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L’ultima donna di Shirwan Can: un fumetto curdo in occidente

Sempre più spesso mi trovo a meditare sulla natura precaria della concezione storica della società umana, sulla sua arbitrarietà: è andata così, così è, e mai potrà essere diversamente. Mi chiedo insomma, perché abbiamo portato qui la nostra evoluzione, o perché lei ci ha condotto a questo punto. Il nichilismo è davvero la migliore forma di pensiero che avevamo a disposizione? Il liberismo e il capitalismo sostenuti dalle oligarchie occidentali, sono davvero le migliori forme di governo possibile? Il nostro pensiero, tutto volto al raggiungimento di un obbiettivo, all’accumulo di potenza e ricchezza, insomma al fare, è davvero il meglio che possiamo pretendere dalla nostra intelligenza e coscienza? L’essere cresciuti esponenzialmente a discapito dell’ecosistema che abitiamo, era davvero l’unico modo per toglierci dal fango, dalle malattie e dal rischio di morire di fame o di freddo? Il fondamentalismo fanatico, sia esso di stampo religioso o scientifico, era davvero la sola maniera di approcciarci ai misteri di questo mondo? In sintesi: la nostra storia doveva andare così per forza? (È ovvio che per me la domanda completa, sarebbe: doveva andare così male per forza?)
Potrebbero sembrare pensieri oziosi, ma mi aiutano a contemplare il mondo da altre angolazioni, a valutarne le possibilità. Come una letteratura distopica o quantistica.

Dove siamo oggi, proprio ora, proprio qui, in questo 2021 per certi versi catastrofico, ma in realtà esempio perfetto delle leggi di causa-effetto che regolano certi campi della nostra vita, le narrazioni particolari dei vari territori e popoli diversi sono diventate una narrazione unica, dominata dall’ottica anglo-occidentale. La gran parte del pensiero particolare di ogni microsocietà, risponde agli stessi input, desidera le stesse cose, guarda e compra lo stesso immaginario. Dopo l’esaurimento dei luoghi esplorabili della terra, siamo molto vicini all’esaurimento dei luoghi esplorabili dell’immaginazione.
Ci stiamo insomma trasformando in un’unica entità, almeno a livello di stile di vita, pensiero e desideri. Fortunatamente, questa situazione per nulla propizia è anche del tutto illusoria e momentanea, a patto di recuperare il prima possibile l’individualità di pensiero e immaginazione.
Lo dice bene Alan Moore, in un’intervista con Raphael Sassaki del 2017, raccolta da smokyman nel libro Alan Moore: 5 interviste:

«Anarchia, nel suo significato letterale di “nessun governante”, per me implica una situazione in cui ognuno deve prendersi la responsabilità delle proprie azioni e quindi essere governante di sé stesso. In tale stato, la cooperazione fra individui è la forma di interazione che ha il migliore effetto e quindi il maggior successo. Questo è il motivo per cui la nostra specie, per centinaia di migliaia di anni del suo stadio di cacciatori/raccoglitori, è stata priva di gerarchie e per cui il peccato più grave in quelle proto-società era il tentativo di assurgere a uno status più alto degli altri (…). Oggi si ritiene che queste prime comunità in qualche modo avessero capito che lo status sociale avrebbe creato divisioni che alla fine avrebbero destabilizzato la cultura».

E in effetti, così è stato, dando una predominanza pressoché totale alla cultura occidentale e relegando tutte le altre al ruolo di culture neglette, o alla meglio, pittoresche e di poca importanza.

L’arrivo in Italia di L’ultima donna, fumetto dell’autore curdo Shirwan Can, pubblicato da Oblò – APS (sì, lo stesso editore grazie al quale stai leggendo QUASI, la rivista che non legge e che non retribuisce nessuno, motivo per cui sono ben lontano dal fare una marchetta con questo pezzo), è allora un’ottima occasione per dare un po’ d’aria alla nostra immaginazione.
Shirwan Can, come racconta Claudio Calia nella postfazione del volumetto, «ha un percorso di formazione simile a quello di tanti curdi iracheni: la migrazione in clandestinità, l’accoglienza in Germania, la possibilità di studiare in Europa, il ritorno a casa e l’inizio del lavoro come docente». Ecco, nonostante le inevitabili influenze dell’arte occidentale, la grammatica utilizzata da Can in questo suo primo fumetto, è qualcosa di assolutamente altro rispetto alla nostra. L’artista ha fatto di tutto per venirci incontro, a cominciare dal realizzare le sue tavole con il senso di lettura da sinistra a destra (anche se il suo linguaggio si muoverebbe naturalmente al contrario), ma per fortuna, l’estraneità dalla cultura dominante è comunque evidente. Ci sono silenzi, pause e volti a cui non siamo abituati in queste pagine, forme leggere e grumose che lasciano intravedere strutture di pensiero differenti. Da europeo, guardo i bellissimi disegni di Can e vedo Cézanne, vedo Gauguin, ma sono soltanto riflessi, un abbaglio dato dall’abitudine e dalla mancanza di riferimenti. Ancor più che in opere come quelle di Marjane Satrapi, qui siamo di fronte a un raro esempio di fumetto orientale, anzi, mediorientale.

L’ultima donna racconta l’esperienza degli Haqq, confraternita di origine sufi, nata a inizio XIX secolo e poi staccatasi dalla tradizionale visione religiosa, la cui idea di società è tramandabile per sole sette generazioni, al termine delle quali, nuove idee dovranno sorgere e la Tariqat (la confraternita) sarà sciolta ed eventualmente riformata, così da scongiurare la ripetizione degli stessi errori degli antenati. Can traspone nel suo fumetto l’intervista che ha fatto all’ultima superstite degli Haqq, la donna con la quale l’idea di quel gruppo umano si estinguerà.
«La nostra visione è logica, conoscenza e giustizia», dice Hamasur, l’ultimo leader Haqq, mentre parla con uno dei tanti funzionari governativi che vogliono arrestarlo e sopprimere la confraternita, perché considerata blasfema e pericolosa. E ancora: «La giustizia non è una misura precisa che può mettere d’accordo tutti. Siamo il riflesso e la pratica della giustizia. Abbiamo un’economia condivisa, uguaglianza fra uomini e donne… Siamo tutti la stessa cosa. Essere divisi o avere una gerarchia distrugge la giustizia». E quando il funzionario musulmano lo incalza, accusando i componenti della Tariqat di non pregare nemmeno, Hamasur conclude: «Tutti sono liberi dalla preghiera, se il loro cuore vuole così… O se il loro cuore lo desidera, sono liberi di pregare. Non ha senso scommettere sul paradiso prima di aver assicurato le tue fondamenta in questa vita».
Queste parole che Can fa pronunciare a Hamasur, ricordano molto da vicino, oltre che la concezione di anarchia di Alan Moore riportata poco sopra, anche l’esperienza del confederalismo democratico teorizzato da Abdullah Öcalan e messo in atto in Rojava. Sempre una questione curda, insomma.
Sembra che per quel popolo, ormai da un secolo diviso, perseguitato e non riconosciuto dai governanti, le necessità dell’individuo e della comunità, siano fondamentali. Prima fra tutte, quella di non avere gerarchie o generi che inevitabilmente distruggono la giustizia sociale e destabilizzano la cultura.

Red Star Press ha da pochi mesi stampato un piccolo libretto tutto rosso intitolato Orso, che raccoglie i pensieri dalla Siria di Lorenzo Orsetti, l’italiano che si è unito agli Internazionali delle Ypg e che è morto combattendo nella guerra civile siriana, il 18 marzo 2019.
Nel pensiero che apre il volume, datato 31 agosto 2017, poco prima della sua partenza, Orso scrive: «I muri che vedi sono le fortificazioni che proteggono il nostro benessere. I muri sono ricoperti di scritte contro i muri, abbasso i muri, distruggiamo i muri, ma pochi hanno davvero intenzione di prenderli a picconate».
Il fumetto di Shirwan Can non è un piccone, una bomba o un fucile, ma piuttosto una goccia d’acqua che racconta l’esperienza di un fiume, e che quei muri può erodere a poco a poco, insieme a tante altre gocce come lei.
L’ultima donna lo trovi solo sul sito di Oblò (www.obloaps.it), sia in versione cartacea che digitale. Il mio consiglio appassionato è quello di andarlo a recuperare quanto prima e di leggerlo. Gli argini della nostra immaginazione attuale, desiderosi d’una esondazione, te ne saranno grati.

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