Play du jour

Vuelta 2020 è stata bellissima ma io ricordo solo il cavallo imbizzarrito nella seconda tappa

Di solito, tranne Europei o Mondiali di calcio, vacanze o anniversari di matrimonio, luglio è il mese giallo, il mese della maglia gialla del Tour de France, la Grand Boucle del ciclismo su strada.
Nell’anno del coronacene, l’anno nel quale la vita che conoscevamo prima viene spazzata via nel lampo di uno starnuto, ci si ferma, si è costretti a fermarsi.
Io, per la paura, inizio a disegnare con un’intensità priva di qualunque programma, disegno qualunque cosa nella mia costante ricerca, non smetto mai.
La Vuelta di Spagna è il terzo dei grandi giri dopo Giro d’Italia e Tour de France, il leader della classifica generale veste di rosso al contrario del rosa del Giro e del giallo del Tour.
Nel calendario sballato di gare soppresse o rimandate, la Vuelta di Spagna che si corre in agosto è stata riprogrammata tra ottobre e novembre.
Nelle giornate ancora tiepide verso la nebbia novembrina dei primi giorni di calorifero acceso, è un progetto che mi ronza in testa da un po’.
Maggio mi è scivolato via, si tornava alla vita e si aveva l’illusione di poter tornare a respirare.
Luglio uguale.
Ottobre no, a ottobre posso concentrarmi ogni giorno, sfidando me stessa, a seguire la Vuelta ogni giorno e ogni giorno fare una delle mie figurine.
Di tutti i ritratti e di tutte le tappe ne ho scelte tre.
Non so se le più sentite, di certo le più appassionate.

Figurina 161 S2, Thibaut Pinot.
Tappa 4, venerdì 23 ottobre 2020: Garray. Numancia – Ejea de los Caballeros.

Il 20 luglio 2019 nella tappa 14 del Tour de France Tarbes – Col du Tourmalet, la Francia impazzisce: sull’ultima salita, all’ultimo km dal traguardo, rapporto lunghissimo e volti deformarti dal fiato mozzato, i due enfant prodige della velò transalpina Thibaut Pinot e Julian Alaphilippe si sfidano a chi resiste di più.
Alaphilippe è in maglia gialla, deve solo conservarla, e lo farà fino alla penultima tappa quando una slavina di fango non interrompe la gara e, per la legge del minutaggio all’interruzione, passa sulle spalle del giovanissimo colombiano Egan Bernal, che quel Tour lo vincerà.
Eppure, se c’è un momento che i francesi aspettavano da almeno tre decenni era proprio quello: due francesi che si giocavano la vittoria su una delle cime storiche del ciclismo, il Col du Tourmalet.
È stato l’ultimo acuto di Thibaut Pinot fino a oggi, un oggi che si aggira in una fredda giornata di ottobre 2020. Proprio quel Tour era il sunto di tutta la sua preparazione, tutte le sue energie erano per la vittoria in giallo, tutto di lui era votato a salire a Parigi sul gradino più alto del podio. Un bellissimo e commovente documentario di France 2 dal titolo Avec Thibaut segue lui e la sua squadra la FDJ – Groupama durante quel Tour (presumibilmente con le stesse intenzioni di Sunderland till i die). Quando, a causa di una caduta, abbandona la gara su cui aveva concentrato tutto, la scena in camera con il direttore sportivo ed ex ciclista Marc Madiot è forse quella più toccante: un semplice ragazzo che ha un sogno correndo in bicicletta il cui mondo è finito con quella caduta mentre Madiot paternamente cerca di fargli tornare l’autostima, gli dice che non è vero che non vale nulla, lo conforta, lo abbraccia, lo sente piangere disperatamente, di quei pianti che solo chi ha sofferto davvero conosce.
Pinot ha sempre vinto ogni anno qualcosa da quando corre in bicicletta, qualche tappa, qualche buon piazzamento, qualche classifica generale, ma è il 2018 l’anno nel quale esplode il suo talento. Si piazza e vince la Milano-Torino e il Lombardia più altre in Francia. È squisitamente francese in tutto, Pinot, e durante la quarantena il profilo instagram della sua capretta Kim Goat (gestisce una fattoria con la fidanzata e le sue montagne sono proprio quelle del Col du Tourmalet) ha deliziato molti suoi fan. Non me. Non mi ha conquistata con la capretta ma con la prima storia che vidi pubblicata da Pinot: lo STOK delle bocce d’alluminio nella petanque.
Mi conquistò all’istante.
A Nizza, nella prima giornata del Tour 2020, una fotografia pubblicata sul numero 12 della rivista “Al vento” illustra i corridori sulla Promenade de las ingles e, verso l’aeroporto, un cielo nero minacciosissimo.
Pioverà, pioverà così tanto che diversi ciclisti si ritireranno. Pinot cadrà anche lui su una curva.
Non riprenderà più la forma.
Anche ne La Vuelta 2020 alla quale prova a partecipare il dolore alla schiena rimediato in quella caduta lo costringerà a ritirarsi già al secondo giorno, non partendo per la terza tappa.
Non so se Thibaut Pinot avrebbe avuto voce in capitolo in questa Vuelta, in questa tappa 4 per velocisti, vinta dall’irlandese Sam Bennett scortato dalla Deceunick-Quick Step che si dimostra sempre una squadra davvero potente, una tappa in linea e molto ventosa nella cui fuga c’era anche Willem Smit della Burgos BH, e che vede in ancora in rosso e in verde Primoz Roglic, a pois azzurri Richard Carapaz e in bianco Enric Mas.
Non so se questa Vuelta lo avrebbe visto protagonista, certo è che vederlo correre è sempre una gioia.

Figurina #162 S2, Guillame Martin.
Tappa 5, sabato 24 ottobre 2020: Huesca – Sabiñánigo.

Ha gli occhi dolci Guillame Martin.
Disegnare permette di osservare meglio volti e posture, permette di appropriarsi delle leggere rughe di espressione, rendendole proprie, quasi fosse un personaggio inventato di nuovo a cui affezionarsi.
Guillame Martin non ha vinto la tappa 5, tappa collinare il cui ultimo km aveva pendenze che oscillavano tra il 12 e il 9 per cento, è arrivato secondo spingendo fino a quando non ne aveva più. Tim Wellens, belga della Lotto Soudal ne aveva ancora, quel poco che bastava ad arrivare prima.
La bicicletta interamente nera con solo la scritta De Rosa sul tubolare a dare un po’ di colore, il dorsale 151 e la pedalata decisa.
Intorno ai -70 è rimasto da solo nel mezzo tra il gruppo dietro e i due fuggitivi Tim Wellens e Thymen Arensman della Sunweb. Tra varie fughe, quella buona vedeva 14 corridori via via persi e riassorbiti dal gruppo. I tre sono rimasti per quasi 80 km.
La tappa ha le sue asperità, è collinare e le maglie (Roglic la rossa, Enric Mas la bianca, Daniel Martin la verde) devono solo controllare, tutte tranne quella a pois azzurri degli scalatori sulle spalle di Carapaz.
A maggior ragione Ineos Grenadier e Jumbo Visma fanno il ritmo del gruppo.
Ma è il personaggio Martin che incuriosisce: laureato in filosofia, considera la bicicletta «un attrezzo filosofico, una protesi per la mente».
Si innamora degli scritti di Nietzsche che non abbandonerà mai. La fidanzata bibliotecaria a ogni gara di lunga e media durata gli prepara una borsa piena di libri.
Ci ha provato oggi, ci ha provato a conquistarsi la tappa, una delle sue, per lo scalatore che è.

Figurina #164 S2, il pony.
Dia de descanso, lunedì 26 ottobre 2020.

Ai -30 dal traguardo della tappa 2 de La Vuelta di España, una mandria di cavalli esce improvvisamente da un bosco e attraversa la strada. La mandria è al galoppo, libera, e si ritrova invece un gruppo di ciclisti che riesce a fare una gimcana tra i primi pony e i secondi. Nella corsa sfrenata è evidente il loro spavento: la gara stava percorrendo una riserva naturale e, per quanto la strada fosse asfaltata, era palese il traffico nullo se non quello delle guardie forestali. Uno di loro viene inquadrato, schivato e superato dalla telecamera sulla moto, ha la bocca aperta e gli occhi spalancati di paura.
La figurina de La Vuelta del giorno di riposo è dedicata a quel pony, probabilmente al momento brucante in un pascolo.

Figurina #166 S2, Tgabry Grmay
Tappa 8, mercoledì 28 ottobre 2020: Logroño – Alto de Moncalvillo.

Nella Pasqua etiope che cade indicativamente intorno alla nostra Liberazione, tra galline squartate per strada nei mercati e parti di bue, si cammina su sottili fili d’erba. È una loro pianta, la usano per decorare i pavimenti delle case spesso di sterco o lamiera e i luoghi adibiti ai festeggiamenti.
Nell’aprile del 2019 nel mio viaggio in Etiopia esco da Addis Abeba per raggiungere le comunità che la ONG, alla quale mi appoggio, gestisce a nord e a est della capitale.
Nelle ore che servono per uscire dalla città, che, come ogni città di quei paesi definiti terzo mondo, è congestionata dal traffico, dal caos di greggi di capre che pascolano nelle rotonde, dai carretti trainati dai cavalli che raggiungono la periferia, dalle persone che attraversano la strada rischiando a ogni passo di essere investite senza nessuna educazione a riguardo, io osservo.
Mi guardo intorno dal finestrino: Addis Abeba è una città pericolosa, dietro alberghi apparentemente lussuosi come può essere il lusso per la loro cultura (noi europei siamo abituati, diamo per scontato che vada l’acqua calda o che lo scarico del wc funzioni senza allagare il bagno) esistono vicoli che conducono baraccopoli all’ombra delle luci dello sfarzo.
Il nostro hotel ha la guardia e il metal detector (tornando da Ilfeta capitai in un albergo che chiuse il cancello e un soldato col fucile controllava la nostra incolumità, mia e dei mie colleghi) e controlla sempre chi entra.
In quelle ore di traffico, dicevo, guardo dal finestrino. Non è cattiveria o snobismo, siamo italiani, una parte dentro di noi riconosce similitudini in Etiopia, ma riconosce codici non voluti ma che sono dentro di noi, che è nello stesso linguaggio usato con le guide: è in Etiopia che ho iniziato a dire occupazione invece che colonizzazione. Considerarla ancora terra colonizzata mi pone da donna bianca, italiana ed europea, che ha studiato e che dal passato non ha imparato niente, non dalle sofferenze dei partigiani e della popolazione liberata, proprio come loro, gli etiopi. Pensare di essere indesiderati in un Paese che si va a visitare perché la mia storia, anche semplicemente nei geni di mio nonno che la Guerra del Nordafrica la fece, spedito laggiù in Algeria (mi pare, o forse Marocco), mi dà da pensare. La storia ricade sui figli e sui nipoti, per essere migliori bisogna chiedersi anche se sono corrette le parole che usiamo.
A ogni modo, io respiravo quell’aria africana che riconoscevo: l’Etiopia dà questo effetto, ci si trova un po’ “casa” anche solo nelle abitudini (le peggiori ça va sans dire) e l’architettura. Poi in una rotonda due ciclisti, pettorina aperta e la scritta bianca sul tenue azzurro della divisa “Ethiopia”. Le biciclette sono biciclette vere, élite, e anche i fisici sono asciutti e tesi.
Scorrono veloci, li perdo dalla visuale.
Ad almeno 6, 7 ore a nord della capitale, c’è Macallè. Anche Macallè fu teatro di assalti e battaglie nella Guerra di Abissinia, e questo genere di resistenza si forgia in un qualche modo nelle generazioni successive.
Tsgaby Grmay nasce qui da una famiglia di sportivi, padre e fratello gareggiano ma è lui quello con le migliori qualità.
Se c’è una cosa che non si dice quasi mai di alcune zone dell’Africa è che promuovono molto l’uso della bicicletta, per cui molti Stati, come il Sud Africa, investe molto. È laggiù che inizia professionalmente Grmay per poi arrivare in Europa.
Oggi corre per il team australiano Michelton – Scott, è uno scalatore ed è uno dei migliori interpreti del ciclismo etiope.
La maglia della Lampre rosa e blu fasciata dalla bandiera etiope simbolo del suo essere Campione Nazionale dell’Etiopia è esibita con orgoglio dall’allora giovane Grmay.
Scorro le foto del Cammino di Santiago del 2015.
L’entrata a Logroño è sotto un ponte, uno sterrato che passa sotto uno dei piloni di non so se la NA o una statale ma che scorre a fianco di capanni e roulotte.
La città, per un pellegrino che arriva dopo aver incamerato quelle pietre color sabbia e quelle cattedrali, una dietro l’altra, appare una delle tante di un percorso spirituale ed emotivo che si sta facendo. Non è diversa da Burgos o da Leon a livello strutturale ma diversa lo è, quantomeno nelle campagne intorno: splendide. Attraversare gli sterrati, gli stessi che vengono percorsi dall’Eroica spagnola, ai lati di due ali di viti basse, è uno spettacolo. È uno spettacolo vedere quelle uve servite ahimè fredde (hanno quest’idea del vino rosso da frigo a quelle latitudini) nei miei calici con i compagni di viaggio di quelle zone, due fratelli catalani, diversissimi tra loro uno dei quali camminava con la maglia del Barcelona e odiava con tutto se stesso quell’Espanyol con un ribrezzo così profondo da fare fatica a nominarli.
Sono loro che mi raccontano di una protesta per la quale le mie foto della Concattedrale di Santa Maria de la Redonda avranno macchie nere su un lato dell’entrata principale.
La via del vino ha serpentine di frasi incastonate nella pavimentazione, la Calle del Laurel mi ubriaca della sua movida di locali con botti, grappoli e decorazioni vinicole che ebbrano.
I vini de La Rjoca mi conquistano.
Sorprendentemente scopro anche “La piadina” con un’improbabile insegna con una giovinetta che ha molto poco delle forme e della fisionomia delle adzore romagnole e che, soprattutto, non ha un mattarello.
In Etiopia, nell’hotel dove dormivamo una sera ho cenato al ristorante dell’albergo. Di birre ne avevo scoperte diverse, la Habesha, che non è solo un’etnia ma è anche una birra molto buona, sponsor della squadra di calcio dell’Ethiopian Coffee Football Club, e la Walia decisamente più artigianale e più buona.
Quella sera chiesi la carta dei vini.
L’Etiopia è un paese grande e c’è differenza tra l’essere o meno sul loro altopiano: mentre sceglievo mi domandavo quando avrebbero capito (o quando qualcuno glielo avrebbe insegnato) come fare il vino. Lì la terra è buona e non è vero che non c’è acqua, e credo che il vino sarebbe davvero molto gustoso. Scelsi un rosso, uve miste di syrah, di cabernet e merlot.
Scorro ancora le foto.
Uscendo da Logroño c’è il sottopassaggio della Ruta Mural Jacobea, i cui murales che ornano le pareti sono bellissimi.
Navarrete è la prima cittadina che si incontra, un di quelle con i servizi principali, dalle poste alla farmacia.
Una coppia di pellegrini viandanti, in bronzo ossidato, osserva l’orizzonte da un angolo della balconata sotto la cattedrale.
Najera non ha molto da ricordare ma appena fuori dal centro abitato ci si arrampica in un paesaggio di massi e terra rossissima che si apre poi sui campi sterminati di viti basse.
La tappa 8 de La Vuelta nei primi chilometri passa proprio da queste zone che io ho percorso a piedi.
Da quanto aspettavo questa tappa per rivedere quei luoghi…, una tappa sfibrante, di montagna, di quelle che ci si pianta con le gambe.
Come succede a Carapaz, dopo un sussulto di orgoglio di Roglic che va a vincere e si avvicina alla “roja” ancora sulle spalle dell’ecuadoriano.
Tsgaby Grmay arriva alla quarantacinquesima posizione, dopo Davide Formolo.
Tiene botta, dopo che qualche giorno fa aveva tentato di rientrare in una delle fughe risolutive.
In Etiopia Grmay è una specie di eroe nazionale. E quando racconta della sua terra, quando ci torna illustrandone le capacità di strade e pendenze, in bicicletta, organizzando attrattive per chi ama pedalare, conoscere quell’asfalto e quei panorami mi piace, mi piace tanto.

Figurina #174 S2, Davide Formolo.
Tappa 15, giovedì 5 novembre 2020: Mos – Puebla de Sanabria.

Jasper Philipsen sta ancora urlando di gioia attorniato dai massaggiatori e dallo staff della UAE. Ha appena vinto in volata su Ackermann ed è la sua prima vittoria in carriera.
Alla spicciolata arrivano i suoi compagni ad abbracciarlo e a festeggiarlo.
Manca ancora qualcuno però.
Quando viene inquadrato Davide Formolo, la pedalata appena più rilassata dopo il traguardo, ha un volto serafico: di chi al traguardo ci è arrivato anche oggi, di chi ha appena ascoltato attraverso la radiolina la vittoria di un compagno, di chi sa che c’è, almeno mentalmente, perché fisicamente dipende dai giorni, in una stagione poi così travagliata da cadute e pandemia figurarsi.
Nel giorno di Mattia Cattaneo che ci prova e scatta ai -30, vento freddo in faccia e pioggia galiziana – quella che soffia dall’oceano, quella che sferza e ti impone sempre di andare oltre i tuoi limiti –, facendo sognare noi italiani che guardiamo la Vuelta e gli stessi commentatori di Eurosport, Formolo è nel gruppo, c’è ancora.
Nella tappa 12 ai -57 Formolo rincorre i fuggitivi e rientra nel gruppo dei battistrada. È una bella azione a cui segue il commento di Fabio Panchetti e Wladimir Belli: Formolo forse sta trovando la sua dimensione nelle gare da un giorno, nelle classiche, oltre a somigliare nella pedalata a Michele Scarponi, il cui ricordo per chi ama il ciclismo – anche questo moderno, di tattica e radioline, di giorni dalle gambe buone e giorni maledetti – è indelebile.
Il volto di Davide poi, quando ha vinto il titolo di campione italiano nel 2019, la lotta con la Bora (sua squadra all’epoca) che voleva relegare il tricolore a una fascia mentre Davide pretendeva giustamente la maglia tricolore intera. Anche quella, per dire, era una prova da un giorno.
In questo ciclismo qui, dei campioni e dei capitani, dei gregari che si sacrificano spesso per le gerarchie della squadra, Formolo fa il suo, forse ha davvero trovato il suo “stare” in questo mondo a pedali.
Certo è, che almeno per me, vedere lui e altri italiani dei quali si dice anche ingiustamente “dopo Nibali il nulla” – il che non è vero, magari si è sbagliato nella progettazione, gli investimenti sono stati quello che sono stati, ma la generazione è buonissima, anche con pochi mezzi ci sono corridori da batticuore –, ebbene vederlo con le braccia alzate al traguardo è da batticuore, fa sempre gioia.

La Vuelta 2020 viene vinta da Primoz Roglic, sloveno di ghiaccio che spesso, all’ultimo, perde.
Della sua premiazione, oltre il pony della seconda tappa, rimane il peluche che viene dato a ogni vincitore di maglia. Per la prima volta anch’esso con la mascherina.

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