«Perché posso»: Intervista a Michela Rossi Sonno su Prima di tutto tocca nascere (ma anche su tutto il resto)

Boris Battaglia | Affatto |

Verso la fine di maggio è uscito in libreria, per i tipi di Feltrinelli Comics, Prima di tutto tocca nascere, prima opera di largo respiro di un’autrice che ha scelto uno pseudonimo bellissimo, e antiprogrammatico: Sonno.
Sono assolutamente convinto – per il segno e per i temi che la strutturano – che, nell’ambito del fumetto italiano, resterà come una delle opere, se non come l’opera più significativa uscita quest’anno.
Per questo ho sentito l’urgenza di fare una chiacchierata con l’autrice, come fossimo stati seduti al bar, davanti al suo libro. A causa dei kilometri che separano Roma da Milano, se aspettavamo di incontrarci in un bar, magari passavano mesi; allora abbiamo fatto prima a usare i potenti mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione. È venuta bella e molto interessante comunque.

Boris: Cominciamo da quello che, per me lettore, è l’inizio. Quando Massimo Galletti mi dice che sei un’autrice da seguire con interesse. Allora comincio a guardare le tue cose, le vignette e le storie brevissime, non ricordo se su Instagram o Facebook, e resto folgorato dal tuo segno, nel quale ritrovo tre autori per me fondamentali: Steinberg, Wolinski e Copi. Ovviamente declinati in una formula completamente originale e personale. Dato che temo sempre di prendere abbagli, o di avere allucinazioni, raccontami un po’ il percorso che ti ha portato a strutturare il tuo segno.

Sonno:L’unica persona che mi ha ispirata moltissimo è Claire Bretécher. L’ho copiata, per imparare, così tanto che a un certo punto ho desiderato essere come lei. Come durante l’adolescenza che vuoi assomigliare alla tua rockstar preferita.
Per il resto, le storie e i disegni, ho fatto tutto da me. Non ti nego che in passato ho provato parecchi sensi di colpa per questa cosa, avrei tanto voluto dire (come fanno in molti) «prendo ispirazione da Tizio o Caio» e sparare grandi nomi. Invece no, nessun artista o fumettista geniale nel mio bagaglio personale. Per alcuni questa è una cosa bella, io non ti so dire.
Ma la creatività va stimolata, ovviamente, e per stimolarla ho imparato a memoria tutte le canzoni di Jannacci. Poi tutti i lavori di Giorgio Gaber, di Franca Valeri e di Monica Vitti. Stimolo la testa, poi la mano va da sola.

Boris: Onta su di me, che razza di critico sono? che mi sono lasciato sfuggire Claire. Eppure a riguardare le tue vignette, ma anche la storia su Sporchi e subito e soprattutto Prima di tutto tocca nascere (in cui la citi esplicitamente), adesso il riferimento lo vedo chiarissimo. Non solo nel segno. Ma forse ancor di più dalla recitazione, da come i tuoi personaggi occupano lo spazio. Mi hai incuriosito. Bretécher non è un’autrice molto conosciuta e frequentata dalle giovani generazioni fumettare italiane. Raccontami il tuo incontro con la sua opera.

Sonno: Ovviamente mi piace moltissimo anche Steinberg, ma sento di aver proprio subito l’influenza dell’umorismo e del tratto della Bretécher.
Qualche anno fa mio zio mi fa «Michi, ho dei fumetti di quando ero ragazzo che potrebbero piacerti. Conosci Claire Bretécher? Secondo me ti piace.»
Mi prestò diversi libri, praticamente tutti I frustrati e io ce li ho ancora. Ha provato a chiedermeli indietro, ma io non ho intenzione di ridarglieli, povero zio, ahah.
Sai che l’asteroide 236463 è stato chiamato Bretécher in suo onore? È una cosa fantastica.

Boris: Sì. Jean-Claud Merlin, l’astronomo che l’ha scoperto è un pazzo fanatico di fumetti e musica metal. A tutti gli asteroidi che ha scoperto ha dato nomi di personaggi o fumettisti e gruppi metal, c’è addirittura un asteroide Marsupilami.
Però Claire è un pianeta, una stella di vivo splendore… ma torniamo ai fumetti (a proposito, tienteli stretti quei volumi!). Bretéchr, pur muovendo il suo sguardo sulla complessità sociale, mette al centro del suo discorso, sempre la figura femminile: Teresa d’Avila, Cellulite, Agrippina, i personaggi più riusciti dei
Frustrati e di Le madri. Invece nelle tue storie, sia in Monica che in Tocca nascere al centro c’è (voce narrante in una, soggetto narrato nell’altra) una figura maschile. Perché?

Sonno: Solo un paio di persone mi hanno fatto questa domanda, cioè: «perché il protagonista è maschio?» (Quando invece tu sei una femmina?)
Solo due persone, tu sei la terza, ma nonostante il numero così basso questa curiosità nello specifico mi ha fatta pensare e ragionare moltissimo. Temo che la risposta sarà lunghissima.
Ho ragionato sul mio inconscio, ovviamente mi sono messa più volte in discussione. Ho pensato alle mie esperienze personali e al concetto di comfort zone quando si racconta una storia. Ho pensato molto, cercato una risposta esaustiva a una domanda così semplice ma allo stesso tempo estremamente complessa.
Continuando a pensare e a ragionare sulla cosa, però, trovavo solo frasi che non sembravano risposte ma giustificazioni.
Soprattutto in questo periodo storico e tenendo conto dei fumetti che mi appassionano di più, scegliere come protagonista di una storia un maschio appare come un controsenso e fuori contesto. Quindi la mia prima reazione è stata quella di giustificarmi, spiegare o fare esempi di storie o vignette che ho fatto con protagoniste femmine (effettivamente ne ho fatte molte ma non sono immagini “famose”).
Quindi mi sono resa conto che stavo mettendo le mani avanti, mi stavo giustificando. Poi ho pensato, perché sento la necessità di giustificarmi invece di rispondere alla domanda?
A quel punto mi sono tornati alla memoria i miei 16 anni. Verso i 16 anni ho iniziato a scrivere storie, storie strane ovviamente. Ne ho scritta una che parla di un brufolo che si innamora (se hai tempo e voglia te la farò leggere)…

Boris: Certo che mi interessa leggerla… anzi, potremmo farla leggere anche ai non lettori di QUASI… prossimamente.

Sonno: …devi sapere che io sono sempre stata una persona molto onesta e tranquilla, ma in adolescenza avevo una cosa che con il tempo ho un po’ perso. A 16 non mi importava nulla del giudizio degli altri, non in maniera superba o coatta. Ero innocente, semplice e non mi importava delle opinioni negative o meno degli altri, seguivo serenamente il mio istinto.
Ecco, secondo me la risposta giusta alla domanda che mi hai fatto è quella che ti darebbe la me di 16 anni, una ragazza semplice, buona e piena di fantasia ti risponderebbe «perché posso».
Ma non è un «perché posso» superbo o antipatico. È un grido di libertà.
Non solo, è un grido di libertà detto da una persona che ci proverà sempre e in tutti i modi a rispettare gli altri e a non fare del male. Perché fare del male non ha senso.
«Perché posso» è l’innocenza di una persona a cui non sono arrivati, o forse non arriveranno mai, tutti i paletti mentali che limitano il nostro modo di essere e la nostra libertà.
Ecco, è stata una risposta lunghissima, se non è chiaro dimmelo… è un discorso complesso e non so se mi sono spiegata bene.

Boris: «Perché posso» è la risposta più bella che potevi dare. Ed è la risposta che, evidentemente, ti ha portato a realizzare questo libro. Una storia di formazione complessa che conduce senza sentimentalismi, attraverso i traumi emotivi che tutti dobbiamo affrontare, da quello violento della nascita, a quello dell’amore e del lutto, da un’iniziale situazione di impotenza alla consapevolezza di ciò che si deve fare. Nel percorso esistenziale di Mattia è come se io leggessi la consapevolezza del tuo «perché posso». Non è un percorso facile quello per arrivare a sapere di potere, ma dobbiamo farlo tutti. E tu lo hai universalizzato raccontandoci quello di Mattia. Che a me ha fatto venire in mente quello di Camillo Pianese, meravigliosamente interpretato da Massimo Troisi nel suo penultimo film da regista: Le vie del Signore sono finite. Sbaglio?

Sonno: Beh è buffo, ci sono delle similitudini tra il mio fumetto e Le vie del Signore sono finite, ma la verità è che non ho pensato affatto a questo film.
Mi spiace ogni volta rispondere così, tornando al discorso che ti ho fatto prima, rispondendo alla prima domanda. Vorrei tanto dire che le mie idee e la mia creatività nascono ispirate da grandi autori, artisti e da storie grandi, ma spesso invece le idee vengono all’improvviso. Anzi, forse, paradossalmente, se avessi davvero pensato a Le vie del Signore sono finite avrei scelto di non scrivere Prima di tutto tocca nascere, pensando scioccamente «vabbè ma più o meno è già stato fatto».
Il grande potere dell’ignoranza! Ahah!
Due elementi mi hanno portata a scrivere Prima di tutto tocca nascere.

  • il tipo di scrittura e di narrazione che usa Sandro Veronesi ne Il Colibrì (quando ha vinto il premio Strega per me è stato come se avesse vinto la squadra del cuore)
  • il concetto del radicamento a terra nella psicologia bioenergetica (non ti attacco un pippone su questo perché sarebbe davvero troppo lungo).

Riuscire a dire serenamente «perché posso», è una delle cose più complicate del mondo. È una dichiarazione di felicità, ma soprattutto una presa di coscienza del fatto che esisti. Il tuo corpo non è solo un oggetto che proietta un’ombra, sei tu con tutte le tue potenzialità.

Boris: Aspetta. Ferma lì. Prima di andare avanti devi chiarirmi una cosa. Almeno due volte, hai usato il verbo “scrivere” per definire la tua realizzazione di Prima di tutto tocca nascere. È solo un lapsus o la scrittura ha nella pratica con cui realizzi i fumetti (che sono, a mio avviso, un sistema espressivo molto più complesso della scrittura) un ruolo così preminente da diventare sinonimo della realizzazione stessa?

Sonno: Ho iniziato scrivendo storie, come ti ho detto prima, verso i 16 anni (forse poco prima). Storie senza disegni. Solo verso i 20 anni ho iniziato a unire i disegni alle storie. Inizialmente, durante l’adolescenza, il disegno e la scrittura per me erano due cose separate. Ho fatto il liceo artistico quindi ho sempre disegnato, ma la scrittura è stata e resterà il motore che fa partire tutto.
Più volte ho percepito quella sensazione di “cosa finita e ben fatta” dopo aver scritto una storia, ma ho sempre pensato di non essere abbastanza brava a disegnare. Mi ci sono voluti diversi anni per riuscire a trovare una giusta fusione tra il mio disegno e la scrittura.
Avendo sempre scritto storie avevo, diciamo, più esperienza nella scrittura e meno nel disegnare. In realtà mi sono allenata molto e ho fatto un lavoro profondo su me stessa per riuscire a combinare le due cose e fare Prima di tutto tocca nascere.
Era un mio desiderio e una di quelle situazioni in cui fai pace con il fatto che non si può essere bravi al primo tentativo, ma neanche al secondo o al terzo.
Magari al quarto si riesce a fare qualcosa di buono.
Quindi dico “scrittura” perché alla fine il mio lavoro parte da quello.
Poi insomma, non sto qui a dire che sono il genio della scrittura. Solo che sicuramente inizio da lì e senza la scrittura non ci sta nulla.

Boris: Indagare il metodo di lavoro delle autrici e degli autori che stimo, lo trovo un esercizio interessantissimo, ma per non annoiare gli altri, torniamo a «perché posso» e a Mattia. Il quale, la vera consapevolezza la raggiunge al termine di un percorso doloroso (quasi una rinascita), in cui la raggiunta consapevolezza delle sue potenzialità non può certo definirsi (per motivi che non sveliamo al lettore – che se non l’ha ancora fatto deve andare a leggersi il tuo libro, per capire questo passaggio) una dichiarazione di raggiunta felicità. Come la mettiamo? E soprattutto: stai facendo un discorso – laterale ma neanche tanto metaforico – sulla creatività, sul talento e sulle tecniche?

Sonno: In realtà, per me, Mattia raggiunge la vera consapevolezza dopo aver vissuto. Può succedere di vivere, metaforicamente, situazioni traumatiche sia fisiche che emotive.
Non bisogna mai ringraziare le brutte o le faticose esperienze per il fatto che ci hanno dato saggezza/forza o una corazza.
Bisogna essere grati a noi stessi per come abbiamo reagito e per come ogni giorno riusciamo a rialzarci. Anzi, prima di essere grati dobbiamo accorgerci di questa cosa. Troppe volte ho sentito dire «questa brutta esperienza mi ha fortificato o fortificata», per me è una enorme cavolata perché si pone l’attenzione (e importanza) sul fatto negativo che ti è successo invece di accorgerti della tua enorme e naturale forza.
No, non ho scritto questo libro per fare un discorso sulla creatività e il talento. Per quando mi riguarda avrei potuto raccontare la storia di un ragazzo che sogna di fare l’astronauta (invece che l’illustratore) e il fumetto sarebbe stato più o meno lo stesso. Ho scelto il mestiere dell’illustratore, mi rendo conto rischiando di confondere il lettore, perché è un mestiere che conosco. Lo stesso vale per la madre, sono lavori che conosco.
Ma se ci pensi l’idea su cui si poggia la storia è la nostra capacità di andare avanti. E questo concetto vale per ogni mestiere o scelta di vita perché riguarda la persona.

Boris: Dici che l’idea su cui poggia la storia è la capacità degli esseri umani di andare avanti. Però mi sembra, ed è quello che mi ha fatto apprezzare (oltre al tuo stile grafico) molto la storia che hai raccontato, che non sia un andare avanti nonostante, ma un andare avanti per. Sono avvenimenti traumatici specifici che spingono Mattia, a trovare la forza… anzi, appunto, un motivo, per andare avanti, La chiave di lettura del libro mi sembra sia questa (correggimi se sbaglio): la necessità di trovare, anche se fortuitamente, il motivo per continuare a camminare-

Sonno: Ma sai, detto così, «la necessità di trovare un motivo per continuare ad andare avanti», sembra che le persone debbano necessariamente trovare il senso, la propria vocazione o l’idea geniale. Il gioco che faccio nel libro è la differenza tra luce e buio. Credo che, nel momento in cui decidi di stare nella luce (che è la parte difficile), allora il senso ti arriva. A quel punto arriva tutto, anche l’idea geniale.
Per capacità di andare avanti non intendo un andamento passivo o frenetico alla ricerca del senso della vita. So che è strano da dire ma bisogna imparare a “stare” per riuscire ad “andare”.
Se non ti è chiaro, dimmelo… lo capisco perfettamente.

Boris: No, no. È chiarissimo. Altroché. Should I stay or should I go. Adesso capisco che è per questo che quando le gambe di Mattia cominciano a parlargli, la radio sta mandando i Clash e le gambe si mettono a cantare: Police on my back. Un inno al movimento, alla fuga dal morso della noia poliziotta, per cominciare a vivere.
Pensa che, guardando l’ultima tavola del libro, prima di chiuderlo, mi è risuonata in testa,
Redemption song, nella versione di Joe Strummer con i Mescaleros. Che dici, è appropriata per far scorrere i titoli di coda del tuo libro?

Sonno: Eh sì, sarebbe perfetta. Nel mio fumetto Ballate in ritardo, incluso nell’antologia La Rabbia, ho inserito Silver and gold, sempre di Strummer.
Quindi ti direi subito di sì, poi hai capito perfettamente il senso della canzone dei Clash, ne sono molto felice.
Ma in realtà anche questa volta sono costretta a deluderti, come canzone dei titoli di coda avrei scelto sicuramente Under pressure dei Queen con Bowie.
Ovviamente, oltre che per la musica, sicuramente per il testo. 

Boris: E allora mettiamola!

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