Cazzotti Dada: La vita e i pugni di Arthur Cravan

Boris Battaglia | Vite ammaccate |

Seduto a un tavolino del Café du Dôme, all’angolo tra boulevard du Montparnasse e rue Delambre nel 14° arrondissement, il giovane si gode un bicchiere di bianco e la lettura del “Figaro”.

È stato un inverno moderato quello del 1909, e quel giorno lì (è il 20 di febbraio), l’aria è decisamente tiepida. Nel bistrot è addirittura surriscaldata.

In prima pagina su “Le Figaro” è stato pubblicato il primo manifesto futurista. Il Dôme è il ritrovo di tutti gli artisti di Parigi. Marinetti, di passaggio nella capitale francese per cercare consensi e adesioni al movimento, è lì, con tutta la sua claque al seguito. Chiacchiera animatamente, appoggiato al bancone, con Picabia e Satie.
Il giovane al tavolino, terminata la lettura del manifesto, decide che ha una cosa da dirgli. Si alza, si avvicina a passi lenti a Marinetti che gli volta le spalle e, dopo avergli posto una mano sulla spalla e con modo brusco richiamato la sua attenzione, gli dice agitandogli il giornale davanti al viso: «Cosa vuoi glorificare? La guerra e il disprezzo per le donne? Mi sa che ha ragione Dannunzio, tu sei un coglione!».
Marinetti fa per alzarsi ma realizza immediatamente una cosa che gli era sfuggita. Davanti a lui c’è un gigante alto più di due metri, che pesa almeno 125 kili. E sono 125 kili di muscoli allenati, lo sente dalla presa sulla sua spalla.
La rabbia di Marinetti si trasforma in sorpresa e poi timore. Ma c’è anche un guizzo di curiosità nel suo sguardo. Il giovane gli sorride, lascia la presa sulla spalla e butta “Le Figaro” sul bancone, con disprezzo. Andandosene aggiunge: «Peccato. Gli altri punti erano pure condivisibili».
«Ma chi è quello?» chiede Marinetti.

«Boh», gli risponde Picabia, «è un inglese che fa il pugile e dice di essere poeta… mi hanno detto che non scrive nemmeno male… mi sembra che lo abbia portato qui la Bailly, mi sa che se lo scopa. Lui dice di essere nipote di Oscar Wilde».

Fabian Avenarius Lloyd nasce a Losanna il 20 maggio del 1887 durante un lungo soggiorno dei suoi genitori che, come molti inglesi, amavano il clima del lago di Ginevra.
A Londra regnava ancora Vittoria.
Racconta Fabian che suo padre, Otho Holland Lloyd, fosse Lord Cancelliere della regina. Ma era una balla con cui era solito farsi bello agli occhi delle francesi. Quello che invece è vero è che suo padre era il fratello di Costance Mary Lloyd, moglie di Oscar Wilde.
Pochi mesi dopo la sua nascita, il padre abbandona la famiglia per un’amica della moglie. La madre, ottenuto il divorzio torna a vivere a Losanna e si sposa con un medico svizzero. Per un po’ sembra andare tutto bene. Fabian impara il francese, che diventa praticamente la sua prima lingua, e il tedesco.
Quando però nel 1895 lo zio Oscar Wilde viene processato e condannato al carcere per omosessualità, cominciano i problemi. Sua madre Helene Clara St.Claire era rimasta in ottimi rapporti con la cognata e la vergogna della famiglia Lloyd diventa anche la sua. Slegare il proprio nome da quello di Wilde e cancellare dalla propria vita la presenza ingombrante dello scrittore è uno sforzo quotidiano. A Fabian, che adorava lo zio, questa cosa pesa tantissimo e comincia a trovare, benché non ancora decenne, inaccettabile l’ipocrisia e il bigottismo della società vittoriana.
Nascono i primi conflitti con la madre, che andranno crescendo con l’aumentare della sua insofferenza per il perbenismo vittoriano e per il carattere duro e anafettivo della madre che, tra l’altro, non fa nulla per nascondergli di preferirgli il fratello maggiore, forse incolpando lui della fuga del marito.
Per evitare che l’influenza dello zio avesse troppa presa sulla giovane mente di Fabian, lo iscrivono alla scuola inglese di Losanna. Scuola che funzionava secondo le regole di una rigida accademia militare. In questa scuola Fabian impara i rudimenti della Noble Art.
La boxe è l’unica cosa insegnata in quella scuola cui si applica con rigore e passione. Di tutto il resto non gli importa niente. Men che meno della disciplina.
Sarà espulso per avere steso a pugni un insegnante (che forse aveva insultato la memoria dello zio).
Dopo l’ennesimo feroce litigio con la madre decide di scappare di casa. Vuole arrivare a Parigi, dove qualche anno prima era morto Oscar Wilde, e diventare un pugile o un poeta famoso.
Da Losanna fugge a Marsiglia e si imbarca su un Cargo. È il 1904 e non ha ancora 17 anni. Finirà in Australia. Negli anni successivi sarà in California, poi in Germania e in Italia.
Questa però è la leggenda, che negli anni successivi lui stesso diffuse su di sé.
In realtà le cose andarono in modo leggermente diverso.
Nel 1904, dopo l’espulsione dalla scuola, la madre asseconda la volontà di Fabian di viaggiare, sperando che allontanarlo dall’ambiente famigliare serva ad ammorbidirne il carattere.
Fabian parte. Prima un lungo soggiorno in California. Nella mitobiografia che si costruisce racconterà di avere campato facendo il raccoglitore di agrumi, in realtà era ospite di alcuni parenti ed era finanziato da casa. L’anno dopo gli sarà consentito un viaggio a Berlino.
Tornato a Losanna sentirà ancora di più il peso dell’angusto moralismo materno. Ruba dei gioielli di famiglia e si imbarca su un Cargo, destinazione Australia. Finiti i soldi ricavati dal furto si improvvisa boscaiolo per raccogliere quanto serve a pagarsi un biglietto per l’Europa. Si ferma in Italia dove vive qualche tempo a Milano con il fratello maggiore Otho.
Otho Lloyd è un affermato (per quanto mediocre) pittore e Fabian si trova molto a suo agio in mezzo all’umanità che gira attorno al mondo dell’arte nella città meneghina. Conosce e si innamora di Renée giovanissima modella e mante di Victor Hayden. Insieme decidono di andarsene a Parigi.
Non tornerà mai più a casa.

disegno di Paolo Castaldi

Così, finalmente sul finire del 1908 è a Parigi.
Non è molto facile a questo punto separare il vero dal falso, la realtà dalla fantasia, la storia dalla leggenda. Ma più o meno i fatti sono questi.
Fabian abita in avenue de l’Observatoire con la sua ragazza Renée Boulet. Lei fa la ballerina di Can Can e la modella, lui ha deciso che diventerà famoso con le parole o con i pugni. Per sbarcare il lunario traffica in quadri (per lo più falsi); quando può scrive poesie. Si allena tutti i giorni in una palestra del 14° arrondissement. In questi anni la boxe sta diventando uno sport popolare. Lui sa fare a botte benissimo.
In qualche modo Fabian è entrato nelle grazie della pittrice Alice Bailly che lo introduce nel giro degli artisti modernisti che frequentano il Café du Dôme. Tra il 1912 e il 1915 pubblica e scrive da solo (usando una sfilza di pseudonimi) “Maintenant”, una rivista di critica militante. Anche la distribuzione se la fa da solo: con un carretto da fruttivendolo gira tutti i ritrovi degli artisti e degli intellettuali parigini per piazzargli la rivista. Sono cinque numeri folgoranti che gli valgono addirittura una sfida a duello da parte di Apollinaire. Per fortuna poi il duello non avrà luogo.

(piccolo inciso: nel 1971 Eric Losfeld raccoglierà in un unico bellissimo volume questi cinque numeri. Losfeld è l’editore cui dobbiamo cose fondamentali come Barbarella e Emmanuelle, ma questo lo racconto un’altra volta).

Quando riesce, organizza conferenze sull’arte moderna che se non finiscono in rissa, finiscono con lui che fa uno spogliarello vestito da ballerina di Can-Can o con la minaccia di suicidarsi davanti a tutti. Il giovane semisconosciuto dei primi mesi parigini è ora un poeta e un artista temuto e rispettato, per le sue idee e, soprattutto per i pugni con cui sa difenderle.

Si è pure cambiato nome, per sembrare un vero francese. Adesso dice di chiamarsi Arthur Cravan. Arthur ovviamente in onore di Rimbaud e Cravan è il nome, senza esse, del paesino natale della sua compagna, nella Charente.

Intanto prosegue la sua carriera nel mondo della boxe. Si definisce «il peso massimo con i capelli più corti del mondo» e nel 1914 diventa, nella categoria dei massimi, campione nazionale dilettanti di Francia. L’aspetto divertente è che lo diventa senza disputare nemmeno un incontro. Tutti i suoi avversari danno forfait appena lo vedono agli allenamenti.

A questo punto succede una cosa di quelle che sconvolgono l’ordinarietà della vita. Scoppia la Prima Guerra Mondiale. Caso vuole che quando iniziano le ostilità Cravan si trovi a Belgrado per trattare una partita di falsi Matsch. Torna in volata a Parigi e ci resta giusto il tempo di chiudere l’ultimo numero di “Maintenant”, dopo di che – siamo agli inizi del 1915, se ne va a Zurigo.

Cravan era di nazionalità inglese, cosa che lo metteva – per il momento – al riparo da una possibile mobilitazione generale, ma lui non aveva intenzione di correre rischi e finire al fronte: così riparò più in fretta che poteva in un paese neutrale.

A Zurigo bazzica il Metrei Bar (quello che diventerà il Cabaret Voltaire) frequentato dagli intellettuali e dagli artisti che dalle più disparate parti d’Europa giungevano in Svizzera per sfuggire alla guerra. Qui conosce Hugo Ball influenzando sicuramente, con le sue chiacchiere e le sue idee, la futura stesura del primo manifesto dadaista.
Tzara e Ball vorrebbero che Cravan organizzasse per il Cabaret Voltaire qualcuna delle sue famose serate di Boxing Dance in cui a incontri di boxe tra artisti faceva seguire letture di poemi e spogliarelli.
Ma Arthur non può restare. Lo morde nuovamente il suo destino nomade. Nel marzo del 1916 è a Barcellona da dove pensa di imbarcarsi per Buenos Aires. E qui arriviamo al punto che più mi sta a cuore e che, probabilmente, più interessa anche a te. Solo che è un momento che non dura niente. Poco più di un quarto d’ora.

Arthur Cravan ha bisogno di soldi. Quando scopre che Jack Johnson, il primo campione americano nero dei pesi massimi, è in Europa (si tratta di una specie di esilio, ma di lui ti racconto in un altro capitolo di questa saga), gli viene un’idea pazzesca. Ma che se funziona ci fa un sacco di soldi. Organizzare un incontro tra lui e Johnson. Non deve neppure mentire per spacciarsi per il campione nazionale francese. La cosa risulta più facile del previsto. Anche Johnson ha bisogno di soldi e l’incontro è fissato per il 23 aprile nella Plaza de Toros a Barcellona.
La campagna stampa è fenomenale e l’afflusso di pubblico straordinario. I biglietti sono andati esauriti. La borsa per entrambi i pugili è decisamente sostanziosa.
L’incontro prevede 20 riprese. Venduto come l’incontro del secolo, passerà alla storia come la più grossa truffa della boxe.
Per cinque riprese Cravan, che per la prima volta si trova di fronte un vero pugile e non qualche intellettuale velleitario, evita continuamente lo scontro, danza, boxa con l’aria come fosse a una serata dadaista e appena Johnson lo avvicina lo abbraccia come ne fosse l’amante, senza ritegno. Quindici minuti di balletto surreale che lascia Johnson sbalordito. Il pubblico rumoreggia.
All’inizio della sesta ripresa Cravan non calcola bene l’allungo di Johnson che lo raggiunge fulmineo con una sequenza di tre diretti destro-sinistro-destro allo stomaco. Cravan si piega senza respiro e un diretto destro di Johnson gli scardina il mento. Mentre sta scivolando in ginocchio un montante sinistro lo risolleva per sbatterlo definitivamente al tappeto.
Cravan è disteso e invoca pietà.
È finita.
Il pubblico insorge convinto di avere assistito a una farsa. In tanti vogliono il rimborso del biglietto. Ma i due pugili sono insensibili alla questione. La borsa da dividersi è di oltre 50.000 pesetas e non hanno alcuna intenzione di rinunciarvi. Cravan oltretutto per averla si è fatto scassare la mascella.

Per lui il ring era, molto più delle assi del teatro o delle sale delle conferenze, il luogo perfetto dove poter annullare ogni confine tra disciplina e anarchia. Questo incontro, anche se il pubblico non ha capito di avere assistito a una grandiosa rappresentazione dadaista, è stato il momento più alto, la scena madre, l’acme di quella rappresentazione totale che fu la sua vita.
Infatti, quello che gli resta dopo sono solo due anni che scorrono via veloci come il vino nel bicchiere.

New York e il Greenwich Village. Le notti folli di droga alcol e sesso con Mina Loy, Marcel Duchamp e tutti gli altri. Le provocazioni artistiche e le risse. La fuga in Canada e il ritorno per prendere Mina e andarsene, finalmente in Argentina. La guerra che Cravan odiava così tanto li ha raggiunti. Nel 1917 gli Stati Uniti la dichiarano agli Imperi Centrali.
Un altro incontro per racimolare soldi in Messico, dove fanno tappa, contro il campione Jim Smith. Cravan finisce Ko alla seconda ripresa.
Mina è incinta. Arthur investe i pochi soldi che ha guadagnato nell’incontro per pagarle un biglietto per Buenos Aires su una nave giapponese. La raggiungerà là con altri mezzi, dice.
Ma a Buenos Aires Mina aspetterà tre anni. Cravan non ci arriverà mai.
Sparito per sempre.
Le leggende sulla sua fine sono tantissime, in fondo tutte vere. Due sono quelle che mi piacciono di più. Quella che, non essendo riuscito a trovare i soldi per il passaggio in nave, sia annegato cercando di raggiungere l’Argentina e la sua Mina, a nuoto dal Canada. E poi quella che meglio chiude questa storia: quella in cui si racconta che sia stato accoltellato durante un incontro di boxe (con cui cercava di raccogliere i soldi per raggiungere la sua amata Mina) finito come suo solito in farsa dadaista e poi in rissa, in un qualche malfamato bar di Salina Cruz.

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