioni confuse, come apocrifi lemming corriamo, in gruppi, verso baratri di insensatezza.

Lemming | Sander van der Wel | Flickr
Non è vero che si suicidano in massa. Qualcuno ha colto il pretesto per evocare una metafora umana. I lemming, dal canto loro, sanno nuotare…

Alcuni di noi ne sono consapevoli, di lì quel timbro perennemente angosciato e incazzato che potreste talvolta notare. Più della mortalità può l’insensatezza fabbricata dagli umani. Con la prima ci puoi fare anche pace, con la seconda no, è come girare con un coltellaccio piantato nelle budella e sentirti dire che tutto va bene. Ma non è un merito esserne consapevoli, sia chiaro. Non esserne consapevoli fa certamente stare meglio. Però (opinione mia, eh!) nell’affidarsi alla Storia, che sia con fare fatalista o convinto fervore post-hegeliano, mi sembra insita una operazione di paraculaggine innestata sopra alla constatazione più o meno chiara che gli individui sono come palline nell’urna della lotteria e nascono alcuni a molli e facili fortune e altri a faticose e imperiture rotture di palle e si lamentano i primi quanto e anche più dei secondi, perché il terrore del vuoto e la proclività all’inchino al potere rendono tutti pronti all’esigenza di delegare quanto più possibile, prima possibile. Quello che augurerei è che quando vanno da Cincinnato quello gli dica non ora, non qui ma è allineato pure lui, è consustanziale al sistema e ha il vantaggio, la riserva mentale, di poter tornare alla sua casetta e al suo campo quando avrà finito.

Nel frattempo sto ponderando se comprare o no uno Sterling Ray 5 blu satinato, uno di quei bassi economici di oggi che un tempo non c’erano e che suonano come i bassi più costosi di allora. Non sono bravo col quattro corde, potrò continuare a essere non bravo con il cinque. Certo, c’è anche la tentazione di ordinare il modello del tale liutaio tedesco che costa cinque volte tanto ma dura da uno dei primi pezzi di questa rubrica. Quindi è già stato non ora, non qui. Fletto i muscoli del diniego estendendo il dominio di questa lotta a oggetti ulteriori del catalogo.

Ma quel desiderio continua a mordicchiare. Non si sfugge alla brama di possesso e proprietà, alla roba o ai suoi troppi surrogati: esperienze, progetti, viaggi, persone, follower, luoghi, animali. Ci siamo solo noi e i buchi neri a tentare in modo così spasmodico di risucchiarci dentro la materia che ci circonda, ma solo loro, l’espressione finale del ciclo vitale delle stelle più grandi, sono correttamente disegnati per farcela.

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